Per la poeta femminista Alice Walker, la speranza è «una donna che ha perso la sua paura». Non dice «una donna che non ha paura», forse perché la speranza è ciò che ottieni - se ci riesci, se la pratichi come una disciplina - nonostante la paura, riuscendo chissà come a superarla. Oggi, dopo gli esiti delle elezioni presidenziali statunitensi, dopo la vittoria di Donald Trump, parlare di speranza sembra senza senso. Anche leggendo in giro prevalgono altre parole: "sconforto", "buio", "tragedia". Per i prossimi quattro anni, a capo di uno dei Paesi più potenti del mondo, ci sarà un uomo che odia le donne, che le insulta, le svilisce, le priva di diritti e della possibilità di decidere dei loro corpi; un uomo più volte incriminato e accusato di violenze sessuali che detesta gli immigrati, che si accanisce sulle minoranze ed è amico dei dittatori, che nega il cambiamento climatico, sostiene l'esistenza della “teoria gender” e mette a repentaglio la democrazia. Solo qualche giorno fa Trump ha detto che Hitler ha fatto anche cose buone e che vorrebbe avere dei generali fedeli quanto quelli nazisti, poi ha definito Porto Rico «un'isola galleggiante di spazzatura» e ha dato della «puttana» a Nancy Pelosi tra gli applausi della folla. Questo è il candidato che gli americani hanno scelto alle presidenziali.
Viviamo un controsenso: sperare nei momenti difficili sembra una presa in giro per ingenui (e particolarmente impraticabile per chi è meno privilegiato e più sotto attacco), ma è proprio allora che ci serve di più. Tra le scrittrici femministe che mi hanno insegnato a coltivare la speranza c’è Rebecca Solnit, attivista e autrice del famoso saggio Gli uomini mi spiegano le cose e del libro Hope in the dark, scritto nel 2004 ma ancora molto attuale. Nel libro Solnit ci dice cosa non è la speranza. Non è la convinzione che tutto andrà bene, non è una forma di certezza, anzi: esiste nell’incertezza. «Secondo me», scrive, «le basi della speranza sono, semplicemente, accettare che ignoriamo cosa succederà e sapere che l’improbabile e l’inimmaginabile accadranno con una certa regolarità». La speranza è solo una crepa, un’intercapedine in cui, proprio perché esiste, sappiamo che si potrà inserire il nostro margine di azione. Per Solnit ottimismo e disperazione si basano sulla presunzione di sapere come andranno le cose, nel bene o nel male, e così diventano «la base per la non azione». «Sperare è scommettere», scrive invece, «È scommettere sul futuro, sui propri desideri, sulla possibilità che il cuore aperto e l’incertezza siano meglio della tristezza e della sicurezza. Sperare è pericoloso, eppure è il contrario della paura».
Stamattina ho riletto queste parole e poi, quando i giornali hanno titolato la vittoria di Trump e il mio feed Instagram si è riempito di sue foto e commenti addolorati, ho pensato che comunque non mi bastavano. Così sono andata sul profilo di Solnit e ho trovato un post che online sta circolando parecchio. «Ho pensato che potesse essere utile a qualcuno», ha scritto oggi l'autrice.
«Vogliono che ti senta impotente, che ti arrenda, che lasci che calpestino tutto. E tu non glielo permetterai. Tu non ti arrenderai, e non lo farò nemmeno io. Il fatto che non possiamo salvare tutto non significa che non ci sia nulla che possiamo salvare, e tutto quello che possiamo salvare vale la pena di essere salvato. Potresti aver bisogno di piangere o urlare o prenderti del tempo, ma hai un ruolo nonostante tutto, e in questo momento vale la pena riunire i buoni amici e i buoni principi. Ricorda ciò che ami. Ricorda ciò che ti ama. Ricorda, in questa ondata di odio, cos'è l'amore. Il dolore che provi è dovuto a ciò che ami.
I Wobblies (i militanti del sindacato anarco-sindacalista Industrial Workers of the World, ndr) dicevano “non piangere, organizzati”, ma puoi fare entrambe le cose. Non devi organizzarti subito in questo momento di lutto furibondo. Puoi avere il cuore spezzato o provare rabbia o entrambe le cose contemporaneamente; puoi urlare in macchina o su una scogliera; puoi anche alzarti domani, annaffiare i tuoi fiori e magari chiamare qualcuno che è arrabbiato e rimettere in sesto la tua attrezzatura per andare avanti.
Molti di noi verranno attaccati e molti di noi resisteranno, costruendo solidarietà e luoghi sicuri. Raccogliete le vostre risorse, quelle metafisiche che sono cuore, anima e cura, così come quelle pratiche. Le persone hanno mantenuto la fede anche nelle dittature del Sudamerica negli anni '70 e '80, nei paesi del Blocco Orientale e nell'URSS. In questo momento le donne stanno protestando in Iran e, sempre lì, qualcuno sta scrivendo poesie. Non c'è alternativa che perseverare, ma questo non richiede che tu ti senta bene. Puoi continuare a camminare che ci sia il sole o che piova. Prenditi cura di te e ricorda che anche prendersi cura di qualcos'altro è una parte importante della cura di sé, perché tu ti intrecci con dieci trilioni di fili in questo indumento che è il destino e che è stato macchiato e strappato, ma continua a venire intessuto, riparato e lavato».











