Il tempo libero è ufficialmente morto e la prova definitiva si trova racchiusa dentro una scatola di cartone colorato. Chi pensa ancora al gioco da tavolo come a un'isola felice di spensieratezza non ha fatto i conti con l'ultima, spietata frontiera dell'intrattenimento contemporaneo. Prima di svelarvela, però, vorrei parlarvi di un gioco in scatola che avevo ricevuto durante la pandemia del 2020. Il nome? Lockdown - the boardgame, un gioco a tratti assurdo (credo di aver tentato di giocarci una volta) tra dpcm, mascherine da comprare e vabbè...avete intuito lo scopo del gioco). Oggi invece vi parlo di Burnout, un titolo che anche qui non lascia spazio all'immaginazione. Un esperimento ludico concepito da Jannis Lim e Suren Rastogi, due ex impiegati di Singapore che hanno abbandonato i rispettivi uffici per fondare l'etichetta indipendente Laughing Sticks. Pensate che l'idea del gioco è nata come raccolta fondi, con un tetto massimo di 3 giorni per raggiungere il finanzimento. Non sono serviti: obiettivo raggiunto in soli 10 minuti! La loro idea di base ribalta completamente il concetto classico di evasione. In fondo, perché scappare dalla realtà quando puoi invitare i tuoi amici a cena e costringerli a rivivere, lancio dopo lancio, lo stress di una settimana in azienda? Ho già l'ansia solamente a parlarvene, ma per vincere Burnout, beh....
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Burnout, la produttività tossica si trasforma in un gioco
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Burnout non fa sconti e distrugge l'idea del gioco da tavolo come oasi felice di puro relax. Insomma, dimenticate gli hotel conquistati a Monopoly o gli indizi da captare per trovare l'assassino a Cluedo (io ho pure il dvd con la lente di ingradimento per gli indizi in 3d, che dire!). Ogni turno si apre con una carta evento scritta in quel fastidiosissimo gergo aziendale da HR in stile LinkedIn che aumenta solo il caos (come se non ce ne fosse abbastanza in generale, poi). La vera cattiveria del gioco sta nella gestione delle carte progetto. I partecipanti pescano task ad alto rischio che garantiscono un sacco di punti reputazione, ma al costo di un drastico calo della salute mentale. La meccanica più spietata è legata alla gestione della mano. I tuoi amici potrebbero voler appesantire i tuoi progetti e renderli emotivamente insostenibili. Una combo che vede da una parte la salute mentale vacillare (con conseguente crollo dei punti reputazione) e dall'altra la necessità di mostrare il proprio lavoro agli altri. Una sorta di foglio Excel insomma di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità. E se la tua salute mentale tocca lo zero, scatta il burnout immediato. La sedia del CEO potrebbe essere più vicina di quanto pensi!
Gen Z e Millenial, pronti a diventare giocatori?
E mentre attendiamo l'arrivo di questo gioco qui in Italia (perché arriverà...sicuro), non ci resta che fare l'ennesima riflessione. Il successo di un board game (e non videogioco, per una volta) del genere racconta qualcosa di molto profondo sul modo in cui la Gen Z e i Millennial percepiscono il lavoro. Intanto perché per giocare, per l'appunto, è necessario trovarsi attorno a un tavolo e in presenza (basta mondo virtuale, per una volta!). Eppure c'è un'enorme ambiguità in tutto questo. Trasformando lo stress cronico in un divertimento pop, non rischiamo di accettare l'ansia come una semplice tassa da pagare per essere adulti? È una domanda che io personalmente mi farei, prima di iniziare una partita infinita presumo di Burnout. Eppure, proprio in questa condivisione, il gioco a quanto pare produce un potente effetto liberatorio. Ridere insieme di un collasso mentale mentre si tirano i dadi forse non deve essere male, non saprei. O forse, per qualche round, ci fa vivere un momento di libertà. La sveglia suona, è arrivato il momento di giocare a Burnout nel mondo reale.









