Quando Michaela Stark compare con un guizzo nel rettangolo nero della videochiamata, dietro di lei si intravede il suo studio di Londra. È ricavato in un seminterrato ad Hackney Wick e assomiglia un po' a una tana o a un luogo fatato. Dal soffitto pendono mazzi di fiori secchi, sulle pareti ci sono bozzetti e disegni e dalle sue spalle vengono forti suoni meccanici. «È la macchina da cucire», mi avverte, «dimmi se fa troppo rumore». «È uno spazio molto mio», spiega, «C’è la testiera di un letto dove ho attaccato varie cose quando mi sono trasferita a Londra, ci sono tutte le mie bambole e i manichini, nastri ovunque, stoffe ovunque!».
È qui che Stark, 29 anni australiana, dà vita alle sue creazioni meravigliose che mescolano tecniche sartoriali a una vera e propria rielaborazione del concetto di corpo. Dalle sue mani nascono creature immaginifiche, divine o inquietanti, allo stesso tempo eteree e buffe. I tessuti (spesso sete e toulle, tinti a mano e impreziositi da decori) giocano a stravolgere i volumi della morfologia umana fino al paradosso, eludendo con ironia ogni regola in cui il corpo, soprattutto femminile, è solitamente confinato. Stark ha studiato moda in Australia, ha lavorato come sarta di alta moda a Parigi, ha collaborato con Jean Paul Gaultier, Beyoncé e Sam Smith, ha partecipato al rebranding body positive di Victoria’s Secret e le sue creazioni sono apparse sulle più importanti riviste di tutto il mondo. «All'inizio dell'anno ho lanciato il mio marchio di intimo prêt-à-porter Panty e lì il mio studio si è trasformato», racconta, «Prima era uno spazio per artisti e haute couture che assomigliava molto al caos della mia mente, ma quando inizi a gestire la tua attività il lavoro diventa più strutturato. Oggi, per esempio, qui è pieno di persone che ricamano collant», dice guardandosi intorno. Per Panty, Stark rende le sue creazioni fantastiche più indossabili mantenendole fedeli alla sua estetica femminile e sovversiva e curando nel suo studio dalla prima all’ultima cucitura. «Tante ragazze tornano da noi per dirci quanto i capi valorizzino i loro corpi, ma siamo ancora all’inizio, ci sono molte idee e molto potenziale», spiega.
Conclusasi la Paris Fashion Week, ora all’orizzonte c’è una mostra sulla censura nella cultura visiva contemporanea a Londra e poi, chissà, in futuro una collezione couture. Michaela Stark è una sarta e un’artista, una designer e una modella. Si ispira a quelle figure che hanno saputo collocarsi sulla linea di confine tra moda e arte esplorando i limiti di entrambi i mondi: «Rei Kawakubo, Viktor and Rolf, Galliano, McQueen o Martin Margiela». «Per me non c’è mai stato il problema di chiedermi se l'arte è moda e se la moda è arte», dice, «Sono un’artista e il mio modo di esprimermi è attraverso la moda, non credo che potrebbe essere diversamente».
Quando hai iniziato a sperimentare con la moda?
«L’ho sempre fatto. Da piccola a casa avevamo una scatola di travestimenti e io ci giocavo e ne creavo di nuovi. Quando ho collaborato con Victoria's Secret e mi è venuta l’idea di reinventare la loro idea di angelo, mia madre ha trovato una foto in cui avevo 2 o 3 anni e indossavo un piccolo tutù e delle ali d'angelo giganti e le tenevo in un modo che sembrava mi tagliassero la pelle, un po’ come faccio adesso. «Sei ancora esattamente la stessa», mi ha detto».
Tra tutti il corsetto è forse il tuo capo più iconico. Quando hai intuito il suo potenziale?
«Ho sempre amato molto il corsetto, ma è stato lavorando alla mia collezione di laurea che ho studiato la corsetteria vittoriana e come alle donne veniva imposto il corsetto in modo che la loro vita rimanesse sempre della stessa misura invecchiando. Ero molto interessata a questi strumenti che impongono degli ideali di bellezza e a studiare le implicazioni che hanno sulla moda, sulle donne e sulla società nel suo insieme. Di fatto con il corsetto avevo un rapporto contraddittorio: per la mia mentalità femminista era qualcosa di negativo, ma allo stesso tempo continuavo a comprarne, a indossarli e ad allacciarli più stretti possibile per uscire o andare in discoteca. Li amavo. E penso che tutto questo mi abbia portata lentamente a quello che faccio oggi».
Parlami di quella ragazza che indossava il corsetto e andava a ballare. Che rapporto avevi allora con il tuo corpo?
«Ci sono stati anni in cui mi sentivo super insicura riguardo alle mie dimensioni corporee. Mi sentivo abbastanza sola, pensavo che fossi la ragazza grassa indesiderabile, come se chiunque mi guardasse vedesse il mio peso e niente di più. Oggi è incredibile riguardare le mie foto di allora e vedere le dimensioni che avevo in realtà. È così che mi sono resa conto che era qualcosa che avveniva soprattutto nella mia mente. Le ragazze della mia generazione sono cresciute con modelli di magrezza heroin chic, tipo Victoria's Secret o Hollister ed è stato un trauma generazionale».
Quindi pensi che la moda abbia un ruolo (e forse una responsabilità) in tutto questo?
«A lungo mi ha fatta sentire peggio riguardo al mio corpo rinforzando insicurezze e dismorfia corporea. Quando ero a casa e non indossavo molti vestiti mi sentivo a mio agio e libera, stavo bene con me stessa. Ma quando uscivo nel mondo gli abiti mi stavano male, si spostavano costantemente, la mia gonna si sollevava mentre camminavo, la mia pancia si riversava sopra la cintura, il mio seno si muoveva perché la vestibilità non era mai stata pensata per una ragazza della mia taglia. La moda mi faceva sentire insicura eppure io la amavo profondamente. Volevo farne parte, volevo sentirmi come una supermodella su una rivista. E questo amore si è trasformato in una sorta di testardaggine».
Una testardaggine che ti ha portato a prenderti il tuo spazio.
«Prima ho iniziato a elaborare questi sentimenti da sola nel mio appartamento a Parigi, poi ho cominciato a scattarmi delle foto, a giocare a divertirmi con un'amica fotografa. Ho iniziato a vedermi in questo modo fantastico, senza nemmeno più riconoscermi, anche se non ero della taglia che avrei dovuto essere. Questo mi ha portato tanta sicurezza all'improvviso. La moda ha questa capacità di farti sentire davvero orribile e insicura ma anche di farti sentire come una fantasia, al settimo cielo e riempirti di sicurezza. E non è solo sicurezza superficiale, ma vera sicurezza. Oggi che indosso le mie creazioni da tanto tempo, a volte dimentico quanto sia emozionante poter vedere il tuo corpo in quel modo, in particolare per la prima volta. Le reazioni delle modelle sono spesso molto sentite ed emotive, alcune negli anni continuano a ricordarsi delle volte in cui abbiamo lavorato insieme e mi dicono quanto sia stato bello e quanto quel progetto abbia significato per loro».
Sono creazioni che mettono in risalto parti del corpo che solitamente ci viene detto di coprire. È una sorta di contrappasso?
«Il ricordo di come mi sentivo a disagio con i vestiti addosso è rimasto: la sensazione di costrizione, di non riuscire a muoverti perché il corpo può fuoriuscire o qualcosa si può strappare. Ricordo che mi torcevo in un certo modo per far apparire la mia pancia più piatta possibile ed evitare che si vedessero le pieghe sulla schiena. I capi che creo oggi sono una versione esagerata di come mi sentivo da adolescente, e a volte mi sento ancora. Il processo è lo stesso ma la mentalità è completamente cambiata: voglio che il mio seno fuoriesca così, voglio che la pancia sporga di più, voglio che si veda un rotolo più pronunciato sulla schiena. È un po' come sperimentare le stesse sensazioni, ma in un modo in cui ami tutto ciò che prima odiavi. È abbastanza liberatorio».
La tua estetica è estremamente riconoscibile e definita. Come hai costruito, nel tempo, la tua idea di bellezza?
«A posteriori riesco a intravvedere solo alcuni passaggi. Ad esempio ho fatto una tesi in cui mi chiedevo se il grottesco potesse mai essere considerato bello. Ho guardato al carnevale, al corpo grottesco rappresentato nell'era medievale e al significato stesso di grottesco. E poi ho guardato cosa è considerato bello e delicato, con particolare riferimento alla moda e quindi Comme des Garçons o Schiaparelli e McQueen. Sono arrivata alla conclusione che grottesco e bellezza possono sempre fondersi e ho imparato a notarlo anche sul corpo umano. Bolle sulla pelle, cicatrici e cose del genere possono essere piuttosto inquietanti, ma anche piuttosto belle. E poi negli anni ne ho parlato tanto con i miei amici, mi sono fatta ispirare dalle altre persone».
Nomini speso i tuoi amici. L’amicizia è un aspetto importante nel tuo processo creativo?
«Non penso che sia mai esistito un singolo creativo di successo che lavorasse da solo al 100%. È fondamentale ispirarsi a vicenda e io sono fortunata ad aver trovato una mia comunità, che è anche una comunità queer, qui a Londra e a Parigi. Ho un fantastico gruppo di amici con cui lavoro, c’è la mia ragazza che è una fotografa, Alex Francisco che è uno stilista con cui collaboro sempre, il suo ragazzo Daniel del Valle che è un artista straordinario e ha realizzato per me una parrucca di porcellana e delle scarpe di porcellana senza che nemmeno glielo chiedessi. Poi ci sono le modelle come Jade O’Belle, Dodo Potato, Yasmin El Yassini. Si sviluppano delle relazioni davvero intime e, anche se il mondo della moda può essere molto difficile, noi ci aiutiamo a vicenda, ridiamo, troviamo bellezza, leggerezza, ironia, ma anche il significato più profondo di quello che stiamo facendo, Non penso che sarei in grado di continuare senza questo gruppo di persone!»
Ci sono anche molte emozioni in gioco, mi pare.
«Direi che la mia pratica artistica è 90% emozioni e 10% razionalità [ride]».
Che genere di emozioni?
«Tutte! Un secondo piango e quello dopo rido ed è così che nasce una grande idea. Nel mio processo creativo, in genere ho una regola: cerco di non pensare in anticipo a quale sia il concetto dietro a quello che sto realizzando. Non voglio sentirmi vincolata da cosa deve arrivare alle persone, voglio vivere l'emozione che sto realmente provando. Se sono da sola di solito c’è introspezione e anche malinconia, se sto collaborando con degli amici inizia tutto con l’entusiasmo, cerchiamo di stimolarci a vicenda. C'è molto umorismo e risate, ma l’eccitazione si trasforma molto rapidamente in ansia. Ci sono molti pianti, passione, tensione, ma non in senso negativo».
Si può dire che anche la tua ultima performance in occasione della mostra “Sargent and Fashion” alla Tate Britain sia scaturita da un’emozione, da una reazione a dei commenti negativi. Alcuni critici hanno definito la mostra “orribile” perché, focalizzandosi sulla moda e gli abiti dipinti da Sargent, si sminuiva il lavoro del pittore.
«La performance è nata esattamente dalla mia rabbia dopo aver letto quei commenti. I lavori maschili vengono considerati sempre superiori a quelli femminili. La moda e la produzione tessile che sono sempre state associate alle donne vengono ancora svalutate mentre quelli considerati “veri artisti” sono, ad esempio, i fotografi di moda che solitamente sono uomini. Lo stesso vale per Sargent. Per me era una sorta di fotografo di moda che usava la pittura come mezzo, dipingeva le donne per mostrare gli abiti che indossavano e collaborava con le case di moda».
C’è ancora chi pensa che arte e moda siano due cose distinte?
«C’è questa concezione che il mondo dell'arte sia qualcosa di più, perché gli artisti sono più liberi e in grado di creare opere che non siano necessariamente commerciali ma solo guidate dalle loro emozioni. Le persone pensano che la moda sia qualcosa di diverso perché è un'industria, guidata anche dalle vendite. Non stai progettando qualcosa in cui hai totale libertà artistica, ma qualcosa che ha anche uno scopo utilitaristico. Eppure la moda ha davvero il potere di provocare le persone.
È successo anche a Sargent.
Esatto! Lui è famoso per un ritratto che fece scandalo perché raffigurava una donna con un abito scollato e una spallina che sta per caderle. L’aspetto più controverso dell'arte di Sargent è la moda, perché la moda ha il potere di sconvolgere e di apportare cambiamenti culturali significativi. Ho scelto di essere un'artista che lavora nella moda perché penso sinceramente che la mia voce sarà ascoltata più forte che nell'arte. Ci sono artisti incredibili come, ad esempio, Jenny Saville che ha fatto molto per l’accettazione del corpo ed è una delle mie più grandi ispirazioni. Ma da ragazzina non sono stata influenzata da lei! Sono stata influenzata dagli show di Victoria's Secret, che in teoria ha meno valore culturale di un dipinto».
Si torna di nuovo al corpo. Gli abiti risultano provocatori perché sono legati ai nostri corpi?
«Io ricevo una quantità incredibile di commenti d’odio per il mio aspetto e mi viene detto che promuovo l’obesità e uno stile di vita malsano. Ma il punto è che il corpo delle donne è tenuto sotto scrutinio, viene analizzato e sorvegliato. Non possiamo mostrare i capezzoli in modo artistico su Instagram, non posiamo mettere foto dove siamo eccessivamente nude, mentre i miei amici gay lo fanno senza problemi. Se ci mostriamo riceviamo critiche. Anche le ragazze molto magre vengono attaccate: gli viene detto che sono anoressiche e di mangiarsi un hamburger. Non importa che taglia hai, il corpo femminile rimane scandaloso».
















