Twitter è una Disneyland alla rovescia. Tutto finisce male. Un cattivo umore per aria come una nebbia che non si scioglie mai, e in quella nebbia volano spesso paccheri.
Si sa, è un social pericoloso, devi scrivere guardandoti le spalle. Hanno tutti la prima pietra in mano e nessuna paura di usarla. I coltelli se li affilano di notte. Su Twitter si sono consumate le più clamorose decapitazioni dell’età moderna. È iniziata con Justine Sacco e siamo finiti a JK Rowling. Per non parlare di certi giorni quando sotto le forche ci volevano mettere Serra e Aspesi.
È per questo che molti Influencer ad alto potere di conversione in moneta si defilano. Non frequentano il ghetto armato, restano solo su Instagram a fare i video-bella-vita-#adv. Glielo consigliano gli agenti. «Lascia perdere. Che ci stai a fare su Twitter, non si guadagna un centesimo e porta solo guai».
Eppure, eppure. Per quale social ha staccato un assegno Elon Musk, uno di quelli che per evidenze oggettive sa spendere bene i suoi denari? Twitter. Il social del rancore.
Perché Elon lo sa: gli affari si fanno col sentimento del nuovo millennio. Rancore. Siamo pieni di rancore. E così: «Datemi il 9,2% della delle azioni della S.p.A. delle maleparole, datemi un’ala dell’uccellino azzurro».
Ma torniamo a quindici anni fa, quando queste pianure erano ancora verdi e l’uccellino zompettava felice. I Tartari all’orizzonte non si vedevano. Il rancore ha funzionato come una radioattività a lento rilascio, è successo tutto piano e in silenzio.
In principio era il verbo maligno. Il malanimo c’era, ma limitato a pochi account. Qualcuno di loro ti insolentiva, ogni tanto, ma erano casi rari. La frasetta appuntita - passivo-aggressiva come si dice in questo secolo - cui si faceva seguire un :) diluente.
Il destinatario della freccetta non ci badava troppo. Pensava: ma fatti una vita invece di scassare le balle a me. E non rispondeva al commento.
Ma chi erano, quei due o tre che s’avvicinavano perfidi ai nostri status, alle nostre foto delle vacanze, per spargere il loro veleno?
Che volevano? Che reazione aspettavano? Ma soprattutto: che gliene fregava di noi?
Io me li ricordo. Erano pochi disgraziati, dimenticati da dio e da tutti. Oggi sono il primo partito.
Scrive Nicoletta Gosio, in Nemici Miei, Einaudi:
Quasi un secolo fa Ulrich, «l’uomo senza qualità» di Robert Musil, annotava che nello stato di Cacania «non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di profonda protervia» e, aggiungeva, «l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi ci trova tutti unanimi, […] aveva precorso i tempi e s’era perfezionata in un raffinatissimo cerimoniale, che avrebbe potuto avere ancora grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato troncato anzitempo da una catastrofe».
Meno raffinatamente ironico, ma egualmente poco ottimistico, è il ritratto, piuttosto somigliante, che nel rapporto del 2018 il Censis dipinge del nostro Paese rancoroso e incattivito, in preda, scrive l’autorevole istituto italiano di ricerca socioeconomica, a «una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico» che «talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio», a causa della «delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso». La rabbia, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo, può avere ovviamente molte buone ragioni, quali di sicuro lo sono ingiustizie, disuguaglianze, povertà, sentimento di esclusione, sfiducia nella politica e negli organi istituzionali. Una crisi aspra e lunga ha lasciato dietro di sé una scia di sofferenze sociali, precarietà, disoccupazione, riduzione dei redditi, che inevitabilmente hanno generato risentimento e rancore.
La faccenda non è solo nostra, ovviamente. Lo scontento è globale. Inutile illudersi che sia stato il Covid, le sere di coprifuoco, l’isolamento, il governo ladro o il capufficio stronzo. Sono tutti innocenti.
L’attuale straripante rabbia sociale è un fenomeno complesso e composito, che ha assunto l’aspetto di una nebulosa indistinta in continua, disordinata espansione, dove l’autentica indignazione e una genuina volontà di opposizione e cambiamento risultano pesantemente inquinate da polveri sottili di invidia, malanimo, micro e macro-conflittualità.
E così questo malanimo dei social è stato impastato come plastilina, fatto seccare e infine pittato a vernice come quei lavoretti - orribili - che facevamo all’asilo col das. E l’abbiamo chiamato attivismo, il lavoretto. Ma rancore era, e rancore rimane.
Ancora da Nemici miei:
«A complemento, le rivalse odierne ben poco hanno da spartire con gli scontri politici e le lotte di classe di qualche decennio fa, che anche nell’aspra contrapposizione di concezioni unilaterali cementavano spirito di corpo e costrutti di intesa in seno allo stesso gruppo di militanza – assai distanti dalla privatizzazione dell’esistenza e dall’autoreferenzialità delle reazioni che caratterizzano la temperie corrente del “ciascuno per sé e tutti contro tutti” in cui sembriamo immersi». In pratica, a differenza di oggi, le battaglie si facevano in nome di un gruppo di appartenenza, di un ideale o di un rancore comune verso un nemico comune. Oggi si tratta dell'io contro tutti, individualismo anche nello scontro, che spesso è solo fine a se stesso, senza obiettivi.
Insomma non è neanche scontento di prima qualità, rabbia fertile, lucida, quella che semini due anni prima e poi fiorisce una riforma di diritto del lavoro. Il nostro è il rancore della portinaia.
Siamo milioni di vecchi incazzati. E i più vecchi di tutti stanno diventando i giovani. Che è successo? Chi è che ci ha rovinato la vita?












