Aprire il giornale è ormai come pescare da un mazzo di tarocchi della malasorte. Online non è infodemia, sono convulsioni. Prendete questo titolo: «Cos’è l’aereo dell’Apocalisse che trasporterà i vertici Usa in caso di guerra nucleare».

Era meglio quando potevi prendere il caffè in santa pace e per leggere il giornale bisognava uscire. Ti passa pure la voglia di finire la brioscina alla marmellata, figurati quella di lavorare. Pare l’altroieri che le giornate cominciavano con le opinioni più fesse del mondo. Per esempio il tema della maturità: i ragazzini degli anni ‘20 sono abbastanza stabili emotivamente da reggere la vista del foglio protocollo vuoto all’esame? Com’eravamo innocenti, che campi di grano che erano i social. Gli anni venti: dal niente al troppo in mezza giornata.

Non si sa come stare

Quante apocalissi annunciate e documentate può sopportare un essere umano? Già il Covid pareva la fine di tutto, stiamo di nuovo come stavamo: con le facce sui telefoni. A pigiare tasti, a vedere che succede, a leggere e far scorrere video e pensare di avere in tasca il telegiornale Edizione Straordinaria. Pigliamo tutto: sparatorie, morti a terra, morti che camminano, missili sugli elicotteri, trattori con il carro armato a rimorchio, video commoventi, video divertenti. Sì, perfino al fronte ci si spassa con Tiktok.

Le informazioni adesso viaggiano, ma viaggiano con un bersaglio: noi. È tutto senza filtro senza senso e troppo veloce. Ti stacchi dal video e poi ci torni. È Twitter, aggeggio inutile, ma se parte la bomba atomica almeno lo sai cinque minuti prima.

Voglio parlare di quella fatica che ci è venuta. Quell’ansia. La stiamo chiamando in mille modi - languishing, brain fog generico, grandi dimissioni, desiderio di anno sabbatico - pensando siano vari problemi dello spirito e invece la faccenda è una sola e quasi chimica.

Siamo trascinati dentro questo piccolo gorgo privato. Noi soli col telefono. All’inizio di questo secolo ci avevano detto che con l’internet avremmo avuto il mondo in mano. È vero, ce lo abbiamo, ma solo per guardarlo mentre va a mille pezzi. Fuori, come una barzelletta, la vita sembra normale. Anzi non c’è manco una nuvola e fioriscono pure gli alberi a Milano. Che effetti ha la frattura dentro-fuori con cui conviviamo tutti i giorni? Perché ci sentiamo così flosci?

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In che modo gli eventi di questi ultimi due anni hanno contribuito al nostro frammentato senso di concentrazione?

Ci ha reso più stressati e sappiamo che lo stress innesca uno stato chiamato vigilanza – e la vigilanza è il modo di stare in cui trovi più difficile concentrarti perché il tuo cervello sta esaminando l'orizzonte alla ricerca di pericoli.

A rispondere è Johann Hari, in un'intervista al NYT e poi al Guardian: «Immagina, diciamo, di scrivere la tua dichiarazione dei redditi. Ricevi un messaggio, e lo guardi – è solo uno sguardo, che impiega tre secondi – e poi torni alla tua dichiarazione dei redditi. In quel momento, il tuo cervello deve riconfigurarsi, serve per passare da un compito all'altro»

Telefono-notizia online-sforzo di concentrazione-ritorno alla realtà. Telefono-notizia online-sforzo di concentrazione-ritorno alla realtà. Moltiplica per le mille volte al giorno in cui ti arrivano le notifiche ed è chiaro che hai il jet lag. Che salvezza abbiamo? Ignorare le notifiche inutili?

E come faccio io a saperle riconoscere, le notifiche inutili? L’impressione è quella di stare in una serie tv di quelle malintenzionate, dove non capisci bene se la storia deve far piangere o far ridere, per ora fa un po’ e un po’, bisogna arrivare all’ultima puntata. Per esempio adesso sto sfogliando l’album Instagram pre-elettorale di Macron con le mani in fronte dopo che ha parlato al telefono con Putin. Non so se pensare “che tragedia” o “pare un capolavoro di Corrado Guzzanti”. Mi ricordo ancora quando si poteva dire “dove andremo a finire?”, bei tempi, era prima di finirci.