Nuova invenzione tecnologica, nuova forma di molestia. A quanto pare la combinazione tecnologia e sessismo riesce sempre a creare nuovi drammi mettendo le donne in difficoltà tra shitstorm, condivisione non consensuale di materiale intimo, messaggi d'odio, deepfake porn e chi più ne ha più ne metta. Non c'è quindi da stupirsi che le molestie sessuali siano arrivate anche nel Metaverso. Nella realtà virtuale presentata da Zuckerberg lo scorso ottobre, pare siano già cominciati i palpeggiamenti (e ti pareva).

il metaverso ha un problema con le molestie sessualipinterest
PATRICK T. FALLON//Getty Images
Una ragazza mentre fa un’esperienza nel metaverso

A denunciarlo è stata una donna che stava testando una versione beta di Horizon Worlds ossia una piattaforma multiplayer di realtà virtuale sviluppata da Meta disponibile negli Stati Uniti e in Canada. Indossava naturalmente un visore e un sistema di acquisizione del movimento per poter interagire con gli oggetti nella realtà virtuale. «Non solo sono stata palpeggiata la notte scorsa», ha raccontato «ma c’erano altre persone lì intorno che sostenevano questo comportamento, cosa che mi ha fatto sentire isolata». Insomma, nulla di nuovo, solo in versione Meta. Al momento la realtà virtuale non prevede nessuna sensazione tattile, dunque la donna si è accorta della molestia solo a livello visivo e c'è già chi è pronto a sminuire la cosa. Il punto del metaverso però (era chiaro già dal video di Zuckerberg) è proprio far credere al cervello di star sperimentando una certa esperienza/situazione. «Le molestie sessuali non sono uno scherzo nemmeno nell’internet normale, ma la realtà virtuale aggiunge un ulteriore livello che rende l’evento ancora più intenso» ha infatti commentato la donna palpeggiata.

Il vicepresidente di Horizon Vivek Sharma ha definito l’accaduto un incidente «assolutamente spiacevole», ma ha ricordato che è possibile ricorrere al "Safe Space", una funzionalità che inserisce la persona in pericolo in una sorta di "bolla" e la allontana dalle interazioni con gli altri. Secondo la giornalista del Guardian Arwa Mahdawi questa soluzione è un po' come quella di chiedere alle donne di rimanere a casa la sera. «Cos’altro potevamo aspettarci da Meta?», scrive, «Ricordiamoci che Facebook è nato come “Facemash”: uno strumento con cui gli studenti potevano dare un voto alle loro compagne». «La misoginia», ha aggiunto, «è nel dna dell’azienda». E non solo.