Un mondo giusto è quello in cui tutte possiamo sentirci al sicuro. Dirlo oggi fa ancora un certo effetto: significa riconoscere che la strada è lunga, soprattutto quando si parla dello spazio digitale, che porta con sé questioni nuove e sempre più complesse, urgenti da affrontare.

È proprio qui che il lavoro di Silvia Semenzin diventa fondamentale. Il suo inizia nelle biblioteche universitarie da studentessa, prima, e da ricercatrice poi, dedicandosi al tema delicato della violenza di genere online, evidenziando come il web sia l’ennesimo luogo di predominanza maschile. Su questo si concentra il suo ultimo libro, edito da Einaudi, Internet non è un posto per femmine (2026), che rileva come il complesso mondo della Rete sia il luogo virtuale dove si ripropongono modelli di potere patriarcale e gerarchie già presenti nel mondo reale. Un prodotto che, alla sua nascita, invece di cogliere l’occasione per costruire un mondo nuovo e distaccarsi così dalle dinamiche già in atto, è diventato il nuovo piano su cui applicare la stessa logica di potere già presente nella realtà.

Eppure, le donne nella tecnologia sono state fondamentali. «Non sappiamo che il primo algoritmo l’ha scritto Ada Lovelace, che i primi codici sono di Grace Hopper, i primi grandi computer per calcoli dei missili balistici sono stati pensati dalle Eniac Girls, informatiche che sono state oscurate anche dalle foto storiche», ci dice Semenzin quando la raggiungiamo al telefono. «Internet è diventato uno spazio maschile, non lo è sempre stato», ci spiega, mentre ricorda una per una le donne che hanno costruito il sistema che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo. In quanto spazio libero, Internet è il luogo del desiderio, un luogo dove sembra che tutti abbiano il diritto di esprimersi e dove la violenza, fisica o verbale, attecchisce facilmente. È la natura stessa delle big tech e dei colossi che governano i social a permetterlo, ci spiega l’autrice, che dedica la propria ricerca a capire come è possibile rendere Internet un luogo più sicuro e regolamentato.

Nel 2019, mentre il Parlamento italiano si scervellava intorno al termine«revenge porn», cercando di formulare una legge, Semenzin si infiltrava in 50 gruppi Telegram – per la campagna IntimitàViolata – dove la pratica era ed è quotidiana, per conoscere i motivi alla base del fenomeno: mascolinità performativa e terminologia iper-sessualizzata sfociano nella condivisione di materiale fotografico senza consenso di donne e minori. Veri e propri «stupri digitali», per usare un termine dell’attivista e sociologa, che si combattono con leggi volte a prevenirli. Non fosse che, purtroppo, spesso dove c’è violenza, ci sono i click. Animando le chat, gli utenti portano guadagni alle piattaforme social che vivono anche grazie a questo. Silvia chiude con una nota positiva. Adesso che l’analogico ha lasciato spazio al digitale e che il virtuale è ormai il mondo che abitiamo, è più che mai importante «non lasciare tutti gli spazi in mano ai cryptobro della Manosfera. La tecnologia femminista esiste e anche se oggi c’è molto pessimismo, dobbiamo riappropriarci della possibilità di creare. È importante partire anche dall’offline, dalle assemblee e dalle piazze, ma poi reclamare il digitale e non lasciare sole le attiviste».