Bintou Mia Diop inizia dalla pace. Nel suo ruolo, che a soli 23 anni ricopre da qualche mese come vicepresidente della Regione Toscana – la più giovane della storia – e che inaugura attraverso un percorso aperto e partecipativo con gli stati generali della pace nel suo territorio. Inizia dalla pace anche la nostra conversazione, quando dall’altro capo della video-call WhatsApp mi trovo davanti una ragazza dal simpatico accento livornese e il viso incorniciato da una lunga cascata di treccine castane. Le sue parole sono precise e traboccano di coraggio: non confinano la pace nei limiti di un vocabolario astratto, sullo sfondo di un orizzonte immaginario, lontano. Il suo linguaggio è concreto, rispecchia piuttosto l’azione: «La pace diventa politica pubblica quando entra nelle scelte quotidiane delle istituzioni», mi racconta, «quando incide davvero nella vita concreta di tutte le persone».

Per questo insiste su un’espressione: costruirla “dal basso”. Vuol dire investire in educazione, sostenere scuole e università, creare percorsi che promuovano il dialogo e la cittadinanza globale. Ma anche rafforzare i legami fra istituzioni e società civile, mettere in relazione territori e persone. «La pace è concreta quando diventa opportunità, relazioni e diritti dentro la comunità», spiega. «Non è qualcosa che si dichiara: è qualcosa che si pratica». Ci sono luoghi in cui questa pratica prende forma in modo quasi tangibile. Come Rondine, in Toscana, dove ragazzi provenienti da paesi in conflitto vivono e studiano insieme. Qui s’impara che «la cultura della pace non è assenza di conflitto», spiega, «ma la capacità di affrontarlo senza disumanizzare l’altro». Quando le si chiede chi la ispira, Diop cita figure che tengono insieme rigore e visione. Enrico Berlinguer, «per l’idea di politica come responsabilità pubblica». Marielle Franco, «per la capacità di dare voce a chi non ne aveva». Ma accanto a questi nomi, aggiunge un altro riferimento: le persone che incontra ogni giorno nei territori. Amministratori, associazioni, giovani. È lì, dice, che la politica trova il suo senso più autentico.

E se si trova a guidare deleghe molto delicate e molto politiche, quanto pesa, nell’esperienza di Diop, il fatto di essere una giovane donna afrodiscendente in un ruolo così esposto? Alla fine, per lei, il punto non è essere un’eccezione. Non basta occupare uno spazio, se quello spazio resta chiuso. «Il mio obiettivo», racconta, «è aprire le porte». Rendere più normale la presenza di giovani, di donne, di persone con percorsi diversi dentro i luoghi decisionali. «Perché la vera misura di un percorso politico», sottolinea, «non è quanto riesca a distinguersi, ma quanto riesca a rendersi replicabile». Nella sua visione, la politica, come la pace, non è qualcosa che si impone dall’alto. È qualcosa che si costruisce – lentamente e collettivamente – creando le condizioni perché altri possano entrarci.