Quando si domanda a Diletta Huyskes come ha capito che da grande voleva occuparsi di etica delle intelligenze artificiali, risponde con un’immagine: quella dell’AI Now Institute della New York University, un centro di ricerca che riunisce sociologi, giuristi, psicologi, filosofi e informatici per discutere insieme dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società. Si era imbattuta nel loro lavoro mentre completava gli studi in Filosofia all’Univer-sità di Milano e ne era rimasta affascinata. «Ricordo proprio di aver pensato: il loro lavoro deve essere amplificato», racconta. Oggi Huyskes ha 30 anni ed è una delle voci più autorevoli in Italia sull’intersezione tra etica e intelligenza artificiale. Lo è diventata un passo alla volta, cercando costantemente modi diportare queste riflessioni fuori dalle aule universitarie e dentro al mondo reale. Dalla ricerca sulle implicazioni etiche del contact tracing per la Fondazione Bruno Kessler durante la pandemia al lavoro con l’ONG Privacy Network, con cui ha portato in Parlamento questioni come i bias degli algoritmi e il loro utilizzo da parte delle amministrazioni pubbliche. Nel 2023, Huyskes ha cofondato Immanence, la prima azienda italiana che collabora con enti pubblici e privati per assicurarsi che tecnologie digitali e algoritmi rispettino la legge e aderiscano a principi etici come equità, trasparenza e responsabilità. Un anno dopo ha pubblicato Tecnologia della rivoluzione, un saggio molto accessibile che racconta la storia della tecnologia come esclusione sociale, con l’obiettivo di avvicinare le lettrici a una riflessione critica su questi temi. Nel 2025 ha ottenuto un dottorato con una tesi su come i valori umani e culturali influenzano la progettazione degli algoritmi nei servizi pubblici – e su come dietro ogni sistema automatizzato ci siano scelte politiche e sociali, non solo tecniche.
Quel che più la preoccupa è che le applicazioni di AI più utili per la società – quelle che potrebbero migliorare i servizi ai cittadini, rispondere ai bisogni delle persone, supportare la sostenibilità ambientale – siano ancora pochissime, mentre proliferano gli usi militari e commerciali. Nonostante tutto, Huyskes è ottimista. «Se penso al 2018, in Italia non c’era niente», dice. «Qualche festival che invitava ospiti stranieri, qualche giornalista appassionato che faceva analisi di queste dinamiche». Da allora, però, «si è proprio creato un mondo, e questo naturalmente mi fa ben sperare». Sempre più persone, dice, stanno iniziando a capire che l’AI non è più uno strumento che si può ignorare o usare distrattamente: è diventata un’infrastruttura, qualcosa che permea la vita quotidiana quanto l’acqua corrente o la rete elettrica. Proprio come per quelle, vale la pena capire come funziona, e pretendere che funzioni bene.
Se le si chiede cosa può fare una persona comune per avvicinarsi a questi temi, la risposta è semplice: informarsi, e non smettere di usare il proprio spirito critico. «Tendiamo ad affidarci troppo agli output di qualsiasi macchina», spiega. «Dobbiamo ricordarci che questi strumenti non sono onniscienti, non sono oggettivi, e tra l’altro tendono ad accontentarci. È una caratteristica di design».












