Quando Juliette Howell, della House Productions che ha dato origine al progetto di The Good Mothers, si è imbattuta per la prima volta nel romanzo di Alex Perry da cui è stata tratta la nuova serie in arrivo su Disney+ il 5 aprile, non ci ha messo molto tempo per comprenderne la particolarità, in forza della prospettiva su un mondo, quello della mafia italiana, gravemente familiare ma presentato per la prima volta attraverso una lente differente: le donne vere e senzienti che raccontavano la storia nata da testimonianze reali su un caso di cronaca italiano, ferme nel loro desiderio di interrompere il ciclo di violenza e corruzione che avrebbe rovinato la vita della generazione femminile successiva. «Non vedo l’ora che la gente possa guardare la serie per sapere cosa ne pensa, anche se da qualche giorno dopo il successo a Berlino mi fermo e penso, Oddio. La vedranno tutti davvero». Eppure Gaia Girace dovrebbe esserci abituata. I consensi ricevuti a livello internazionale per il ruolo di Lila nell’Amica geniale dovrebbero già esserle bastati come prova di quanto il suo impegno profondo venga ripagato, anche se ha solo 19 anni e se l’irruenza e la sfacciataggine dei suoi personaggi sono lontanissimi dalla ragazza che mi parla dalla sua camera di Napoli.

In The Good Mothers, diretta da Julian Jarrold ed Elisa Amoruso con Micaela Ramazzotti, Valentina Bellè,Barbara Chichiarelli e recentemente vincitrice del “Berlinale Series Award” alla 73° edizione della Berlinale, Gaia è Denise, figlia e simbolo di tre donne che hanno osato contrapporsi alla ‘ndrangheta, ed è un ruolo in cui si trova, quello che dà voce a una generazione che si batte per far valere i diritti delle ragazze, cercando di dare una svolta al proprio futuro per avere un’esistenza diversa. Prima della serie originale Dinsey e di prestare il volto a Caterina de’ Medici per la miniserie francese Diane de Poitiers, per bocca di Lila e penna di Elena Ferrante diceva «guardami sempre, anche quando te ne vai da Napoli, così so che mi vedi e sto tranquilla», in una delle sequenze più forti girate da Daniele Lucchetti che per la terza stagione dell’Amica aveva sostituito Saverio Costanzo. Ma non sei stanca di tutta questa gravità, non la vuoi un po’ di leggerezza? «Mi piace interpretare personaggi con carattere che siano sempre diversi. Denise è una guerriera, è stata strappata alla giovinezza e può essere un grande esempio per le donne che ancora oggi sono sottoposte a questo tipo di sottomissione».

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Foto di Roberta Krasnig, styling di Sara Paolucci. Make Up di Samia Mohsein, hair di Flavio Santillo. Abito,DES FEMMES

A un certo punto ti chiamano, The Good Mothers ha vinto come miglior serie alla Berlinale.

«Una soddisfazione enorme e un’emozione grandissima. È il primo anno che la Berlinale istituisce un premio per le serie e ha vinto proprio una serie italiana. In realtà noi attrici eravamo soltanto alla presentazione, il giorno dopo, quello delle premiazione, eravamo a casa nostra. Quando l’abbiamo saputo non ti dico. Ci siamo chiamate, io ero a bocca aperta, mi sono messa a cercare articoli sulla vittoria che ancora non uscivano. Abbiamo fatto una videochiamata tutte quante e si sono aggiunti i registi con l’Orsetto d’oro, noi piangevamo».

Dici che ami rappresentare personaggi di carattere, noi ti abbiamo conosciuto nel ritratto della guerriera italiana degli anni Settanta per antonomasia all’interno dell’Amica geniale, Lila. È una veste, questa dell’irriverenza, in cui in qualche modo ti ritrovi?

«No, assolutamente! Io sono l'opposto di Lila e Denise. Certo ci sono delle caratteristiche del carattere che magari tornano anche nella mia vita, come la determinazione di Lila o la forza di Denise. Ma io sono timidissima, odio litigare. Sono solare, molto affettuosa».

Quindi, impari da loro?

«Ma non è che i personaggi cambiano la mia vita, sicuramente mi insegnano qualcosa ma riesco sempre a tenerli distanti da ciò che sono. Altrimenti sai che fatica? Bisogna tenerli vicini, ma non a tal punto da segnarti se no tutti gli attori ne uscirebbero matti».

Parlando di Lil, la terza stagione, Storia di chi fugge e di chi resta era stata il tuo vero banco di prova nella recitazione, e in quanto donne è stato difficile non restare emotivamente coinvolte. Come si fa a sopportare il carico emotivo di personaggi come questi, a 18 anni?

«È il mio lavoro, se non riuscissi non potrei mai fare l’attrice. Si trasporta con molta semplicità».

Parli con maturità, forse dipende dal fatto che con Lila hai iniziato a 13 anni. Come hai fatto?

«Non lo so [ride]».

Se fossimo nella serie diremmo “cazzima”.

«Con lei ci sono cresciuta. Ero diretta da registi strepitosi, tirare fuori la rabbia è stato bellissimo a quell’età».

Quando hai capito che volevi fare quello?

«Recitavo come hobby ma sapevo di voler fare l’attrice. Non ti so dire perché, lo sapevo e basta. Mia madre mi aveva consigliato di andare in un’agenzia a Castellamare di Stabia. Il primo giorno ho riso tutto il tempo perché ero felice».

E poi è arrivato Saverio Costanzo che ti ha scelto mentre frequentavi la scuola di recitazione di Napoli.

«Sì appena pochi mesi dopo ci sono stati i provini per L’amica geniale, hanno provinato 10 mila ragazze solo per i due ruoli principali, in tutta la Campania se ne parlava e l’ho fatto anche io che manco sapevo recitare. Proprio zero! Dicevano che vedevano in me un’estrema passione per il cinema e la voglia di migliorare. Ho fatto i provini per sette mesi, non mi facevano sapere niente, io fremevo non pensavo ad altro. Una tortura. E poi è andata».

Passione per il cinema nata in famiglia?

«Per niente. Papà avvocato, mia madre lavora nelle assicurazioni. Mi credi se ti dico che ce l’ho da sempre? Non riesco a trovare un punto di inizio, dirti sai ho visto quel film ed è cambiato tutto. Sono sempre stata una creativa, dalle medie, che facevo un’infinità di disegni, le cose che creavo in casa, cantavo ovunque, mi appassiona anche la moda».

«Le donne come Denise o Lila devono alzare la voce. Non bisogna avere paura di parlare»

Con L’amica geniale hai iniziato che avevi 13 anni e hai finito a 18. Cosa cambia nella vita di una ragazza quando il successo arriva tutto insieme, ed è tantissimo? Margherita [Mazzucco, l’altra protagonista femminile della serie di Ferrante che avevamo intervistato qui, nda] mi aveva raccontato che per tutta la sua adolescenza si è sentita chiamare Lenù.

«Ecco, a me chiamano ancora Lila. Però adesso qualcuno sta iniziando a chiamarmi Gaia».

Incredibile, sanno il tuo vero nome.

«Piano piano [ride]. Comunque sono cambiate tante cose. Il successo a 13 anni vuol dire lasciare. Era il primo anno di liceo quando ho iniziato a girare, ho fatto due mesi e mi sono dovuta ritirare, la quotidianità di una ragazza che dovrebbe essere andare a scuola, fare sport, uscire, è stata stravolta. All’epoca facevo pallavolo, mi piaceva tantissimo ma ho dovuto smettere, però nessuna di queste cose mi pesava, stavo inseguendo un sogno più grande».

Mai avuto un momento di sconforto o rimpianto? Forse anche la paura di rimanere confinata in un nome. Lila.

«Quando ho lasciato all’improvviso tutte le prime amicizie della scuola, non potevo nemmeno dire cosa stessi facendo. A nessuno. Io sono sempre stata una molto riservata, anche sui social posto pochissimo, quindi questo non mi è pesato, ma quando sono ritornata a scuola tutti mi vedevano in modo diverso. È stato come se il tempo per me non fosse cambiato nonostante vedessi i miei compagni cresciuti. Ci sono state amicizie che si sono allontanate e altre che si sono avvicinate per convenienza. Rimpianto no, anche se a volte penso che avrei voluto provare un’adolescenza diversa».

Ti sentivi più grande di loro, più adulta?

«A quell’età è sempre tutto complesso. Io sono una che mantiene sempre i piedi per terra, vivo la mia vita con assoluta normalità frequentando persone che non hanno niente a che fare con il mondo del cinema o della tv. Questo penso mi abbia sempre aiutato a rimanere Gaia».

C’è un altro filo rosso nelle opere in cui hai recitato fino ad ora ed è il machismo di una società che le tue ragazze provano a contrastare. È una presenza che avverti nella vita reale?

«C’è, tantissimo. Io personalmente non lo sento perché penso che quelle maschiliste siano persone talmente insignificanti che le tengo lontane. Ci sono donne che subiscono violenza domestica, pensa che quando è andata in onda la terza stagione dell’Amica geniale mi è capitato di incontrare delle ragazze in giro per Napoli che mi dicevano "mi sono rivista in Lila", "grazie perché mi hai fatto sentire rincuorata", o "hai detto le cose a voce alta". E io piangevo tantissimo e le abbracciavo anche se mi sentivo piccolissima. Noi raccontiamo storie affinché gli altri si immedesimino e riescano a trovare una via d’uscita».

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Foto di Roberta Krasnig, styling di Sara Paolucci. Make Up di Samia Mohsein, Hair di Flavio Santillo. Look, DES FEMMES

C’è una battaglia in cui credi anche tu?

«Tante, ma soprattutto questa. Le donne come Denise o Lila devono alzare la voce. Non bisogna avere paura di parlare».

Alzare la voce vuol dire essere libere?

«Sentirsi libere di scegliere, di parlare è un valore profondissimo. Nel momento in cui da ragazza ti senti libera di combattere per le cose che ritieni ingiuste significa che non hai più limiti. La libertà è un tema vasto, vuol dire esprimerti senza avere paura del giudizio altrui. Io combatto ogni giorno per raggiungere quell’obiettivo lì, forse è l’aspirazione più grande sul piano personale. Avere la maturità di dire posso avere voce in capitolo».

Sul piano lavorativo invece, hai già recitato accanto ad alcune delle migliori attrici italiane, come Micaela Ramazzotti. C’è un faro a cui guardi e che tieni come obiettivo professionale?

«Vanessa Scalera, mi fa impazzire».

Esiste un ruolo con cui pensi già ti piacerebbe confrontarti?

«Magari fosse solo uno. Mi piacerebbe sicuramente far parte di un film d’azione, un poliziesco. So che è una cosa che ti diranno tutti, ma che bello sarebbe stare in un film horror anche se mi fanno paura da morire, potresti tirare fuori tutto. Oppure interpretare una star degli Anni ’50, prima di tutto per vedermi anche bella. Per carità tutti i personaggi che ho fatto sono bellissimi, ma mi sacrificano sempre tanto [ride]».

Considerando quanto sia complesso piacersi a 19 anni, quanto è faticoso accettare che il mondo ti veda in un modo in cui esteticamente non ti piaci?

«Non così tanto, in realtà. In generale nella mia vita ci sono volte in cui mi faccio carina e penso dai, oggi va bene. È sempre un rapporto altalenante, ora so come valorizzarmi. È una cosa che migliora con il tempo e penso che l’importante sia sentirsi a proprio agio. Sul set lo sono praticamente sempre».

Dimmi tu qual è la cosa più pesante da sopportare alla tua età.

«Oddio. Tutto il resto? Pensare che non devi rimanere mai allo stesso livello, almeno per me è così. Che devi sempre fare un po’ di più perché questa è la tua sola occasione».

Hai paura di perdere tempo?

«Ti faccio un esempio. Sono sempre stata sicura di voler fare l’attrice, ma durante il Covid ho avuto mille pensieri, non ero più così convinta. Pensavo di iscrivermi anche in Università proprio perché “non devo chiudermi porte, non devo sprecare le occasioni”. Poi è capitata la terza stagione dell’Amica e ho capito che mi stavo perdendo nelle paranoie. Le cose bisogna farle bene, con serenità e con un senso, anche se ti dici che devi sempre alzare l’asticella».