Per Margherita Vicario, cantautrice, attrice, regista premio David di Donatello 2025 con il suo film d’esordio, Gloria!, un punto di vista dev’essere sempre plurale. Proprio come fa nella sua arte, che approccia senza barriere, è profondamente convinta che i diritti umani vadano abbracciati e supportati nella loro totalità. Anche per questo, il Roma Pride l’ha scelta come una delle tre ambassador dell’edizione 2026, occasione che la cantautrice ha accolto con gioia, come possibilità di partecipazione concreta: «Sono stata tanto nelle piazze, soprattutto nell’ultimo anno, e mi sono riempita gli occhi delle tante manifestazioni, da quelle a sostegno per la Palestina al 25 novembre. Il Pride è uno dei momenti più importanti in cui ci si riversa, uniti, per le strade». Poi aggiunge: «Sono ben felice di essere una delle ambassador, proprio perché ci sarei andata comunque». Così mi spiega quando la raggiungo per la nostra chiacchierata.
Qual è il ricordo più bello di un Pride a cui hai preso parte?
«Una volta ero a Torino, che è una delle mie città del cuore, dove si tiene un Pride molto partecipato. Lì ho una cara amica proprietaria di un locale che si chiama Barbiturici e che, essendo un punto di riferimento per la comunità LGBTQIA+, ha il proprio carro. Mi sono fatta il Pride a bordo, insieme a tantissime persone in festa, e ne sono stata felicissima».
Mi è tornata in mente la tua “Orango Tango” in cui condannavi il Family Day e proponevi, ironicamente, di trasformarlo in un Pride. In un certo senso hai portato a termine la missione.
«L’altra sera ero a cena con una mia carissima amica, parte della comunità trans, che mi ha fatto notare la stessa cosa e mi diceva: “guarda che ‘Orango Tango’ è una canzone che ha un valore, perché è stata capace di parlare di quell’epoca violenta del Family Day di Verona e della propaganda di Pillon, di farlo con rabbia e ironia, di criticare apertamente quelle manifestazioni che erano un insulto alla vita”. Lo dico con modestia, ma se riguardi a quel periodo, alla fine, cosa rimane? Quell’agglomerato di gente che odiava altra gente si è sciolto, mentre una canzone rimane per sempre».
Da Bingo (2021) a Showtime (2024) la tua musica ha sempre un’anima sociale, da dove arriva questa esigenza?
«Penso che l’identità di tutti sia un’identità sociale: siamo parte di una famiglia, poi della scuola, del Paese e del mondo là fuori. Ragione per cui il pensiero dominante, se vogliamo usare un parolone, influisce sulla vita di ognuno con le sue regole, che non per forza sono in accordo con il sistema di valori personale. Spesso sono regole che ci fanno soffrire. La realtà politica e sociale, la realtà del mondo, mi è sempre sembrata qualcosa che potessi osservare e provare a tradurre in musica. Credo che condividere la propria prospettiva, soprattutto femminile, sia un modo per riconoscersi nelle altre, perché poi tante esperienze di vita si assomigliano. D’altra parte penso che la nuova musica a cui sto lavorando sia un po’ meno politica, sai? Forse è più emotiva».
Al Pride di Roma sei protagonista, insieme a Levante e Francesca Michielin. In che modo supporti la manifestazione?
«Quest’anno non c’è una madrina ma ci sono le amiche, che trovo un concetto bellissimo, capace di sottolineare questa nuova epoca di partecipazione e risveglio collettivo. In questo senso, il Pride ha attivato progetti che vanno avanti tutto l’anno. Io sono a supporto del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli e dei suoi PrEP Point, luoghi in cui poter parlare di malattie sessualmente trasmissibili, dove trovare test gratuiti, anonimi, rapidi. Il tutto senza giudizio, per lavorare sullo stigma e parlare di prevenzione come base del benessere collettivo. Poi c’è la musica: io ho avuto l’occasione di inaugurare la Pride Croisette con un live tutto mio, mentre il 19 giugno è previsto il concertone insieme a Francesca Michielin, Levante e tante altre artiste. Dai live ai talk, fino alla manifestazione, penso che le occasioni per scendere in piazza vadano sfruttate, perché danno un senso di benessere collettivo, di essere parte di qualcosa in cui siamo tutti uguali. Penso alla grande manifestazione per Giulia Cecchettin: ci sono delle cose che ti rimangono negli occhi e nel corpo, che ti fanno capire che puoi essere agente del progresso e non solo osservatrice. Chi governa non ti può ignorare e, molto spesso, i grandi cambiamenti partono dalle persone comuni come noi».
Make-up, Caterina Fico
Assistente luci, Luca Magalini
Produzione Hearst Magazine, Sofia Ceresero
Video, Leonardo Marrone
Editor in Chief Martina Mozzati
Team, Lia Bono Lin, Laura Ghizzaglia, Cecilia Alba Luè, Martina Covre, Marika Bonacina, Eleonora Boin














