Abbiamo iniziato ad andare al Mi Ami che avevamo più o meno vent'anni, all'incirca dieci anni fa. Di quello che succedeva ci ricordiamo poco, se non che non sapevamo dove o cosa fosse, come arrivarci, chi avrebbe suonato e quando, quanti palchi ci fossero. Venivamo da un posticino nelle Alpi del Nord Italia sopra Milano; ci bastava che fosse della musica in un parco, si andava e basta. «Avevamo vent'anni e la verità è che non sapevamo di averli, – ricorda la mia compagna numero 1 di Mi Ami – abitavamo il mondo, e il Magnolia, senza chiederci quale fosse davvero il nostro posto, se potessimo davvero occupare quello spazio. Non pensavo alla lavatrice che devo comprare da tempo, né alla spesa che sto rimandando da troppi giorni; ai miei amici che vedo sempre troppo poco, a quelli che ormai non vedo più». Sono memorie confuse anche quelle della mia partner numero 2, o forse è perché me le racconta mentre mi dice: «Scusami ieri sera non ce l'ho fatta, sono andata in attacco di panico che mi ha chiamato un avvocato per un atto, e quindi ero in sbatti».
Per le mie fedeli amiche di festival e di vita, il Mi Ami dei vent'anni è principalmente quello dei Pop X nel loro prime (quindi anche più di uno): «Penso fosse il disco di "Secchio" e "Frocidellanike" (Lesbianitj, 2016, nda), facevano un sacco di danze scoordinate sul palco, o forse erano solo salti pazzi, e noi li facevamo con loro», dice la 1; «Era quando facevano i concerti tutti completamente fuori; una volta c'era un foglio di alluminio che continuavano a lanciarsi e con cui si coprivano il copro, mentre ballavano in modo confusionale – aggiunge la 2 – L'ho percepita come un'esibizione lunghissima ma con zero parole. Hanno cantato solo "Io centro con i missili", ma perché è salito Calcutta sul palco a farla».
Prima della metro blu, prima delle App dedicate e forse anche prima dei food truck, il nostro Mi Ami dei vent'anni era questo gruppo synth-indie-hyper pop, electroclash, nu-disco formatosi a Trento con Davide Panizza. Non mi sorprendo più di tanto quando chiedo a faccianuvola quale sia la canzone che più di tutte gli ricorda i suoi vent'anni, lui mi risponde con il nome di un gruppo ed è proprio quello dei Pop X: «Sicuramente le canzoni, i testi e i suoni, ma non solo – commenta il cantautore e produttore classe 2002 – in realtà è proprio tutta l'esperienza dei loro concerti, a vent'anni li ho visti ovunque: a Milano, a Bologna, a Trento. Sono un vero fan». La loro musica, che influenza i progetti, di Alessandro Feruda, dall'ultimo album il dolce ricordo della nostra disperata gioventù del 2025 a quelli precedenti, «cattura certo la spensieratezza, ma quello che mi porto via io da loro è una sorta di malinconia di fondo, un sottotesto nostalgico che a me arriva molto e che forse è la ragione per cui li ho trovati proprio in quella fase della vita». E in effetti, il ricordo della gioventù è dolce come la loro "vita stupenda dentro la tenda", parafrasando, ma lei è disperata, "Drogata schifosa".
Quest'anno sono venti anni di Mi Ami Festival, il Festival della Musica bella e dei baci, e per l'occasione abbiamo provato a capire con faccianuvola, passato dal palco WeRoad venerdì 22 maggio, in una delle date del suo tour estivo 2026, cosa significa avere vent'anni, cosa vuol dire averli mentre si fa e si ascolta la musica, mentre si attraversa la vita da ragazzo e da artista. Approfondendo origini, repertorio, influenze e rapporti, ci ha raccontato la strada che sta percorrendo per diventare davvero chi è, tra elettronica e cantautorato. Quando lo chiamo, mi risponde da quelle stesse Alpi da cui scendevo un tempo per venire al Mi Ami.
Il tuo ultimo disco si intitola Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù. Se li dovessi riassumere, quali sono gli aspetti che rappresentano i vent'anni al suo interno?
«Penso che si cominci intorno a quell'età ad avere nostalgia di quello che c'è stato, ed è infatti un po' quello che indago nel disco. Quelle canzoni le ho scritte che avevo ventidue, ventitré anni e a riguardarle ora mi sembra facciano parte del periodo in cui ho iniziato a riconoscere l'adolescenza come una dimensione diversa, che stava finendo; ho voluto salvare una serie di emozioni spensierate, tutte quelle cose che non torneranno mai più, tutte le prime volte, l'ingenuità di quel periodo. A vent'anni, almeno a me, è arrivata un certo punto e in modo molto forte questa nostalgia, legata non necessariamente a tempi belli, – come poi dice il titolo del disco, anche disperati – avevo proprio nostalgia anche di come si stava male prima. Come sarà successo a tanti dei miei coetanei, diciamo che il mio spartiacque fra queste fasi della vita è stato un po' il Covid: è iniziato che avevo diciotto anni ed ero in quarta superiore, è finito che ne avevo ventuno e avevo appena deciso di dedicarmi alla musica dopo aver lasciato l'università. L'album si inserisce come momento netto di divisione e stacco, in cui volevo raccontare tutto quello che c'era stato prima dei lockdown e tutto il resto. Quando ne siamo usciti, chi ha fatto i vent'anni durante il Covid, si è trovato che era tutto cambiato, eravamo cambiati. Fuori e dentro di noi era tutto diverso: ho cercato di raccontare com'era prima, facendolo rivivere nei testi».
Forse è proprio perché avevi vent'anni quando l'hai scritto che a livello sonoro è un blend tra musica elettronica e cantautorato?
«È una prospettiva a cui non avevo mai pensato. Se lo ripenso ora questo contrasto, a un anno dall'uscita del disco, mi pare chiaramente un sintomo di indecisione. Io in primis non sapevo cosa volevo essere: mi piaceva, mi piacciono i suoni, mi piace essere un produttore, ma mi piace anche scrivere le canzoni e fare il cantautore. Stavo cercando di mettere tutto insieme ed è finita così. Questo in effetti e un po' da ventenne forse: voler essere una cosa, ma anche un'altra, non capire bene in che casella, stare un po' nel mezzo delle cose».
A un anno di distanza dall'uscita, quindi, quanto ancora stai vivendo il dolce ricordo della disperata gioventù? Come stai evolvendo?
«Questo disco non mi ha ancora abbandonato, sono in tour praticamente da quando è uscito e vederlo rivivere nelle persone me lo fa apprezzare ancora ogni volta. Sto cercando altre strade, sicuramente sto sperimentando. Tra il cantautorato e l'elettronica per ora sta vincendo il primo: sto andando in una direzione che è sempre più quella di un nuovo disco di canzoni, sto levando l'autotune e coinvolgendo dei musicisti con l'idea, che per ora è solo un'idea, di creare una band e tornare a fare quello che fanno appunto i cantautori: scrivere canzoni, chiamare i musicisti, suonarle dal vivo senza computer. Ovviamente il mio prossimo album è ancora un cantiere aperto, sono in fase di scrittura e riordino, è ancora tutto molto caotico. Sì ecco, forse, man mano che i vent'anni proseguono, mi sento sempre di più di essere un cantautore. Come gioco creativo mi ero imposto di fare un disco che non parlasse d'amore: per ora posso già dire di aver fallito».
Lo stai scrivendo mentre sei tornato a vivere in Valtellina, tua (e mia) terra d'origine. Cosa significa avere vent'anni in provincia e in montagna?
«Non è sempre facile. Ci si annoia parecchio. Ora le cose stanno migliorando tanto, ma gli spazi giovanili sono un po' difficili da trovare. A quell'età comunque si ha voglia di andare via. Tantissimi vanno via, anche solo per fare l'università, e non tutti vanno via bene. Ci sono proprio persone che odiano questo posto perché non è un posto semplice, c'è la crisi demografica, i paesini si spopolano, l'età media rimane molto alta, si finisce per incontrare sempre le stesse persone. Un ventenne ha fame, ha voglia di vedere, viaggiare, fare, incontrare nuove persone: le montagne in questo senso non aiutano, chiudono proprio materialmente l'orizzonte. Dopo aver visto un po' cosa c'è in giro però qualcuno (come me) ritorna. Si cambia continuamente idea su questo posto e si ritrova un affetto, una connessione con la nostra valle».
Che cosa fa un ventenne alla Valtellina e la Valtellina a un ventenne? Che cosa crea l'incontro tra un ragazzo che cresce e una dimensione naturale, di montagna?
«Secondo me per chi fa musica non è male. Per essere una realtà provinciale ci sono tanti musicisti, c'è un bel giro di festival come il Perestrojka. Credo che in questo momento la musica stia molto bene in Valtellina, c'è proprio una scena florida. Ci sono i Ricche le Mura, c'è Merli Armisa, gli Scemodiguerra, Tueri Damasco, i Mai più inverno che fanno folk malinconico e adesso c'è anche cuginoallaseconda, un ragazzo giovanissimo che anche lui miracolosamente fa elettronica. Secondo me in Valtellina a vent'anni o poco più in là nasce un po' di voglia, di fare, di creare spazi, sia fisici che sociali. Soprattutto in chi è andato via e poi tornato nasce la voglia di portare su gli spazi che ha trovato in città, proprio con uno spirito tipo: "Ok, qua qua non non c'è niente, facciamolo noi". Questa è una dimensione che magari chi cresce dove c'è già tutto non può sperimentare, perché è già tutto saturo di realtà, di collettivi, di studi di registrazione, qualunque cosa, ed è un po' un lavoro diverso quello di inserirsi. È forse un paradosso: da un lato qui è brutto perché non c'è niente, dall'altro è bello proprio per quello. Alla creatività pura poi fa benissimo stare qui, l'assenza di stimoli fa bene, ti sprona. A livello artistico fa bene stare qui anche per non farsi contaminare, in qualche modo, dalle dinamiche tendenzialmente più urbane: tipo andare a rincorrere necessariamente il suono nuovo, che va di moda, la coolness. Tutti ci cascano, soprattutto a Milano, e ci sono cascato anche io. Starne un po' fuori, invece, fa benissimo. Quella roba sarà sempre come una rincorsa, mentre qua è più facile andare a ricercare una propria identità e verità, che possa valere anche tra dieci anni, quando quel suono non andrà più di moda. Credo sia un ambiente meno performativo, forse dalla provincia escono cose più sincere».
Se a livello sonoro me l'hai appena detto, a livello testuale come la natura e la connessione con le montagne influenzano la tua musica?
«Sicuramente c'è tanta natura nei miei testi, però è una cosa che mi è stata fatta notare dagli altri, non è che me ne ero mai accorto davvero. È stato spontaneo, forse solo in "un'ora come prima", che è una canzone a cui sono molto legato anche per questo, ho messo consapevolmente i riferimenti a come sono cresciuto quasi bucolicamente a Villapinta, al nascondino nelle vigne. Come anche il Monte Zebrù di "fulmine a ciel sereno". Queste cose torneranno anche nelle prossime canzoni».
Ma com'è quindi stare su un palco a vent'anni? Andare in tour come una rockstar...
«Io ho fatto tanti tour diversi, ora siamo appena ripartiti con quello estivo e siamo in cinque, c'è un furgone, c'è una persona che guida; l'estate scorsa andavo io con la mia macchinina e il mio computerino a fare i concerti, eravamo in due. La musica dal vivo per me è una dimensione eccezionale. Oggi ci sono tanti modi per avere un contatto diretto con il pubblico anche senza fare i concerti, tanti artisti che conosco e che stimo non apprezzano più di tanto la dimensione dei live. Se un tempo pensavo fosse una cosa mia quella di amarli, oggi vedo nei ventenni una specie di rifiuto parziale, per così dire, dei social, e un ritorno al palco e al parterre; mi sembra di ritrovare un sentimento quasi collettivo ai miei concerti, forse di gente che si è un po' rotta di ascoltarmi nelle cuffiette e che vuole venire a vedere come sono fatto in faccia e vivere la musica insieme. Con Internet, i live sembrano quasi una novità per la nostra generazione e questo crea anche una sorta di magia che mi piace molto».
A proposito del tuo tour, quest'anno è la terza volta che passi dal Mi Ami Festival. Che cosa ci puoi dire dello show che hai portato?
«È un concerto audiovisivo, audio-video-luci, in realtà. Rispetto all'estate scorsa c'è una componente video ancora più impattante, curati dalla visual artist Alessia lottosullalilla, ci sono le luci nuove, il cui disegno è stato fatto da Giuseppe Tomasi detto Porky. La grande novità è questa direzione quasi immersiva. Secondo me è il mio concerto nella sua versione migliore, ci sono dei momenti musicali che non hanno trovato spazio nella versione registrata dell'album, ma che sono comunque tutte cose tratte da quel mondo, ci sono sorprese finali con qualche cover».
E da spettatore come ti vivi i festival, come ti vivi il Mi Ami?
«Io mi mi diverto sempre moltissimo ai tour estivi, è comodo perché assumo lì la mia dose di musica dal vivo senza andarmela a cercare. Io ho proprio bisogno di andare a sentire i concerti e i festival a cui partecipo come cantante sono sempre molto belli anche come ascoltatore. Scopro un sacco di musicisti bravissimi, sono la mia fonte principale di ricerca. Mi piace anche la dimensione del club, però forse più il suo lato nerd, legato a determinati filoni musicali che mi interessano, il resto lo sento meno mio. Il MIAMI invece è davvero casa».
Per concludere su una nota un po' romantica, da qualche giorno è uscito il nuovo album di Rareș, SINCERO!, e ci sei anche tu nel brano "Hanno previsto pioggia". Nel tuo disco invece avevate collaborato a "agosto". Che peso hanno certe amicizie artistiche, soprattutto a vent'anni?
«Per chi si porta dietro gli amici da tanto tempo può essere difficile ritrovare un determinato tipo di legame con persone che si conoscono più tardi. Invece lui è diventato comunque centrale, uno dei miei amici più stretti. Noi ci siamo conosciuti perché eravamo fan l'uno dell'altro – io ero super appassionato di un suo vecchio disco e a lui erano arrivate le mie demo –, piano piano poi abbiamo iniziato a fare musica insieme. "Hanno previsto pioggia" è una canzone sua che lui voleva buttare e in un certo senso io sono riuscito a salvare. Prima era prodotta in un altro modo, con uno stile e una sonorità che probabilmente non funzionavano. Io gli ho solo detto: "Guarda che invece questa canzone, secondo me, se la provi in un altro modo è molto bella", lui ha provato ed è andata effettivamente bene. Il suo è un break-up album, e così anche questa canzone su cui ho messo alcune mie parole; la sento mia e in generale anche molto vicina. Per me comunque è stato fondamentale e importantissimo avere avere qualcuno con cui con cui condividere questo lato della mia vita. Una cosa che succede spesso a vent'anni è vedere le persone che ti erano vicine come binari, e questi che si allontanano l'uno dall'altro sempre di più. Ognuno prende la sua strada, ci si vede meno spesso ed è una cosa che ho vissuto: dei miei amici storici quasi nessuno è finito a fare il musicista o comunque qualcosa a che fare con il mondo dell'arte. Che va benissimo, sono ancora i miei amici e chi se ne frega, però ho sentito il bisogno si parlare con qualcuno di ciò che succede nelle nuove dimensioni che ho trovato. E Rareș in questo senso è stato importantissimo. Possiamo confrontarci su come ci si sente a fare un disco, a non essere sicuri di una canzone, a provare e riprovare o a fare un concerto che non va. Tutti problemi di cui prima non sapevo nemmeno con chi parlare, ora invece ho una persona con cui attraversare, affrontare e vivere tutto ciò».
















