A volte si ha la sensazione di essere come pezzi di un puzzle incastrati in un quadro gigantesco, con zero spazio di manovra. Anche se i contorni non sempre coincidono con la volontà, ma anzi, premono con forza lungo tutto il perimetro. Perché, per dirla alla Pennac, «il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente». Andrea Delogu del cambiamento ne ha fatto una specie di bussola: lo ha accolto, coccolato, traendone l’entusiasmo e la coscienza per ridisegnare i propri contorni fuori dal prestabilito, per sopravvivere a quella che nel suo spettacolo teatrale 40 e sto chiama la «maleducazione sentimentale». «Sin da piccoli, le prime favole ci crescono con l’idea che per essere una persona completa, per fare il tuo dovere di essere umano, ci siano delle tappe da seguire. Imprescindibili. Io ci ho provato, ma mentre lo facevo non mi sentivo molto comoda in quel vestito lì».

andrea deluge cover digitalepinterest
Simone Biavati

Se immagini i tuoi 40 anni come un viaggio, dove fissi gli snodi cruciali?

«Il primo, senza dubbio, quando sono andata a vivere fuori da San Patrignano [i suoi genitori si sono conosciuti lì e lei ha trascorso i primi anni all’interno della comunità, nda]. Era come andare a scoprire un mondo nuovo, conoscendone già uno. Poi quando ho lasciato Rimini per fare la gavetta tra Milano e Roma: lì ho scoperto un nuovo mondo, la grande città».

Ti stava stretta la provincia?

«No, tutt’altro. A differenza di tante persone, io mi sono trasferita in una metropoli perché stavo troppo bene a casa mia. Era tutto comodo, perfetto, mi sarei costruita tutta la vita lì. Mi sono resa conto però che a volte, per crescere, bisogna andare dove c’è il rischio, fuori dalla propria comfort zone».

Tra tutti questi traslochi, c’è qualcosa che ti porti sempre dietro?

«Non mi sono mai affezionata agli oggetti fisici, proprio perché perderli mi faceva stare troppo male. Ho investito sulle persone, sui rapporti: non c’è niente che mi succeda che sia solo mio. Anche nei momenti difficili, quando la sofferenza ti porta a pensare che esisti solo tu nel mondo, ho la necessità di cercare aiuto. Che è un bellissimo superpotere».

C’è una battuta di Meg Ryan, in Harry ti presento Sally, che dice che «il tempo dopo 36 anni va più veloce». Confermi?

«In realtà no, forse perché facendo tante cose diverse e non avendo una routine, non ho questa sensazione. Tra l’altro quando ero bambina volevo crescere, e mi dicevano che un giorno il tempo sarebbe volato. Ero terrorizzata da questa frase, perché non voglio che il tempo voli. Mi piace sentirlo mentre passa».

andrea delogu cosmopolitan cover digitalepinterest
Simone Biavati

Cos’altro ti fa paura? C’è qualche cosa che ti spaventava prima e ora non più, o viceversa?

«Mi ha sempre inquietato non accorgermi delle cose belle che ho accanto, della meraviglia: da ragazza ero molto toccata dai grandi artisti come Kurt Cobain che si toglievano la vita. Non riuscivo a capire come fosse possibile visto che avevano tutto. Io che ero cresciuta in un contesto, San Patrignano, dove anche le piccole cose diventavano meravigliosamente grandi perché avevano un significato».

I tuoi sogni come si sono trasformati?

«Sognavo di essere indipendente e di avere una casa mia. Che tra l’atro ho comprato adesso, la mia prima, e sono felicissima. Quando il sogno diventa un obiettivo vuol dire che sta funzionando qualcosa».

La domanda delle domande è: crescendo si cambia veramente, o è soltanto un’illusione?

«Credo che si prenda coraggio, perché impari a conoscere te stesso, che è l’arma fondamentale. C’è un periodo della vita in cui può capitare che ti imponi di essere in un determinato modo per non deludere nessuno, poi però capisci che devi trovare il modo di non deludere neppure te. È per questo che dico che i miei 40 anni sono belli, e spero che di qui in poi sia sempre meglio: ho più consapevolezza di chi sono, dei miei limiti e della mia forza. Certo, ho dovuto fare un lungo percorso di analisi, importantissimo, che mi ha aiutato tanto: per altri magari è più breve, conoscono tante persone che hanno preso coraggio prima. Con lo spettacolo però ho visto che in tanti, tra il mio pubblico, raggiungono certe consapevolezze a questa età».

Dicono non ci sia presa di coscienza senza dolore. Che rapporto hai con la sofferenza?

«Nessuno ne è immune. Io benedico le cicatrici che lascia perché nei momenti in cui sono sdraiata al tappeto e credo che sia la fine di tutto penso a quante altre volte in passato ero convinta che non ce l’avrei fatta».

Ce n’è una in particolare?

«Alcuni anni fa, quando sono coincise un po’ di cose nell’arco di tre mesi: la scomparsa di mia nonna, un blocco totale del lavoro e il mio divorzio [da Francesco Montanari, nda]. Ci sono stati giorni che ho pensato davvero di non farcela, invece sono qui a raccontarlo nello spettacolo. È una parte di cui vado particolarmente fiera, perché per sopravvivere ho chiesto aiuto: c’erano i miei amici, la mia famiglia, c’ero io».

andrea delogu cosmopolitan cover digitalepinterest
Simone Biavati

È tornato anche l’amore, con una persona più giovane di 16 anni, il modello Luigi Bruno. A proposito di luoghi comuni, ti ha dato noia il chiacchiericcio che si è sollevato?

«Non nascondo che, quando ci hanno paparazzato e la storia è diventata pubblica, mi hanno fatto incazzare alcune battute ciniche e crudeli. Poi ho pensato, sai che c’è? Ne parlo finché non si stancheranno di stupirsi. Non ho nulla da nascondere, ci amiamo e come sono finite alcune altre relazioni con persone della mia età, può finire anche questa. Almeno potrò dire di essermela vissuta».

Parlandone, appunto, ti chiedo se per te cambia la progettualità.

«Francamente l’avevo già abbandonata. Quando mi sono sposata, davo per scontato nella mia testa che il mio matrimonio sarebbe stato per sempre. Quando ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che era finita, è come crollato il castello: ho fatto pace con la progettualità e ho capito che è un po’ una chimera. Certe cose è bello dirsele, fare programmi, pensare che tra cinque anni andremo da qualche parte, ma in verità non puoi sapere se starai ancora insieme a quella persona. E questo non dipende dall’età».

Quindi se ti chiedo dove ti vedi tra cinque anni, non vedi un fotogramma?

«Ho smesso di darmi del tempo. Posso dirti che questa estate vado in Giappone, ma intorno a tutto gira la priorità di stare bene. Sono nella fase della consapevolezza, passo dopo passo voglio scoprire sempre di più chi sono».

Tra podcast, romanzi, teatro e tv, gli impegni non mancano. A proposito, che cartolina ti porti dietro dall’ultimo Sanremo dove hai condotto Prima Festival?

«La bellezza dei miei colleghi. Non conoscevo gli Autogol e Jody Cecchetto, sono di un’altra generazione, non credevo potesse essere così bello avere una condivisione di ruoli simili. Ricordo che prima di scendere le scale dell’Ariston per la presentazione di Amadeus, io e Jody eravamo nel backstage a dividerci le battute. A un certo punto ci siamo guardati, abbiamo buttato via gli appunti, siamo stati insieme. Ed è andato tutto alla grande. Ecco, la bellezza di vivere le cose come vengono. Un’altra cosa che ho imparato crescendo».