Ha un fuoco dentro, dice, che lo manda avanti. Che si riaccende irresistibilmente ogni volta che, sfinito dalla stanchezza, si ritrova a oziare sul divano. Che lo spinge a continuare a cavalcare l’onda: perché chissà cosa c’è dopo, chissà cosa può capitare domani, chissà fino a dove si arriva rimanendo in equilibrio sulla cresta. In Mattia Stanga, classe 1998, sembra esistere la fortunata sintesi di due energie: fantasia e concretezza. È un sognatore accanito, ma con i piedi per terra. I riflettori si accendono inaspettatamente su di lui durante il lockdown del 2020. Chiusi tra le mura di casa, c’è chi ha cucinato la pizza, chi ha guardato serie tv, chi ha improvvisato allenamenti cardio in salotto. Mattia Stanga ha pubblicato i primi video comici su TikTok. Per noia, senza grandi aspettative. Perché non c’erano gli amici di sempre con cui ridere, forse, allora tanto valeva provare a far ridere tutti gli altri.

Quasi tre anni dopo a seguire i suoi video POV, che sta per Point Of View, ci sono 2,9 milioni di utenti su TikTok e 1,1 milioni su Instagram. Semplici, ironici e spontanei, riconoscibili per l’accento bresciano ormai diventato marchio di fabbrica, i video funzionano «perché sono uno specchio della quotidianità: raccontano situazioni comuni e persone che incontriamo tutti i giorni, che è facile riconoscere», spiega Mattia. In questi tre anni, innumerevoli video virali a parte, ci sono stati anche la conduzione dei pre-show TikTok all’Eurovision Song Contest 2022, il podcast Sei Stanga?, produzione di Spotify Studios in collaborazione con Chora Media, il libro delle risposte Chiedi! Io mai Stanga di rispondere appena uscito per Rizzoli, persino la prima sfilata in passerella. Ma il cassetto dei desideri è sempre colmo, almeno quello di Mattia. Che adesso sogna di mettersi ancora alla prova, questa volta nel mondo del cinema.

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Simone Biavati
Foto di Simone Biavati. Styling di Giovanni beda. Mattia indossa completo, Des phemmes; scarpe, Crocs modello Echo Clog. Thanks to Hotel Londra, Sanremo. Art Direction di Rosetta Bono Lin.

Hai sfilato alla Milano Fashion Week per ACT N°1, la tua prima volta in passerella. Come è andata?

«È stato bello, ma ero agitatissimo. In genere non mi succede, invece in quel caso mi veniva da svenire, da vomitare. E, letteralmente, dovevo solo camminare».

Visto da fuori sembravi assolutamente a tuo agio, invece.

«Sono stato agitato fino al minuto prima di entrare. Poi mi sono buttato ed è stato super easy, anche perché sfilare ti gasa in sacco. Dovevo camminare lentamente verso un bagliore bianco, sembrava di essere alle porte del Paradiso. Fare il modello era uno dei miei sogni più grandi. Da piccolo ero ossessionato: mi proponevo alle agenzie, ma mi dicevano che ero troppo basso. Io sono 1,81, l’altezza minima è 1,85. Facevo gli esercizi di stretching per diventare più alto».

Ti piacerebbe rifarlo?

«Non lo so. Se capitasse l’occasione, se arrivasse un’altra proposta da parte del brand giusto, ne sarei contento. Ma sarei più contento se succedesse altro. Mi piacerebbe fare tante cose, ad esempio il cinema».

Il prossimo sogno da realizzare è fare un film?

«Non vorrei gufarmela, ma sì. Mi piacerebbe moltissimo immedesimarmi in un personaggio che non ho creato io. Non so se potrei esserne capace, ma vorrei provare».

Un film da protagonista?

«Non per forza. Secondo me un personaggio secondario bravo può spiccare tanto quanto un personaggio principale. E poi non penso necessariamente a un film comico. Vorrei sentirmi a mio agio nel ruolo, ma allo stesso tempo anche provare ad andare oltre la persona che sono. Io sono molto easy, con i piedi per terra e un grande sognatore; quindi, mi piacerebbe ad esempio fare la parte di quello che se la tira oppure del cattivo ragazzo».

Sei uno che si butta nelle cose senza troppe esitazioni, mi sembra.

«È vero. Da un lato mi piace rimanere tranquillo, stare sul letto, sul divano. Dall’altro questo mi crea molta ansia, mi fa dire: “Non sto facendo niente, non sto concludendo niente”. Poi ricordo a me stesso che non è vero, che devo stare calmo, che non mi corre dietro nessuno. Ho un fuoco dentro che mi manda avanti».

foto di simone biavati mattia indossa, des phemmes scarpe, crocs, modello echo clog thanks to hotel londra, sanremopinterest
Simone Biavati

È una specie di Fomo? O è perché senti il desiderio di realizzarti, magari la paura che tutto possa finire se non resti al passo?

«È un mix. C’è la consapevolezza di aver fatto tante cose, ma unita alla sensazione di non essere mai soddisfatto al punto da fermarmi lì. È bello e brutto allo stesso tempo, perché faccio fatica a godermi davvero quello che faccio. Anche se sono contento e realizzato, rimane quella spinta a fare ancora, a fare di più».

In tutto questo stai anche studiando Economia, Business e Management a Milano.

«Mi manca un esame che non sono riuscito a passare. A giugno spero di metterci una croce sopra. Ho iniziato a scrivere la tesi e mi sono messo in testa che voglio farla bene. Tanto non mi corre dietro nessuno. Oddio, sono due anni che lo dico. Questa cosa devo togliermela dalla bocca. Basta: diciamo che a settembre sono laureato. È una promessa. Poi mi piacerebbe fare la magistrale».

Non immagini un futuro solo nel mondo dello spettacolo?

«Lo spero, più che altro: è quello che mi piace e che mi fa stare bene, ansie e paranoie a parte. Ma non so cosa potrà succedere domani. Sicuramente voglio continuare a cavalcare l’onda, a inseguire il sogno. Sono fortunato, quello che faccio mi ha già permesso di realizzare tanti desideri. Ma mi piace anche studiare: sapere più cose non guasta mai, nella vita».

Ti sei spostato da Brescia e adesso vivi a Milano da solo. Come ti trovi?

«All’inizio non mi piaceva, ora invece è diventato piacevole anche stare da solo. Però amo tornare a casa dalla mia famiglia. Ho sempre la valigia nella macchina: passo qualche giorno a Milano e qualche giorno a Brescia, non saprei scegliere tra queste due città. Mi piacerebbe anche vivere a Parigi, in verità, ma così sarebbe difficile fare avanti e indietro da casa».

Cosa trovi difficile del vivere da solo?

«Mi fa un po’ paura diventare grandi, il distacco. Sono molto legato alla mia famiglia e a volte ho le paturnie perché penso di perdermi dei momenti insieme. Un anno fa non mettevo nemmeno i vestiti nell’armadio a Milano, mentre adesso ho trovato una mia dimensione, gli amici. Mi sto abituando».

«Voglio continuare a cavalcare l’onda, a inseguire il sogno. Sono fortunato, quello che faccio mi ha già dato la possibilità di realizzare alcuni desideri. Ma sento il fuoco dentro e non voglio fermarmi»

Rispetto agli inizi, il lavoro che c’è dietro un tuo contenuto comico per i social è cambiato?

«In realtà no. I video sono sempre improvvisati, non scritti. Da una parte è un bene, dall’altra però ho anche voglia di rinnovarmi. Mi dicevo che sarei arrivato a un punto in cui avrei esaurito la creatività, ci ho sofferto tanto. Ma è una mia paturnia: sono le persone intorno a me a ricordarmi che questa idea del non riuscire più a portare contenuti è una mia paura, che non devo preoccuparmi, che in realtà sto lavorando su tanti canali diversi».

Se qualcuno dovesse fare un video “POV Sei Mattia Stanga”, quali tuoi tratti dovrebbe includere?

«L’accento e il fatto che gesticolo, sicuramente. E poi Mattia Stanga, quando non fa i video, sta sul divano, è con gli amici, è ansioso, un po’ ipocondriaco, un po’ peso. Ha voglia di fare mille cose, ma se ne fa troppe poi è stanco e gli viene la febbre. Sono la persona più estroversa del mondo, ma poi ho bisogno di un momento di pausa e di non parlare con nessuno. Mi trasformo, cambio umore. Sono un po’ Dottor Jekyll e Mister Hyde, ma non in senso cattivo».

Chi è che ti fa ridere oggi?

«Parlando di content creator, oggi faccio fatica a trovare dei riferimenti, delle persone che riescano davvero a darmi qualcosa. È un momento di stallo o forse di passaggio tra diverse generazioni. Ci sono però figure della comicità italiana che per me sono state dei riferimenti: i Fichi d’India, Katia Follesa, Verdone, Claudio Bisio, Elio e le Storie Tese, Teresa Mannino, Fiorello... Anche lo stile di Frank Matano mi piace. E poi Mara Maionchi: non è una comica, ma secondo me fa ridere».

In passato hai dichiarato che nella tua community non ci sono haters. È ancora così?

«Direi di sì. Ci sono persone a cui posso stare simpatico o antipatico, ma non credo di dare modo agli altri di odiarmi. Fortunatamente sono ancora tutti super carini ed educati con me».

La richiesta più strana che ti è arrivata sui social?

«Non è arrivata sui social, ma dal vivo: fare da padrino a una comunione».

E l’hai fatto?

«All'inizio avevo detto sì: figurati, non so mai dire di no... Poi però mi sono reso conto che non aveva tanto senso. Il mio padrino è una delle persone a cui sono più affezionato».

Il Mattia Stanga della vita offline e online si somigliano?

«Non ci sono differenze, sono davvero sempre la stessa persona. Forse sono anche più stupido dal vivo, perché è più facile essere simpatici».

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Simone Biavati
Foto di Simone Biavati. Look, Des Phemmes; scarpe, Crocs, modello Echo Clog

Non ti fa paura esporre così tanto di te stesso e della tua vita al pubblico?

«Non mi fa paura per me, ma per gli altri. Mi rendo conto che essere amico di una persona “famosa” possa diventare un problema, perché alcuni iniziano a vederti diversamente. Oggi i miei amici storici, quelli che sono rimasti, mi vedono sempre con gli stessi occhi di prima. Ho anche degli amici nuovi, a cui però non importa quello che faccio. Uno di questi è un ragazzo di Brescia, ad esempio, e quando siamo in giro insieme a volte si domanda perché tutti lo fissino. Si dimentica che le persone potrebbero riconoscermi».

Le amicizie spesso cambiano quando interviene la fama?

«Esatto. Anche nelle relazioni può essere un problema, perché a tante persone fa paura stare con qualcuno che è così esposto. È un po’ come in Notting Hill, quando Julia Roberts, che nel film è un’attrice famosa che si innamora di un libraio, dice: “Sono solo una ragazza che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla”. Non mi sento Julia Roberts, questo voglio dirlo. Però sono delle belle parole. Non è colpa tua se sei sovraesposto, conosciuto».

Ti è capitato di non riuscire a portare avanti una relazione per questo motivo?

«No, però vedo tante persone che hanno paura ad avvicinarsi e solo dopo ne intuisco il motivo. Eppure sono un ragazzo normalissimo. Che importa quanti follower ho?».

Hai tracciato una netta linea di confine intorno alle tue relazioni sentimentali: non ne parli, non le mostri.

«Secondo me le relazioni sentimentali sono una cosa troppo personale e privata, quindi non ne ho mai parlato. Non che ci sia qualcosa da raccontare. Se mi innamorerò follemente di una persona, magari sarà diverso».