Vista così, Cecilia, Ceci, Sissy, Lia, o anche solo Ceciu come la chiamano a Roma, è una ragazza come molte altre. In mano la sua mini bag, sembra sempre pronta ad abbracciarti, ha gli occhi di chi sa che ha davanti infinite possibilità e molte cose da dire. Cecilia vive a Roma, ma non ha la vita di un'adolescente qualunque: ogni giorno viene fermata per strada da ragazze e ragazzi che la salutano, le chiedono una fotografia e molti consigli. Lei non dice mai di no, «non riesco, è più forte di me».

Con numeri inimmaginabili di follower, Cecilia Cantarano ha vissuto dieci vite in pochi anni, da quando ha iniziato a pubblicare i primi video su TikTok. Tra poco si trasferirà a Milano, dove, si sa, il tempo scorre molto più veloce e la paura è tanta: dovrà imparare a conoscere un nuovo quartiere e trovare punti di riferimento che non sono più gli stessi, tra amici vecchi e nuovi e la paura, quella bella, delle cose che stanno per iniziare, di nuove storie da scrivere.

Perché è diventata famosa? Non lo sa nessuno, e non lo sa nemmeno lei, come spesso succede quando si parla dell'algoritmo più indecifrabile di tutti che premia senza apparente motivo. Di una cosa però è sicura, di aver trovato la chiave per farsi capire da tutti, per essere l'amica che tutti avrebbero voluto e la sorella grande che ognuno desidererebbe per sé. Merito del linguaggio basato sull'ironia e dei suoi diari scritti da bambina. Da quando ha 18 anni insegna ogni giorno a non prendersi mai troppo sul serio e, per ora, non ha intenzione di smettere.

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Simone Biavati
Cecilia Cantarano a Sanremo 2023. Digital cover shot with @samsungitalia

Come stai?

«È un periodo di transizione, un po' pesantino ad essere sincera. Devo abituarmi a situazioni nuove, il cambiamento è elettrizzante, ma è anche un po' destabilizzante, sono un po' scossa. Mi spaventa l'idea di andare via da Roma perché nonostante sia una persona a cui piace molto cambiare ho un'avversione nei confronti di Milano. Ho già provato a trasferirmi qui, e non mi sono trovata quindi ho paura di ritrovarmi di nuovo male. Erano tre anni fa, sono stata tre mesi a Milano e poi sono tornata a casa con la coda tra le gambe, ho preso il Covid, sono stata malissimo. Se Roma è gialla, diciamo, allora Milano è blu, freddina, algida».

Nuova città, nuova vita. Quante vite hai vissuto?

«Un po' per i traslochi, perché ho cambiato tantissime volte casa, circa 10 volte, vado a periodi come Picasso. Quando ricordo cose della mia infanzia a volte non mi sembrano mie, perché ho cambiato talmente tanti posti e abitudini che non mi sembra la mia vita. Ho vissuto in un paesino fuori Roma, poi ad Appia antica, che è un quartiere molto benestante, e poi mi sono trovata con mamma in un piccolo appartamento a Centocelle, una zona che non ha una grande fama. In parte è vero, ci hanno scassinato la macchina moltissime volte. Poi ho convissuto con il mio ex ragazzo. Tutti questi cambiamenti sono stati alienanti. Ora che cambierò di nuovo, venendo a Milano, voglio cercare una routine».

Sei pronta per il cambiamento?

«Da un lato mi alletta, perché sono molto curiosa, dall'altro lato sono stanca per questo spero di essere più disciplinata, cosa che non sono mai stata perché non ce l'ho proprio nel carattere».

Un cambiamento lo hai già vissuto, quello del successo. Come hai iniziato?

«Come quasi tutti i creators, per gioco. Volevo semplicemente superare le views di una mia amica, che con un solo video aveva ottenuto 70mila like, volevo fare di più e allora ne ho postato uno a caso. Era una sana competizione, era un gioco, ma è andato virale. Da lì ho iniziato con un video al giorno, che sono diventati due, poi tre e le views crescevano».

E cosa raccontavi?

«Ho iniziato leggendo i miei diari di quando ero piccola. Avevo una proprietà di linguaggio particolare per la mia età, a casa ero come una spugna, sentivo come parlavano in famiglia e li copiavo. Mio nonno era giornalista e io passavo molto tempo con lui, mio padre giornalista e direttore della fotografia, si parlava bene, io e mio fratello abbiamo preso tutto da loro. Per questo i miei diari sono allucinanti. Sembrano scritti da una trentenne, ma con la calligrafia di una bambina, segni confusi, citazioni su Dio (ride, ndr). Ma come mi venivano in mente a dieci anni? Ancora non me ne capacito. Mi ricordo che una volta avevo scritto: "La probabilità: quanta probabilità c'è che la mia amica porti un panino con salame oggi a scuola? 80%", oppure ho trovato scritto anche che dicevo che un mio compagno di classe era "ignavo". Ma come fa una bambina a quell'età a sapere cosa significa? Io l'avevo sentita da mio papà e l'ho scritta. I miei diari erano dei veri e propri meme. Come poi i video su mia madre, che sfottevo sempre, è molto facile perché è un personaggio».

A proposito dei tuoi genitori, come vivono il fatto di lavorare sui social?

«Lo hanno capito da subito, dal primo video che ho fatto. I miei hanno sbagliato tante cose nella loro vita con me probabilmente (ride, ndr), ma questa è la cosa che hanno fatto meglio. Hanno visto il potenziale e mi hanno dato la spinta per continuare. E quando i miei professori hanno iniziato a prendermi di mira per questo motivo, i miei mi hanno sempre difesa dicendo che andava rispettato come un lavoro, quindi sono stati impeccabili».

Che lavoro volevi fare da piccola?

«Volevo fare la veterinaria, poi l'attrice. Mia mamma è scenografa nel mondo del cinema e mio padre direttore della fotografia, sono cresciuta in un ambiente artistico. Facevo i teatrini, recitazione, aiutavo mamma con i modellini da scenografa e tagliavo i pezzi, era un lavoro che mi affascinava moltissimo. Ho respirato arte fin da piccola, e non ho avuto paura a buttarmi in questo mondo dove un po' è come se fossi in uno schermo».

I social sono un mondo difficile? Come vivi il rapporto con gli haters?

«Gli hater che ho avuto me li ricordo, saranno cinque o sei che mi avevano presa proprio di mira. Ma non ho mai ricevuto shitstorm, anche nell'unica situazione in cui poteva succedermi non è andata così, perché avevo coltivato positività perciò non mi è ritornato dietro niente. Il pericolo dei social riguarda te stesso, non gli altri. Ti compari sempre con qualcun altro, guardi i numeri che fanno. E gli altri sono costantemente in competizione quindi diventa pesante. Inizio a essere un po' stanca, è la parte negativa di questo lavoro».

Per sopportare questa pressione verrebbe da dire che bisogna essere molto sicuri di sé, ti senti così?

«Sono molto instabile, ma sono molto sicura, è difficile demolirmi con un commento. La cosa per me difficile da superare è che ci sono troppi stimoli, quindi dopo un po' che produco video e mi vengono idee, devo fermarmi, vado in crush. Ora ho bisogno di una pausa perché mi sovraccarico. Sono un continuo alternarsi di fasi opposte».

In che senso?

«Sono tanto una cosa tanto quanto il suo opposto. Ho avuto un'infanzia tanto felice quanto traumatica, sono tanto allegra quanto riflessiva, dietro una persona molto allegra c'è sempre grandissimo dolore. Io ho iniziato terapia molto presto, forse avevo 12 anni, avevo grandi problemi d'ansia e nessuno capiva perché. Mi facevo domande molto più grandi di me, finché i miei genitori hanno deciso che avevo bisogno di un sostegno. Ogni martedì saltavo scuola per fare terapia di gruppo. Lì ho toccato la realtà, sono venuta a conoscenza di storie di miei compagni che avevano traumi molto importanti e questo mi ha aiutata a relativizzare i miei problemi. Sono stata molto meglio, mi ha salvato la vita perché ho trovato un bravo medico che ha capito che io, che tendevo a compararmi tanto con gli altri, dovevo affrontare la paura sentendo anche le storie di ragazzi, e questo mi ha aiutata tanto».

Parli spesso di salute mentale nei tuoi video.

«Sì, penso che sia importante dare esempi positivi, demistificando anche, e dando ai miei follower l'esperienza di chi ci è passato per farli sentire meno soli. La salute mentale è importante, ma non si guarisce guardando i video sui social, serve affidarsi a una persona competente. Per me è come operare a cuore aperto. Affideresti mai la tua salute fisica a chi non se ne intende? E se non è lo psicologo che fa per noi bisogna avere il coraggio di cambiare e ammettere che non è quello giusto, perché non c'è tempo da perdere. E per me è importante sdoganare questi temi».

Cosa si prova a non sentirsi più sola?

«Io ho trovato una comunità di persone con i miei stessi buchi nella giacca. Mi sono sempre sentita come se tutti fossero perfetti, con il completo, e io avessi quella sgualcita, con le toppe, e poi a un tratto ho trovato un sacco di gente come me, in un quartiere dove tutti avevano le giacche bucate. Questo può far sentire meglio, e bisogna fare informazione. La cosa che mi fa più tenerezza è pensare che nelle scuole ci siamo bambini e ragazzi a cui viene detto "sei stupido", "sei pigro", "non vuoi studiare", ma dietro ci sono vite, problemi di natura diversa. Nel frattempo però si sentono sbagliati e diversi, non capiti».

Il tuo linguaggio sui social è molto ironico, è un tuo strumento per affrontare la realtà?

«Sì, uso questo tono per esorcizzare la tristezza e la paura, è il modo per affrontarla e lo faccio in primis per me, poi so che posso aiutare gli altri in questo. Compenso così il dolore, perché sono un continuo doppio. So essere molto cupa e molto allegra, sono i miei due lati del carattere, diciamo che uno lo tengo più per me e l'altro lo mostro agli altri».

Parli di doppi, oggi ti senti più adulta o più bambina?

«Assolutamente bambina (ride, ndr). Fare questo passaggio, cambiando città, sarà difficile. La sfida sarà trovare un nuovo equilibrio, lasciando andare piano piano la mia parte "bambina" e tenendo sempre più salda la mia parte più adulta, ma non è un taglio netto, è un passaggio dolce e avrò i miei tempi, le due parti convivranno sicuramente per un periodo, a un certo punto il bambino rallenta e l'adulto resta. Ma ho ventitré anni, penso sia anche giusto godermi gli ultimi tempi di ingenuità, non voglio diventare grande».

E tra un video e l'altro c'è tempo per l'amore?

«Certo che c'è! Sono innamorata di un ragazzo, lui lo sa, ma allo stesso tempo non ho voglia di impegnarmi, è la solita storia del doppio forse».