Vi è mai capitato di passare ore al telefono, mentre immagini, video e pubblicità vi scorrono davanti, per poi realizzare che nemmeno vi state rendendo conto di cosa stiate guardando? A me sì. E ogni volta mi viene il dubbio: ho ancora un cervello capace di pensare o i social media mi hanno completamente fritto, trasformandomi in un automa che scrolla senza scopo, totalmente alienato da quella scatola nera? Quando la televisione iniziò a entrare nelle case negli Anni ‘50 venne descritta da molti intellettuali e opinionisti come una minaccia alla cultura, all’educazione e addirittura alla vita familiare, accusata di alienare gli spettatori, riducendo la loro concentrazione e trasformando il tempo libero in un’esperienza passiva. Nel corso del tempo la televisione si è evoluta, da semplice intrattenimento ad anche strumento per diffondere cultura, informazione e dibattiti. Oggi un processo simile sembra essere in atto con i social media e il fenomeno del “brain rot”, cioè del cervello in putrefazione. Si tratta di un termine il cui utilizzo, secondo l’Oxford University Press, ha visto un aumento del 230% solo nel 2024, assicurandosi così il titolo di parola dell’anno. E, in effetti, ci sono altissime probabilità che il termine brain rot ci accompagni anche per tutto il 2025 e chissà per quanto ancora. Si parla spesso di social media con un’accezione molto negativa, sottolineandone la potenziale forza distruttiva, come fosse un pugno sulle nostre teste capace di frammentarne l’attenzione. Secondo questa narrativa, i contenuti promossi sarebbero così superficiali, talmente di basso livello da non necessitare alcuno sforzo mentale, portando così alla totale atrofia dell’intelletto.
Ma è possibile che, proprio come è accaduto con la televisione, la paura derivi dal fatto che i social media e i lavori che gravitano loro attorno rappresentano una grande novità proprio come lo sono stati la tv e il cinema a loro tempo? È davvero così colpa del mezzo e così poca la responsabilità di chi lo utilizza? Siamo sicuri che i social media siano così inutili? La stessa critica rivolta alla televisione, cioè essere una macchina che rintontisce chi la guarda, era in gran parte legata al modo in cui questa veniva utilizzata. Sono sempre esistiti ed esistono tutt’ora programmi totalmente privi di profondità, davanti ai quali le persone passavano e passano ore, che esistono con il solo scopo di intrattenere senza stimolare, perché una parte di pubblico richiede anche questo. Per la medesima ragione, esistono contenuti digitali rivolti solo e unicamente a uno sterile intrattenimento, talmente superficiale da non sembrare richiedere neppure l’accensione del cervello; ma a mio avviso, questo è proprio uno di quei casi in cui dire: non si può far di tutta l’erba un fascio. Come la televisione ha dimostrato il potenziale educativo che può avere una novità, i social, allo stesso modo, non sono intrinsecamente buoni o cattivi. Hanno dimostrato anzi di poter essere indubbiamente un mezzo molto potente, capace di amplificare idee e renderle concrete, di raccontare verità troppo scomode per altri media, di dare voce anche a chi nessuno avrebbe mai ascoltato prima. L’incentivazione alla raccolta firme per lo Ius Soli lanciata da un video della content creator Loretta Grace, ne è un recente esempio. Esattamente come per la televisione nei suoi primi anni, l’impatto dei social dipende anche dalle abitudini degli utenti; per questo il rischio del brain rot non è legato all’esistenza dei social media in sé, ma è solo il riflesso di come scegliamo di usarli. Quindi se il vostro algoritmo vi propone solo contenuti così, forse è ciò che voi stessi gli state chiedendo.













