Bebe Vio Grandis ha l’energia di una cometa. La si riconosce per il suo entusiasmo, la sua indocilità, la carica che trasmette con disarmante naturalezza. La incontro in call nella mezz’ora che riesce a ritagliarsi tra una mattinata di allenamento intenso e il pomeriggio che dedica ai ragazzi e alle ragazze della Bebe Vio Academy di Roma, aperta nel 2024 dopo la scommessa di Milano: luoghi in cui rendere lo sport accessibile. Il suo viso, dall’altra parte dello schermo, è luminoso. Subito, con un sorriso e una battuta, mi dà l’impressione di conoscerla da sempre, lei, campionessa europea e mondiale di fioretto con sei medaglie conquistate alle Paralimpiadi tra cui l’oro a Rio nel 2016, a Tokyo nel 2020 e il bronzo a Parigi del 2024. E che oggi decide di ripartire dall’atletica, come ha raccontato al pubblico di Che Tempo Che Fa poco prima che arrivasse la primavera.
Lei che ha contribuito a rivoluzionare la percezione collettiva dello sport paralimpico e le narrazioni sulla disabilità. Non si fa relegare su un piedistallo per essere ammirata, nel racconto distorto della disabilità come contenuto motivazionale arido e vuoto, senza prospettive. «Non penso di essere in grado di ispirare. Preferisco dire che mi piace shakerare le persone. Semplicemente io mi diverto a fare quello che faccio. La verità sta qui. Vorrei che fosse così per tutti. Non basta essere innamorato di quello che fai: devi avere le persone giuste, gli strumenti. Lo sport è spazio del possibile. Sei un corpo, sei un atleta. Hai un corpo, hai le potenzialità per diventare atleta, indipendentemente da corpo intero o corpo a pezzi. Bisogna creare le possibilità intorno ai corpi per prendere gli spazi, partecipare, trovare il proprio mondo». Per lei la scherma è una scintilla; se ne innamora a cinque anni, da allora l’ha sempre accompagnata. Vale per tutte le passioni: scopri che non solo ti piace, ma ti somiglia e sei disposta a superare ogni limite. A 11 anni la meningite, l’amputazione degli arti, 104 giorni di ricovero. L’angoscia di dover rinunciare. La scoperta della scherma paralimpica diventa la ragione per resistere. Prima in piedi, poi in carrozzina: un gesto che con costanza e tenacia, ha dovuto reimparare. E l’ha reimparato alla grande. «Ho vissuto gli anni migliori grazie alla scherma. Devo la mia vita a questo sport». Le chiedo di partire dal dolore e dalla vulnerabilità, dal feroce strappo nel suo sguardo quando, il 15 marzo, a Fabio Fazio, ha detto: «È finita con la scherma».
Com’è stato maturare questa decisione?
«Molto complicato. Non ricordo giorni della mia vita senza scherma. Me ne sono innamorata da piccola. Anche dopo la malattia, in ospedale, ciò che mi ha permesso di resistere era il pensiero di tornare a tirare. La grinta nasceva dalla mia voglia di fare scherma: mi rendeva felice, mi ha fatta crescere. Quando dovevo capire come usare le protesi per reimparare a muovermi, è stata la mentalità acquisita con la scherma a farmi tenere duro. Decidere di lasciarla è stato difficilissimo». Ma la scherma non ha intenzione di lasciare andare lei. «Non la sto abbandonando del tutto: non potrò più gareggiare, ma ho iniziato a lavorare nella federazione. Resto a gravitare in questo mondo perché è una famiglia. Sono cresciuta con loro, abbiamo condiviso momenti drammatici, forti, emozionanti. Il momento più difficile è stato alle Olimpiadi di Parigi: sapevo che sarebbe stato l’ultimo match della vita. Era da un po’ che nel tirare provavo paura: ho avuto problemi fisici, i medici iniziavano a preoccuparsi. Immagina: stai facendo la cosa che più ami e allo stesso tempo sei consapevole che ti sta facendo male. È una lacerazione. Avrei voluto che quel match non finisse mai».
Parliamo di dolore, corpo, fatica. Il dolore non è solo emotivo e mentale. Sono pulsazioni fisiche, insistenti, crepe nello sforzo quotidiano di non cedere. Nello sport il dolore si ascolta, si interroga: i primi momenti in cui si comincia ad avvertirlo, inaspettato, sono pieni di sconcerto. Si cerca di nasconderlo persino a sé stessi.
«Poveraccio, il mio corpo. L’ho veramente portato al limite. Già prima di Tokyo, nel 2020, ho cominciato ad avere problemi. Sono partiti dal gomito: infezioni, ospedale, operazioni. Sono stata molto male. Già lì avrei dovuto mollare. Quel periodo è stato tosto. Ma volevo continuare. Abbiamo risolto il problema al gomito, ne è subentrato un altro: mi prendevano paralisi quando tiravo. Mi ostinavo ad andare avanti. Scalpitavo, pregavo, faticavo. Il fisioterapista è stato il primo a dire: “molla”. Poi l’ortopedico; le mie ossa non sopportavano più. Rispondevo: “ancora una. Ancora un’Olimpiade”. È arrivato il neurologo: “Bebe, basta”. Ho dovuto realizzare. Il corpo si riaggiusta, se vai a intaccare parti neurologiche metti a repentaglio tutto; lì arriva la paura. La scherma è la cosa più bella del mondo. Ho accettato di non poterla fare più. Mentalmente andrei avanti, il corpo ha detto basta».
Un’altra luce si accende negli occhi di Bebe Vio: mi parla dei ragazzi e delle ragazze che praticano sport all’Academy; non santi o vittime, ma atleti. Sono gli spazi, i luoghi, le pratiche quotidiane che causano o meno le condizioni di disabilità. È la società che innalza barriere. Servono le condizioni materiali per la partecipazione: nella socialità, nello sport, nella vita. Spesso si ha una concezione della disabilità che oscilla tra supereroismo e pietismo. Molti sono costretti ai margini. A meno che non siano straordinari, in grado di compiere imprese fuori dall’ordinario, come vincere medaglie, diventare campioni; il rischio è essere raccontati come figure irraggiungibili, magiche. Bebe Vio Grandis dimostra di non voler essere l’eccezione, non lasciare in disparte nessuno. Da qui nasce la Bebe Vio Academy: un progetto gestito dalla fondazione Art4sport creata da Bebe e dai suoi genitori, in partnership con Nike, con l’obiettivo di promuovere lo sport paralimpico e renderlo accessibile.
«L’Academy fa fare attività sportiva a ragazzi con e senza disabilità fisiche, dai 6 ai 18 anni. Dura un anno durante il quale provano cinque sport paralimpici. Scelgono quello che li appassiona, li indirizziamo in società sportive di riferimento. Da noi è un calcio di inizio. Più assisti a ciò che avviene all’Academy più ti rendi conto che la partecipazione e l’inclusione avvengono con naturalezza. Una carrozzina non è solo un ausilio per disabili: è un mezzo a quattro ruote che deve andare veloce».
La prima Academy ha aperto a Milano, dopo tre anni a Roma. Da settembre a Mestre: com’è aprire nella città dove hai iniziato tu?
«Lì è iniziato tutto. Nel centro di Mestre facevo fisioterapia, poi ho cominciato ad allenarmi. Lì si è creato il team con cui per la prima volta abbiamo detto: “ridi e scherza, ma qui mi sa che forse ce la facciamo a qualificarci per un’Olimpiade”. Dopo aver seguito me si sono così appassionati che hanno proseguito: ora sono il luogo di riferimento per lo sport paralimpico del Triveneto. Da settembre con l’apertura dell’Academy è un cerchio che si chiude. Abbiamo iniziato a Milano per ingranare, dopo tre anni a Roma. Siamo la prima Academy sportiva integrata al mondo. Abbiamo l’alternanza scuola lavoro, collaborazioni con le università: gli studenti di Scienze Motorie ricevono crediti formativi, imparano come funziona la preparazione paralimpica, non avranno problemi a seguire atleti con disabilità. Vogliamo spargere semi di cambiamento che andranno a fiorire fuori. All’Academy viene da noi un ragazzo, Nico, che è paralizzato, muove solo gli occhi. Il suo fratellino gli salta sulla carrozzina, gli tiene in mano il fioretto e giocano insieme. Anche questo è sport».
La frase «tana libera tutti» evoca lo spirito intrinsecamente inclusivo del gioco. All’inizio dell’Academy ci si interrogava su come insegnare l’inclusione. Ci si è resi conto che nasce con naturalezza. Il disagio, il fastidio, sono insegnati. È il «non guardare. Non sta bene», sussurrato da una madre a un figlio. Lì nasce la sensazione di una distanza di sicurezza da dover tenere. Lo sport è luogo di condivisione, diritti, accessibilità: come prosegue nel resto della vita dei ragazzi e delle ragazze?
«È questione di sguardi, consapevolezza, abitudine: i bambini che condividono momenti di sport e gioco porteranno questa prospettiva in altri luoghi. Quando andavo alle medie i miei compagni usavano la mia carrozzina, ci divertivamo a fare legare. Mi facevo staccare i pezzi: “scopri come funzionano”. È conoscendo la disabilità, vivendoci accanto, condividendo esperienze che cambi il pensiero. Per molti era una vergogna da nascondere: non avevi una gamba, ti mettevano i pantaloni lunghi. Ti infilavano una felpa con la manica in tasca per celare il moncone del braccio. La mia fortuna è stata avere genitori che non mi hanno dato il tempo di imparare a vergognarmi. Da qui parte il lavoro dell’Academy: da dentro. Guardare e guardarsi; vogliamo contribuire a un pezzettino di questa rivoluzione attraverso lo sport».
Nel contesto contemporaneo in cui guardarsi intorno è sconfortante e sembra che la nostra umanità stia scivolando via, progetti così riaccendono speranza. La speranza è un sentimento rivoluzionario.
«Il mio sogno è un giorno entrare in qualsiasi palestra e vedere atleti con e senza disabilità allenarsi insieme. È dare la serenità di poter fare sport. Nei primi tempi della malattia io ero nel panico. Scoprendo la scherma in carrozzina è arrivato il sollievo. Mi ha dato la carica per riconquistarmi il resto della vita. Senza non so come avrei fatto. Adesso è più facile essere consapevoli che un incidente non ti ferma, che un’amputazione non significa la fine delle tue passioni. Permette alla paura di riassestarsi, ridimensionarsi. Vale anche per i genitori. Quando mi sono ammalata i miei si chiedevano: “come troverà autonomia?” Oggi per un genitore che vive il dramma di un figlio che ricorre all’amputazione o immagina il futuro con la disabilità, la prospettiva può essere diversa. È ancora difficile, ma esistono spazi in cui diventa possibile. Vogliamo renderlo sempre più vero».
Bebe si interrompe, chiede scusa; si commuove. In sottofondo alla nostra call, come grilli d’estate, lo stridio dei ragazzi e delle ragazze in palestra. Rievoca i momenti in cui lavorava agli asili nido e amava dedicarsi ai bambini: se reimpari a camminare, sai che meccanismi ci sono nella testa di chi deve farlo per la prima volta.
Le chiedo di parlarmi del significato di apprendere da capo e rinascere. Reimparare a camminare. Reimparare a tirar di scherma. Reimparare a correre.
«Mi ero dimenticata come si facesse a correre. L’atletica è stata una scoperta, una sfida. Peppe, il mio allenatore, diceva:“fai il passo più lungo, alza le ginocchia”. Ci provavo, non capivo. “Devi anche spingere in giù il piede!” Guardavo a sinistra; cercavo l’avversario. Correvo storta, in guardia. Resettiamo il corpo, la testa: la scherma è dagli addominali in su, la corsa dagli addominali in giù. Il primo periodo l’abbiamo dedicato a riattivare muscoli che non usavo, che non sapevamo se ci fossero perché la malattia li ha mangiati. Con l’elettrostimolazione a cercarli: “oh, qui c’è un pezzo di quadricipite”. Oltre al lavoro sul corpo c’è il lavoro mentale. È proprio un altro mondo».
Agli scout, a 12 anni, i compagni di squadra la chiamavano la Fenice: bruciarsi, rinascere. Lasciare la scherma è un po’ bruciarsi di nuovo. Ma senza diventare cenere. Perché Bebe Vio Grandis non ha mai smesso di rinascere, far rinascere. Verso cosa stai correndo?
«Mi vedi con il fiatone. Ho fatto allenamento tutta mattina: sono distrutta. Adesso inizia l’Academy, mi riempio da capo di energie. Con loro è un super allenamento! Correndo mi sto reinventando: nella scherma devi durare il più possibile, c’è l’avversario. Nell’atletica devi dare tutto subito, l’avversario è il tempo. Se corri non pensi. A scherma se non pensi perdi. Resetto il corpo, il pensiero, come affronto la giornata. Non so se mi innamorerò dell’atletica. L’amore è la scherma. Ora è una sfida. Avevo bisogno di arrivare e sapere di essere la più scarsa. Mi mancava. È giusto qui arrivare ultima, sembrare un incapace. Peppe mi ha detto: “sembri una rana che non ce l’ha fatta”. Sono serena: non devo dimostrare niente a nessuno tranne che a me stessa. Ora vado a correre dietro ai ragazzini. Il resto si vedrà».
Fotografie, Beatrice Salomone
Moda, Chiara Tiso
Make-up e hair, Sara Petrucci.
Assistente fotografa, Gabriele Saladino.
Videomaker, Matteo Bianchi.
Producer, Sofia Ceresero.
Editor in Chief, Martina Mozzati.
Team, Lia Bono Lin, Laura Ghizzaglia, Cecilia Alba Luè.
Location, Villa Medici.




















