La bella stagione e le lunghe giornate non arrivano con i fiori comprati al mercato, ma con una scena minima: qualche chicco di riso soffiato al cioccolato che galleggia pigro in un bicchiere di latte. È un inizio un poco dimesso per un editoriale, forse, ma la primavera è la stagione dei ricordi, per me, e niente li tiene insieme meglio delle merende con mio fratello dopo aver giocato al parchetto sotto casa. Tornavamo sudati, con il respiro corto, per dedicarci al nostro rituale del pomeriggio, seduti con le gambe sospese nel vuoto, troppo bassi per toccare terra con le punte dei piedi, il ripiano del tavolo che ci arrivava al mento. La primavera è una spedizione di rito davanti all’asilo, che ha la consistenza appiccicosa della resina dei finti pini nel cortile. È la passeggiata davanti alla scuola elementare, dove ormai entro solo per votare, che ogni volta è un’occasione per ricordarmi che l’immenso giardino non erano altro che dieci alberi in fila e un paio di panchine scrostate.

Il caldo di maggio, invece, sono le fragole che mia mamma in Olanda raccoglieva insieme a sua nonna ai bordi delle rotaie del treno. Me lo deve avere raccontato una volta, distrattamente, senza darci troppo peso. Ogni volta che le vedo sullo scaffale del supermercato io ci penso a lei, bionda e leggera, con le calze di lana e le lentiggini, mentre si china e le tira su una ad una. Lei non lo sa, che le fragole mi piacciono anche per questo. Alla fine, siamo la somma di piccole cose, brevi frasi che per qualche motivo ci hanno colpito, a volte minuscoli ricordi d’infanzia che, inspiegabilmente, han saputo plasmarci, trasformarci, tracciando davanti a noi una strada invece di un’altra. È il nostro butterfly effect quotidiano: micro variazioni di rotta che non sembrano avere Conseguenze e che invece, nel tempo, cambiano la direzione di tutto il resto. Come se la vita si muovesse per piccoli spostamenti laterali e non per svolte, leggere virate di cui ti accorgi solo quando la vela sgonfia d’un tratto si porta in assetto e la barca inizia a viaggiare a pieno ritmo, senza che tu sappia quando e come sia successo. Il nuovo numero di Cosmopolitan ruota proprio intorno a questo: al cambiamento impercettibile e alla capacità di trasformare il mondo che ci circonda, un gesto alla volta, piccolo o grande che sia.

A raccontarcelo è Bebe Vio Grandis, orgoglio italiano dello sport paralimpico, che ha fatto della trasformazione continua un modello di vita. Perché non è mai tardi per cambiare rotta, come ci insegna lei che a trent’anni e con due ori olimpici alle spalle, ha deciso di lasciare la scherma e abbracciare l’atletica; o come i giovani allievi della Bebe Vio Academy, che ogni giorno riscrivono i propri limiti, un centimetro alla volta.

E c’è chi fa del cambiamento la propria missione, come le sei giovani donne che stanno trasformando il mondo con un unico obiettivo: rendere il Pianeta un luogo più sicuro e giusto nel mondo analogico e nel digitale, nell’arte e nella politica, e ci insegnano che la rivoluzione è un gesto di cura verso la collettività. Si rinasce da qui, si rinasce da loro.