Identità, dubbi, il sovrapporsi di due culture che ti lasciano entrambe inerme. La ricerca di sé stessi oltre quello che si vede, oltre quello che si conosce, fatta di attimi di riconnessione con le proprie origini, e le origini che si acquisiscono. In conversazione con Huda riconosco la mia esperienza, come quella di tante giovani donne italiane di seconda generazione. Mille volti, mille identità e allo stesso tempo nessuno. Huda Lahoual, ha 21 anni, nata e cresciuta in Brianza, si trasferisce in Toscana, e poi a Milano. Una ragazza dai pensieri profondi, esplorati con cura, e attenzione. La intervistiamo nel contesto di un progetto sul significato “Casa” e “Diventare Grandi”, sul numero cartaceo di Cosmopolitan Italia ora in edicola.
Genitori marocchini, famiglia piena, quattro sorelle, due fratelli e un carattere forte espresso sui social a partire dai suoi 15 anni. La sua identità è oggi fonte di un lavoro che esplora temi sensibili, importanti, a volte difficili ma necessari. Huda nasce in Italia, in una casa marocchina. Situata in Brianza solo geograficamente, cresce in un ecosistema in cui i suoi genitori insistono a mantenere una forte identità araba, che non uscisse dai criteri entro i quali cui sono cresciuti loro stessi in Marocco.
«Un percorso, crescere, diventare adolescente, ragazza; un percorso a cui devo tanto a mia sorella più grande», mi racconta Huda. «Dopo anni di regole, tradizioni e silenzio, mia sorella a circa 16 anni decise che l’amore per la nostra cultura dovesse coincidere con la cultura del posto in cui eravamo nate e cresciute. In un qualche modo si è ribellata a uno stile di vita che per quanto funzionasse per i nostri genitori era lontano da quello che eravamo e siamo noi».
«Lei mi ha, ci ha, in qualche modo aperto delle porte, a me e alle mie sorelle più piccole», continua la creator. «Ci ha permesso di crescere finalmente in maniera equilibrata, lontane da restrizioni culturali pensate per il nostro bene, ma che a lungo andare ci hanno fatto allontanare dalla cultura marocchina». Questo allontanamento per Huda diventa conflitto, me lo racconta in maniera decisa. Oggi, però, sembra guarita.
Com’è stato navigare la sfera relazionale con le tue origini?
«Ho rinnegato, e forse disprezzato la mia cultura, le mie origini finché a un certo punto ho realizzato che il razzismo di cui tanto soffrivo, che tanto mi andavo stretto era perpetuato da me stessa. Ero vittima delle mie stesse paure e convinzioni».
Quando è avvenuta la guarigione, cosa ha scatenato questa consapevolezza e com’è stato riavvicinarsi alla cultura marocchina finalmente?
«La mia trasformazione, se così si vuol dire, è arrivata del 2022. Le mie sorelle, mia cugina e io siamo partite per il Marocco e da lì è cambiato tutto. Con occhi nudi e nuovi ho riconosciuto nel mio sguardo stereotipi che avevo ormai interiorizzato e che ho sentito il bisogno di scrollarmi di dosso. Andavamo in giro, e pensavamo, ah ma le donne qui lavorano. Pregiudizi sbagliati che avevamo fatto nostri senza neanche rendercene conto. Dopo questo viaggio siamo andate in terapia, abbiamo aperto una scatola, e scoperto un lato della nostra cultura, della nostra persona finora a noi sconosciuto».
Una salute necessaria, per vivere, per scegliere, e per abitare una casa, e tante case, mi chiedo, oggi, "casa", "case" per Huda, cosa significa, cosa significano?
«Il significato di questa parola è ancora una ricerca, una ricerca che dura ormai da anni e a oggi non lo conosco ancora. A volte casa sono le mie origini marocchine, a volte il mio essere italiana, a volte niente, il vuoto. Non ho mai trovato una casa da piccola perché non ho mai avuto un posto in cui potessi sentirmi e essere me stessa nella maniera più completa della parola. Il primo scontrò è stato con la famiglia, poi con il mondo esterno».
E quindi cosa resta?
«Quello che resta è un concetto di casa non legato all’appartenenza. Casa può essere lo studio di uno psicologo come a casa con un’amica. Casa è il posto dove non puoi più mentire. Dove non devi far più finta di niente».
Casa è il posto dove cadono le maschere. Il posto in cui l’ambivalenza trova terreno fertile per espandersi senza costrizioni. E oggi? Quali sono le tue sensazioni, in merito, l’ambivalenza, questa dualità, è ancora un limite o finalmente un valore aggiunto?
«Per tempo, e ancora oggi è stato un limite. Per gli altri, giudizio degli altri; quello che però è cambiato è il modo in cui io mi guardo. Il limite non è più doppio, ma potenzialmente è solo altrui. A oggi sono fiera, delle mie origini del mio essere marocchina quanto italiana».
Paura, autonomia, relazione e i vari rapporti con il mondo e con il proprio corpo hanno trovato “casa” nel suo podcast Huda, Nessuno e Centomila in cui esplora le sue mille identità di giovane donna, marocchina, italiana, ambiziosa e pensatrice. Lei me lo racconta così: «un diario trasformato in una voce che rispecchia le molteplici esperienze e i punti di vista di giovani di seconda generazione ma allo stesso tempo accessibile a tutti. Vorrei che il mio podcast potesse essere d’ispirazione per chiunque; per un bambino come per un anziano».
Anche se giovane, Huda, fa parte di una pletora di ragazze che cresce, e diventa grande inventandosi e reinventandosi ogni giorno. La sua casa non l’ha ancora trovata, ma sa esattamente da questa “casa” lei cosa si aspetta. Accettazione, libertà, la possibilità di essere che finalmente si sostituisca alla ricerca di essere qualcuno che non si è.
Asha Salim è una scrittrice e ricercatrice italiana di origine somala, oggi vive a Philadelphia. È fondatrice di The Creal Club una piattaforma che promuove conversazione e benessere creativo tra donne nere e POC.
Produzione di Sofia Ceresero
Foto di Karim El Maktafi
Video di Sofia Atzori














