Avevo 18 anni quando mi sono trasferita a Milano. All’improvviso mi sono ritrovata a dovermi occupare di tutto. Non ero più la figlia di qualcuno. Dovevo diventare genitore di me stessa, la mia rete di sicurezza. La città era bellissima, affascinante, ma allo stesso tempo sconosciuta e a tratti anche spaventosa. Ogni modulo, ogni bolletta, ogni lettera ufficiale sembrava un esame per cui non avevo studiato, non mi sentivo pronta, come quel giorno alle Poste.
Era un pomeriggio d’estate, aspettavo il mio turno fissando un documento scritto in una lingua che ancora non parlavo. Le parole si confondevano come un muro davanti a me. Sentivo di non essere capace di esistere.
Finché una ragazza con i capelli rosa non ebbe il coraggio, la voglia, di aiutarmi. Cominciò a tradurre per me quelle frasi incomprensibili, ad aiutarmi a capire. Era un piccolo gesto che le rubava solo una minima parte del suo tempo, eppure in qualche modo cambiò la mia vita. Non ero più sola.
Si chiamava Mireille. Non era una volontaria né un’assistente sociale. Non era lì per aiutarmi. Era un’altra persona che stava spedendo un pacco. Eppure, quell’incontro casuale diventò un filo che si intrecciò alla mia vita. Restammo in contatto. Mi aiutò a orientarmi in un mondo che mi era estraneo e lo fece senza nemmeno rendersi conto che mi stava insegnando la gentilezza.
Nello stesso periodo stavo affrontando anche grandi difficoltà economiche. Avevo fatto una promessa a mia madre: lei avrebbe dovuto mantenermi solo per il primo anno di università. Una volta arrivata in Italia mi sarei mantenuta da sola. Feci quella promessa con sicurezza, senza capire quanto fosse ambiziosa.
Percorrevo le vie di Milano lasciando il mio curriculum ovunque, ma nessuno mi richiamava. L’ansia cresceva, mentre le mie speranze si affievolivano. Ricordo che camminavo per la città cercando di capire come avrei potuto permettermi di vivere lì. La mia fiducia sarebbe stata abbastanza per sostenermi?
L’università mi offrì alcune sedute di terapia, attraverso cui fui indirizzata al Consultorio Familiare in Via Pace. Lì conobbi la mia terapeuta di allora, Arianna, che mi sostenne nei momenti più bui.
E poi si aprì un’altra porta: il Rainbow Desk alla Casa dei Diritti, dove incontrai Leda, che ascoltò la mia situazione e mi disse che avrebbe fatto del suo meglio per mettermi in contatto con qualcuno che potesse aiutarmi con gli studi.
Era estate, l’Italia si preparava alle vacanze. Settembre era sempre più vicino, e con lui anche il momento di pagare le tasse universitarie. Per mesi non ricevetti alcuna risposta. Un giorno, poi, eccola: un’associazione avrebbe finanziato i miei studi.
Ricordo la sensazione dell’aria che tornava nei miei polmoni, come se fossi rimasta in apnea per un periodo così lungo che mi erano sembrati mesi. Quella decisione non mi aiutò solo a pagare le tasse universitarie, mi permise di restare in un Paese che sentivo casa, mi aiutò a costruire la mia vita e diventare orgogliosamente chi sono oggi.
Sono stati il gesto di qualcuno disposto ad ascoltare, uno sconosciuto che traduce un modulo, una terapeuta che fa una telefonata in più. Qualcuno che legge con cura una lettera motivazionale. Una persona che dice: «Proviamoci».
Anche l’amore è arrivato nella mia vita così. Ho chiamato Bayran in lacrime, in uno dei miei momenti più bui: lui è arrivato a casa mia con yogurt, biscotti e un fiore. Semplice, niente di straordinario. Ma in quel momento fu rivoluzionario.
Abbiamo la tendenza a raccontare i momenti cruciali della nostra vita come azioni rumorose, urlate e ingombranti, quando invece, per me, sono stati piccoli atti silenziosi, piccoli gesti che hanno creato onde capaci di trasformare tutta la mia esistenza. La ragazza all’ufficio postale non sapeva che avrebbe cambiato il corso della mia vita. La terapeuta non sapeva che mi avrebbe garantito un futuro. La persona che ha letto il mio dossier non sapeva che avrebbe reso possibile lamia permanenza nel Paese che sarebbe diventato il mio posto sicuro. Eppure lo hanno fatto.
E forse la speranza è proprio questo. Non ottimismo, ma la scelta di agire con cura e attenzione anche quando gli effetti non sono ancora visibili.
Ci sono ancora giorni in cui mi sento sopraffatta. Giorni in cui internet va troppo veloce, in cui il peso sembra troppo grande, in cui la voce del dubbio mi dice che sono indietro rispetto al mondo che va veloce. Questo testo è un promemoria per me stessa: «Kay, ricordati che hai già attraversato l’incertezza e ogni volta hai saputo iniziare dalle cose piccole».
Una traduzione. Una telefonata. Un fiore. Un sì.
Forse non dobbiamo fare tutto, tutto insieme. Forse tutto ciò di cui abbiamo bisogno è essere la sconosciuta dai capelli rosa di qualcuno in un ufficio postale. Quale piccola azione puoi compiere oggi, che non ti costa nulla, ma potrebbe cambiare la vita a qualcun altro?















