In Spagna si vive meglio. Lo pensiamo mentre ascoltiamo l'ennesimo amico raccontarci di aver deciso di trasferirsi a Malaga, ce ne convinciamo mentre atterriamo a Barcellona per andarne a trovare un altro, che da anni ripete che non tornerebbe mai indietro, non finché in Italia i diritti sono poco tutelati e trovare un lavoro è impossibile (del resto gli italiani residenti in Spagna sono passati da 15.000 nel 1990 a oltre 247.000 nel 2025: qualcosa è successo). Così, passeggiando per la Rambla, piena di tavolini e gente a tutte le ore, ci sembra davvero che sia così: che la vita sia più semplice, il futuro più sgombro, le possibilità ancora aperte, l'aria più respirabile.

È da un po' che la Spagna è diventata lo specchio di ciò che in Italia non va, un luogo dove - ormai lo diamo per scontato - i progetti di vita, soprattutto dei più giovani, possono realizzarsi più facilmente, perché le cose funzionano e migliorano. Coltiviamo questo sogno e impariamo lo spagnolo su Duolingo, che non si sa mai. Raramente ci fermiamo a chiederci se la Spagna sia davvero il Paese d'oro che ci viene dipinto (senza i sacrifici dell'Inghilterra in termini di cibo e clima e con alcune somiglianze culturali che ce lo rendono ancora più appetibile). Forse, è più rassicurante immaginare un luogo per cui si può ancora fare il tifo ed essere ottimisti, un modello che, astrattamente, ci convinciamo possa essere esportabile anche da noi. A fare il punto sulla Spagna di oggi, al di là di stereotipi e idealizzazioni, ci ha pensato Roberta Cavaglià, giornalista freelance e consulente in comunicazione che si occupa di Europa del Sud, diritti umani e questioni di genere per diverse testate, oltre che nella sua newsletter, Ibérica, su Spagna e Portogallo. Nel suo nuovo libro, La Spagna è diversa (People), si chiede come questa idealizzazione continui ad alimentarsi e che cosa nasconda, oltre le generalizzazioni, quando andiamo ad osservarla più da vicino. Ci interessa davvero conoscere com'è la Spagna? O è solo alla dimensione del sogno che abbiamo bisogno di aggrapparci?



cosa c'è dietro al mito degli italiani in spagnapinterest
Foto di Juan Manuel Sanchez su Unsplash

Secondo te i giovani italiani come vedono la Spagna oggi?

«Ho la percezione che parte delle nuove generazioni in Italia (ma non solo) veda la Spagna come una sorta di Eldorado: il Paese dove gli stipendi crescono, i mezzi pubblici sono a prezzi ridotti e dal quale solo il 13% degli italiani che emigrano tornano indietro. In questa narrazione, credo che i media abbiano una grande responsabilità, e non si tratta di un “meccanismo” nuovo, anzi: già durante il primo governo del presidente Zapatero (centrosinistra, dal 2004 al 2008) abbiamo assistito a un fenomeno simile, anche se credo di dimensioni ridotte».

Cosa è cambiato rispetto al passato?

«Per tanti anni, e in buona misura ancora adesso, l’immagine che abbiamo della Spagna è stata quella plasmata alla fine degli anni Cinquanta dalla dittatura franchista (che è durata dal 1939 al 1975) per attrarre turismo. In questo senso, la Spagna non è un Paese “vero”, ma un’enorme spiaggia dove trascorrere le vacanze al sole e, al bisogno, visitare qualche città, assistere a uno spettacolo di flamenco, mangiare una paella. Questo immaginario esiste ancora, ma negli ultimi vent’anni è stato superato da un altro: quello della Spagna progressista, aperta, accogliente, vivace. Entrambi gli immaginari hanno un fondo di verità, ma restano lontani dalla realtà, che è molto più complessa e variegata».

Perché c’è spesso una comparazione tra i due Paesi?

«Mi sembra che la comparazione esista solo dal lato italiano: sono i nostri media (e forse parte della classe politica) a essere ossessionati dal “sorpasso” economico della Spagna sull’Italia, che è un tema che mi sembra assente sulla stampa spagnola. Allo stesso tempo, nella mia esperienza, gli spagnoli e le spagnole sono estremamente interessati alla cultura italiana, dal cibo alla moda, dalla letteratura al cinema, senza però mai entrare nel piano della competizione. Sull’esterofilia italiana, penso che sia molto diffusa e che vada di pari passo con un certo fatalismo che non riusciamo a scrollarci di dosso, l’antica idea che le cose possano cambiare, ma che in fondo restino sempre uguali».

Come si è costruita questa visione idealizzata della Spagna?

«La Spagna è oggi uno dei pochi Paesi europei guidati da un premier di sinistra: gli altri due sono Danimarca e Malta, ma i rispettivi leader sono sia più moderati che meno mediatici di Pedro Sánchez. Lo stesso Sánchez alimenta con forza questa narrazione del modello spagnolo come alternativa alla crescita dell’ultradestra: lo fa perché se lo può permettere (grazie agli ottimi risultati dell’economia spagnola degli ultimi anni) e perché gli conviene a livello politico. Sul piano nazionale, nello specifico, posizionarsi come “l’avversario” di Trump, prendere parola contro il genocidio a Gaza e difendere il rispetto del diritto internazionale sono tutte scelte che lo aiutano a rafforzare la sua immagine in un periodo di grande debolezza interna».

Che ruolo hanno, invece, il femminismo, i diritti LGBTQIA+ e il welfare in questo senso?

«Come mi ha detto Ramón Martínez, esperto in storia del movimento LGBT spagnolo che ho intervistato per scrivere il libro, oggi, il rispetto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere delle persone "fa parte del 'brand Spagna' insieme alla gastronomia e al turismo. Se a tutto questo aggiungiamo il welfare e altri diritti sociali, possiamo dire che oggi la Spagna sia il Paese che meglio rappresenta il sogno europeo"».

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Foto di Georgiana Andreca su Unsplash

Cosa c’è di reale e cosa invece manca in questa visione?

«L’impressione che ho è che ci sia un divario sempre più grande tra la Spagna per com’è e per come (una parte del)l’Italia vorrebbe che fosse. Perché anche questo nuovo immaginario, se visto da dentro, non tiene. Per analizzarlo, nel libro ho scelto otto temi: immigrazione, violenza di genere, diritti LGBTQIA+, crisi abitativa, eredità franchista, lavoro, clima e politica istituzionale. A ognuno è dedicato un capitolo e ogni capitolo, proprio come la maggior parte dei numeri della mia newsletter Ibérica, inizia con una storia. Per scrivere ogni capitolo ho letto articoli e libri, ascoltato podcast e realizzato interviste originali. Alcuni capitoli prendono una storia che ho già raccontato nella newsletter e la espandono. Altri dialogano con le decine di articoli sulla Spagna che negli ultimi anni ho scritto per Domani e SKYTG24».

Ci sono, secondo te, degli aspetti per cui l’Italia dovrebbe effettivamente guardare alla Spagna?

«In Spagna il salario minimo esiste dal 1963 (quindi dall’epoca franchista): non sempre, nel corso della storia, è stato adeguato al costo della vita, ma dal 2018 a oggi, il suo valore è aumentato del 65%. Un’altra misura da “copiare” riguarda la lunghezza dei congedi di maternità e paternità. Dal 2021, infatti, entrambi i congedi durano 16 settimane: le prime sei sono obbligatorie subito dopo la nascita o l’adozione e le restanti dieci sono facoltative, retribuite al 100% e non trasferibili al partner, in modo da incentivare i padri a utilizzarlo.

La Spagna investe sulle rinnovabili fin da tempi non sospetti (fine anni Novanta) grazie a importanti incentivi statali, e si vede: l’anno scorso, il 56% dell’energia consumata dal Paese veniva da queste fonti. Infine, la regolarizzazione straordinaria che nei prossimi mesi potrebbe interessare quasi mezzo milione di persone che non sono nate in Spagna è una vittoria soprattutto dei movimenti creati dalle persone migranti, che hanno insistito con le loro rivendicazioni, ma anche della politica istituzionale, che ha voluto, con i suoi tempi e le sue dinamiche, accogliere queste rivendicazioni. Questa mi sembra una dinamica centrale: il dialogo tra la politica “dal basso” e quella istituzionale, soprattutto negli ambienti di sinistra».