È il momento del silenzio. La Gen Z, criticata perché spesso oltre le righe e abituata al caos della quotidianità, si è rifugiata in questa parola così fredda, cruda. Quanto accaduto la notte dell’ultimo dell’anno a Le Constellation a Crans-Montana in Svizzera, dove hanno perso la vita oltre 40 ragazzi e centinaia di feriti, ha lasciato segni indelebili. Tra il fumo del locale e le urla dei ragazzi pronti all’arrivo del nuovo anno, restano profonde cicatrici. Di chi è intubato in questo momento in un ospedale, con difficoltà ad essere riconosciuto perché senza più i lineamenti del volto. Di chi ha perso la pelle ed è in attesa che un nuovo strato possa rinascere. Di chi ha cicatrici invisibili, perché ha visto i proprio amici scomparire in quella nube di fumo e avrebbe voluto fare qualcosa per aiutare. Di quei genitori che il primo gennaio non hanno ricevuto l’augurio dai propri figli, ma sentito solamente la voce fredda della segreteria telefonica che li rendeva già irraggiungibili. Questo è il tempo dell’attesa e della consapevolezza, nonché del riconoscimento delle vittime. Il Sottosopra, purtroppo, è nel mondo reale. E ahimè no, non è una serie tv: quanto accaduto a Crans Montana ci rende invulnerabili e impreparati al futuro. Proprio quello che i giovani in quel locale, tra divertimento e attesa del nuovo anno, si sono visti cancellare (è il caso di dirlo) da una nube di fumo. E a chi si è indignato perché i ragazzi riprendevano al telefono, forse è il caso di fermarci un attimo e riflettere. Se la GenZ sta facendo muro e ha empatizzato con la vicenda, tanti genitori hanno criticato gli altri ragazzi e proprio i "colleghi" genitori che hanno mandato questi ragazzi alla festa. Da quale pulpito arriva la predica? Da chi nella propria gioventù festeggiava in locali dove tra l’altro era consentito fumare e i locali nei sotterranei erano per lo più un classico? Non esistono regole su come essere genitori e figli perfetti, men che meno su come è possibile elaborare un lutto (in particolar modo così giovani). Ciò che è certo, però, è che ora sì: è il momento del silenzio. Punto.
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Crans-Montana, il trauma di una generazione e il ritorno in aula
Per molti di loro, il trauma non è solo ciò che hanno vissuto quella notte, ma anche ciò che viene dopo: immagini che tornano, sensi di colpa per essere sopravvissuti, paura di dormire, stare in un luogo al chiuso e difficoltà a concentrarsi. Gli psicologi giunti sul posto (tra cui 5 italiani) parlano di "tempo sospeso". «Dopo un evento così, il mondo non sembra più sicuro come prima. Si rompe qualcosa di profondo: la fiducia di base nella vita», ha fatto sapere la dottoressa Rita Erica Fioravanzo, psicologa e coordinatrice del Gruppo di lavoro Psicologia dell’Emergenza per l’Ordine degli Psicologi della Lombardia e Presidente dell’Istituto Europeo di Psicotraumatologia.
È per questo che l’intervento non riguarda solo chi è stato fisicamente coinvolto, ma anche amici, compagni, comunità intere. Gli psicologi arrivati sul posto lo descrivono con parole semplici e durissime. «L’attesa logora. Quando non si sa, la mente riempie i vuoti con la paura. E allora arriva la rabbia», ha confidato Massimiliano Alì, psicologo dell’associazione Psicologi dei Popoli presente per supporto in loco.
Una rabbia che non è aggressività, ma una reazione umana al non avere risposte, al sentirsi impotenti davanti a qualcosa di troppo grande. Chi lavora nell’emergenza psicologica spiega che, in questi momenti, non esiste un modo giusto di reagire.
«C’è chi piange, chi si chiude, chi si arrabbia con tutti. Il nostro compito non è correggere le emozioni, ma contenerle. Contenere significa esserci, restare, non scappare dal dolore altrui. “A volte non servono parole. La presenza è già assistenza».
Ritrovarsi dopo la tragedia
Mercoledì 7 gennaio si torna dietro i banchi di scuola e qui le assenze peseranno ancora di più, quando durante l’appello troppe volte sarà ripetuta la parola "Assente". Dal liceo Righi di Bologna, dove studiava il 16enne Giovanni Tamburi (i cui funerali si terranno proprio mercoledì dopo il rimpatrio previsto oggi), i suoi compagni fanno sapere: «Ci impegneremo al massimo per far sì che Giovanni non venga dimenticato nella nostra scuola. In questo momento difficile è importante rimanere uniti come studenti e far sentire l'importanza di ognuno di noi».
Anche la Terza D e tutto l’istituto Virgilio di Milano sono con il fiato sospeso per i 16enni Sofia, Francesca, Leonardo e Kean attualmente ricoverati in condizioni critiche a causa delle ustioni riportate al Centro Grandi Ustioni dell’ospedale Niguarda (tranne Leonardo, al momento ricoverato a Zurigo). Proprio mercoledì, ad accogliere i loro compagni di classe, sarà presente a scuola una task force di psicologi per tentare di dare un senso (se possibile) a questa vicenda. «Cerchiamo di attivare tutte le iniziative per gestire il possibile trauma. La sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti», ha fatto sapere il preside Roberto Garrone. Un supporto dunque non solo per i compagni della Gen Z, ma anche per genitori e personale scolastico. E al momento, l’unico strumento possibile, resta la chat di classe. Per un abbraccio virtuale condiviso, una speranza collettiva prima di ritrovarsi (almeno fisicamente).
Spiegare il lutto alla Gen Z: dire la verità, restare umani
Parlare di lutto alla Generazione Z significa rinunciare alle frasi fatte. I ragazzi percepiscono subito quando qualcuno cerca di minimizzare o di chiudere in fretta il discorso. Gli psicologi lo ripetono: «Non bisogna dire che andrà tutto bene. Bisogna dire che quello che provano è comprensibile». La Gen Z è una generazione abituata a comunicare continuamente, ma non sempre a sentirsi ascoltata davvero. In un trauma come questo, le parole giuste sono quelle che non spiegano tutto, ma che aprono uno spazio sicuro: «È normale sentirsi confusi». «Non c’è un tempo giusto per stare meglio».
«Puoi parlare, ma puoi anche stare in silenzio».
Il lutto, soprattutto quando riguarda coetanei, mette i giovani davanti a domande enormi: la casualità della morte, la fragilità della vita, le paure dell'incerto e il senso del futuro. «Non dobbiamo proteggere i ragazzi dalla realtà» dicono gli psicologi, «ma accompagnarli mentre la attraversano». Spiegare un lutto alla Generazione Z non significa dunque trovare risposte ma, al contrario, restare accanto mentre le domande fanno male. Riconoscere che il dolore esiste, che non è debolezza, che non va accelerato né nascosto.
«Il lutto non si supera», dicono gli esperti. «Si impara a portarlo». E forse, per questi ragazzi, imparare a portarlo insieme (in classe, tra amici, con adulti che non scappano) è il primo passo per non sentirsi soli in un dolore che nessuno avrebbe mai voluto conoscere ma che, è importante dirlo, fa parte del ciclo della vita.
Quante domande ci siamo trovati (e troveremo a fare) fissando il cielo, quando si resta e si perde qualcuno. E, rivolgendosi a un Dio, una divinità, a delle stelle o al Signor Nessuno, chiederemo perché proprio a noi. Eppure, le risposte (se presenti) le riusciremo a trovare solamente dentro di noi. Con il tempo, con la vita.











