Susan B Anthony, la famosa attivista, suffragetta sostenitrice del voto femminile negli Stati Uniti, sosteneva che la bicicletta avesse contribuito all'emancipazione delle donne «più di qualsiasi altra cosa al mondo». «Dà alle donne un senso di libertà e autonomia», scriveva ,«Mi alzo e gioisco ogni volta che vedo una donna passare in bicicletta: l'immagine della libertà, senza freni». È qualcosa che ha a che fare con il movimento e gli orizzonti, con l’uscire dai perimetri designati per il mondo femminile e circoscritti alle mura e alle incombenze domestiche. La bici accorcia le distanze, rende l’esplorazione del mondo più accessibile: in Europa, secondo il Sondaggio Europeo sulla Mobilità Urbana di Decathlon, la Gen Z va in bici regolarmente. I giovani considerano la bicicletta parte del loro stile di vita, con il 75% dei partecipanti (il 77% in Italia) che afferma di usarla abitualmente per muoversi e il 58% di usarla almeno una volta a settimana (il 58% in Italia).

Tuttavia esiste un gender gap. Nel mondo le donne vanno ancora in bicicletta meno degli uomini. Una ricerca britannica dello scorso marzo ha evidenziato come negli ultimi sette anni il gap nell'uso della bicicletta tra uomini e donne si sia ampliato per via delle difficoltà riscontrate a livello di problemi di sicurezza, mancanza di infrastrutture adeguate e comportamenti intimidatori da parte degli automobilisti. Anche in Italia le donne iscritte alla Federazione Ciclistica sono solo 6847 contro i 59948 uomini e, se si guarda all’ambito professionistico, le cicliste hanno meno sponsor, meno guadagni e spesso meno visibilità. «Da un lato il ciclismo continua ad essere percepito come uno sport maschile», spiega infatti Antonella Peterle Bellutti, medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Atlanta1996 e di Sydney 2000 nel ciclismo su pista, «dall’altro il movimento è cresciuto tantissimo e ci sono donne straordinarie che con il loro impegno e la loro storia hanno fatto, come qualcuno ha detto, più di tante politiche attive. Penso ad Alfonsina Strada, ma penso anche a tutte le donne che, per poter andare in bicicletta, hanno dato un impulso al cambiamento del vestiario, hanno lasciato le gonne per indossare i pantaloni».



Donne e bicicletta, una questione di libertà

Se la diffusione del ciclismo risale al XIX secolo, per le donne l’uso della bicicletta è stato a lungo considerato sconveniente, volgare, promiscuo. Nei disegni che comparivano sui giornali dell’epoca le donne in bicicletta venivano spesso erotizzate (raffigurate con i vestiti strappati o le gonne sollevate) o ridicolizzate. Si diceva che la bicicletta non fosse compatibile con l’abbigliamento femminile, che provocasse una tensione muscolare che irrigidiva il viso, che danneggiasse gli organi riproduttivi e diminuisse l’energia delle donne che all’epoca si pensava fosse molto scarsa. È stato a partire dagli anni 80 e 90 del XIX secolo che le donne hanno cominciato a usare la bicicletta con maggiore regolarità e la bici è diventata un simbolo di emancipazione, soprattutto tra le suffragette che, pedalando ed espandendo la propria libertà di movimento, si riappropriavano degli spazi pubblici. Nel corso del 900 sono aumentati i modelli di biciclette femminili in commercio e durante la Prima e poi la Seconda Guerra Mondiale tantissime lavoratrici, ma anche tante donne della Resistenza, hanno fatto affidamento su questo mezzo di trasporto, relativamente economico ed estremamente pratico.

Eppure il gap rimane anche al giorno d'oggi. Una ricerca ha analizzato i dati sull'uso dei servizi di bike sharing in tre grandi città statunitensi (New York, Boston e Chicago) tra il 2014 e il 2018 e ha rilevato come solo uno su quattro viaggi in bicicletta sia stato effettuato da una donna. Le donne percepiscono il ciclismo come un'attività più rischiosa rispetto agli uomini e questo ha un impatto sull'uso della bici come mezzo di trasporto e come hobby. Secondo una ricerca condotta da Cycling UK, oltre la metà delle donne intervistate (58%) ha dichiarato che i propri spostamenti in bicicletta sono limitati da problemi di sicurezza e dalla mancanza di infrastrutture adeguate e il 23% ha indicato la mancanza di piste ciclabili dedicate. «Ciò evidenzia le sfide uniche che le donne che vanno in bici devono affrontare e la reale necessità di strade più sicure e percorsi ben illuminati, progettati tenendo conto delle esperienze delle donne», si legge nel rapporto. Nel 2023 l'app per il fitness Strava ha raccolto dati sulle attività ciclistiche - dal pendolarismo al tempo libero, fino alle gare - e rilevato come le donne trascorrono in media meno tempo in sella rispetto agli uomini. Si parla del 45%in meno negli Stati uniti, del 64% in meno in Spagna, del 54% in meno in Francia 54% in meno nel Regno Unito e del 42% in meno in Germania.

E il ciclismo professionistico?

Negli anni 50 il famoso ciclista Alfredo Binda si definiva «contrario al ciclismo femminile». «Penso che sia giusto che le donne vadano in bicicletta, ma niente di più», dichiarava, «La competizione non fa per loro. Non è bello vedere una donna sudata che traballa sui pedali senza alcuna grazia. Non ho dubbi che la maggior parte degli allenatori e degli atleti sia d’accordo con me». A lungo, come per molti altri sport, il ciclismo è rimasto appannaggio principalmente maschile, basti pensare che il primo Tour de France maschile della storia si è tenuto nel 1903. Per il corrispettivo femminile si è dovuto aspettare fino al 1955, più di mezzo secolo dopo, e comunque negli anni successivi la gara non si è consolidata. Per diversi anni c'è stato ogni anno il Tour de France maschile, che durava tre settimane, e parallelamente “La Course”, ossia una semplice gara femminile di un giorno. Solo dal 2022 è nato il Tour de France Femmes, a tappe e più simile a quello maschile.

In Italia, come spiega ancora Antonella Peterle Bellutti, solo la riforma del 2023 ha sdoganato il professionismo nel ciclismo femminile: prima era possibile solo per calcio, basket, ciclismo e golf solo per le massime categorie maschili. Oggi sono i presidenti dei club che decidono se un’atleta è da considerare o meno un lavoratrice. «Questo», spiega Bellutti, «fa sì che siano veramente ancora pochissime le atlete che possono godere di un contratto di qualsiasi tipo e forma e questo implica non avere nessuna delle tutele minime che normalmente un lavoratore ha, e per le donne c'è anche l'aggravante della maternità. C'è un fondo maternità di €1000 al mese per 10 mesi, ma solo una percentuale bassissima di atlete vi possono accedere».

Le cicliste, si trovano inoltre a fare i conti con mancanza di sponsor e una copertura mediatica limitata, elementi che influiscono sulla percezione generale dello sport. Se ne parla ancora troppo poco: al momento, ad esempio, si è appena concluso il mondiale a Kigali in Ruanda. Ha vinto la canadese Magdeleine Vallieres, 24 anni, l’argento è andato alla neozelandese Fisher Black e il bronzo alla spagnola Mavi Garcia. In Italia, invece, i nomi da tenere a mente sono quelli di Elisa Longo Borghini, 33 anni, una delle cicliste italiane più forti degli ultimi anni, ma anche Elisa Balsamo, 27 anni, Silvia Persico 28 anni, Martina Alzini, 28 anni, ciclista su strada e su pista, tutte presenti alle Olimpiadi di Parigi. Secondo Bellutti l’Unione Ciclistica Internazionale, sta lavorando bene per avvicinare le donne alle tutele dei colleghi maschi: «Ad alto livello le cose sono sicuramente migliorate e le donne corrono gli stessi tracciati, anche se ridotti e fanno più o meno tutta l'attività dei colleghi maschi». Eppure, per quanto riguarda la visibilità, «siamo ancora lontanissimi». «Le percentuali di notizie che riguardano gli sport femminili sono ridicole, siamo sotto il 3%», spiega la campionessa, «Tutto passa attraverso i social media dove però il rischio di oggettificazione del corpo è molto alto e le atlete più che per le loro imprese rischiano di essere viste per le loro forme e sembianze».