L'anno scorso Victoria's Secret ha lanciato il suo documentario/sfilata #TheTour23 che a molti è era sembrato una dichiarazione di intenti, a qualcuno persino l'inizio di qualcosa. C'erano modelle di tutte le taglie, artiste di diverse provenienze, designer, filmaker e ballerine impegnate a rivisitare l'estetica del tradizionale angelo di Victoria's Secret. Tra loro c'era anche l'artista e designer Michaela Stark che, all'uscita del documentario, è stata coperta di insulti su Instagram, accusata di aver macchiato per sempre l'immagine di bellezza femminile costruita dal brand. «Bring back Gisele!» le hanno scritto riferendosi a Gisele Bündchen, storico angelo dei tempi d'oro di Victoria's Secret (Stark, per tutta risposta, ha stampato il commento su una t-shirt, e l'ha indossata).
Ora gli angeli sono davvero tornati. Gisele Bündchen non ha sfilato, ma il brand ha riportato in passerella, dopo 5 anni di pausa, le modelle più iconiche di ieri e di oggi, come Kate Moss, Eva Herzigova, Carla Bruni, Adriana Lima e poi Candice Swanepoel, Vittoria Ceretti, Jasmine Tookes, Barbara Palvin, Gigi e Bella Hadid. Questo grande ritorno prometteva di «riflettere chi siamo oggi» ma, una volta finita la sfilata, ci si sente confuse. Chi siamo davvero oggi? Cos'è successo negli ultimi 6 anni?
Nel 2022, un anno prima di #TheTour23, era uscito un altro documentario su Victoria's Secret, di tutt'altro taglio. Victoria's Secret: Angels and Demons presentava tutti i motivi per cui il brand di lingerie simbolo dell'erotismo femminile nei primi anni 2000, meritava di essere cancellato. Un ambiente lavorativo maschilista e tossico, modelle eccessivamente magre, pressioni per spingerle a dimagrire senza mangiare, episodi di razzismo e appropriazione culturale, molestie, disturbi alimentari, e un'intera generazione di ragazzine cresciute con l'idea che, per essere belle e sexy si dovessero raggiungere standard irrealistici. Nel 2019 Ed Razek, chief marketing officer di Victoria's Secret, aveva addirittura dichiarato che nello show non ci sarebbe mai stato spazio per modelle curvy o trans, dato che la loro presenza avrebbe rovinato la fantasia sessuale che lo spettacolo doveva, a suo dire, veicolare. Quello che ne è seguito è stato un polverone che ha portato alla chiusura di centinaia di punti vendita e allo stop del famoso show degli angeli.
Da lì è iniziato un faticoso percorso di rebranding. È nato il VS Collective che ha coinvolto come testimonial personalità come la calciatrice Megan Rapinoe, la modella trans Valentina Sampaio, la modella plus size Paloma Elsesser. Su Instagram sono comparse donne di diverse taglie e i vertici di Victoria's Secret sono sembrati determinati a fare mea culpa ed entrare in una nuova era. Eppure non può bastare: le nuove generazioni, che con queste tematiche ci sono cresciute, sanno che basta poco per pulirsi la coscienza con inclusion e body positivity svuotando le istanze del loro significato politico senza crederci davvero, senza un impegno reale. Victoria's Secret era ancora in attesa di confermare una sua effettiva presa di coscienza e anche per questo il ritorno degli angeli era così atteso.
Alcune cose sono cambiate. Lo spettacolo ha mantenuto alcune promesse facendo sfilare due modelle trans, Alex Consani e Valentina Sampaio. Ha anche lasciato spazio ad alcune (poche, troppo poche per poter parlare di inclusione) modelle con forme corporee meno conformi agli standard. Eppure sarebbe poco onesto non vedere, rispetto alle premesse, un ritorno al passato, lo stesso a cui, del resto stiamo assistendo da anni a tutte le Fashion Week. Lo show sembra un mix tra quello che era e quello che è stato negli anni di rebranding e ci dice poco o niente di quello che sarà. «Mentre guardavo una modella magra dopo l'altra sfilare in passerella», ha scritto su Teen Vogue la giornalista Aiyana Ishmael, «sono stata catapultata indietro nel salotto della mia infanzia, mentre guardavo donne che non mi somigliavano stabilire uno standard di bellezza che la maggior parte delle donne non raggiungerà mai».
Victoria's Secret ha messo in atto un'operazione nostalgica assecondando lo Zeitgeist che ci nutre di revival, sequel e ritorni alle origini. Come spiega Lucrezia Ercoli nel suo libro Yesterday. Filosofia della nostalgia, la nostalgia illumina il passato con una luce rosa perché quello che conta è la dolcezza di tornare alle noi di allora, poco importa che quelle noi fossero ragazzine che stavano interiorizzando canoni estetici che le avrebbero condizionate per sempre. Il problema della nostalgia, però, è che alla lunga rischia di rimanere sterile, lasciandoci senza speranza nel domani e continuando a escludere e discriminare. «È quasi come se lo spettacolo si basasse sulle proprie radici senza aggrapparsi a nessuna delle tematiche che il marchio aveva promesso di portare», scrive Ishmael. Rimane a metà, indeciso tra il sogno distorto del passato e un blando tentativo di futuro a cui manca il coraggio. E forse è vero, e triste: in questo senso riesce a parlarci di chi siamo oggi. Eppure tornare indietro non è possibile e Victoria's Secret ce l'ha confermato riproponendoci standard impossibili e basati sullo sguardo maschile che noi, però, questa volta abbiamo letto diversamente, senza caderci dentro. Victoria's Secret non è diverso, ma forse lo siamo noi.
«Da bambina», scrive su Allure la giornalista Nicola Dall'Asen, «avrei trascorso i giorni, le settimane e i mesi successivi al Victoria's Secret Fashion Show controllando la mia dieta e il mio esercizio fisico nel disperato tentativo di adattarmi a quelle fantasie maschili adulte (bleah! Ci credi?). Con le immagini di spazi tra le cosce e addominali impresse nella mia mente e che suscitavano vergogna nel mio piccolo stomaco, cercavo di convincermi che un giorno ci sarei arrivata se solo mi fossi impegnata abbastanza. Questa volta, ho spento la TV con una risata, ho stappato una birra e mi sono infilata in bocca qualche cucchiaio di gelato, sentendomi come se avessi vinto».

















