Giulia Tramontano, ventinovenne di origini campane incinta al settimo mese, è morta ammazzata per mano del suo compagno, Alessandro Impagnatiello, 30 anni, dopo aver scoperto che lui si era costruito una vita parallela con un'altra ragazza. Sin dalle prime ore della sua sparizione, sabato 27 maggio, i contorni poco chiari dell'allontanamento di Giulia avevano destato ben più di un sospetto nella sua famiglia, negli inquirenti e nell'opinione pubblica. Tanto che il focus, nei giorni successivi alla denuncia di scomparsa a opera dello stesso Impagnatiello, si è immediatamente spostato sul fidanzato della vittima, che poi, giovedì 31 maggio, ha confessato l'omicidio.
Oggi, l'hashtag #losapevamotutte riflette in modo doloroso la consapevolezza che, già poche ore dopo la diffusione della notizia della sparizione di Giulia, aveva colto tutti. Ovvero che la ragazza fosse morta per mano dell'uomo che diceva di amarla e da cui aspettava un bambino, Thiago (sarebbe nato tra due mesi), esattamente come 38 donne prima di lei, uccise in casa o da persone che conoscevano e di cui si fidavano. Avremmo voluto sbagliarci, purtroppo così non è stato.
Nel report settimanale del Dipartimento di pubblica sicurezza pubblicato sul sito ufficiale del Viminale il 28 maggio scorso, si leggono numeri atroci: su 129 persone morte per omicidio in totale dall'inizio dell'anno, 45 sono donne e 37 di loro sono state ammazzate da persone della loro cerchia privata o lavorativa. Giulia Tramontano e Pierpaola Romano, agente di polizia uccisa a Roma da un collega di lavoro l'1 giugno, portano la cifra delle donne morte in ambito familiare o affettivo, in appena cinque mesi, a 39. Otto donne al mese, volendo fare una media: un'ecatombe. Il sito femminicidioitalia.it ha puntualizzato che dall'inizio dell'anno, in Italia, 17 donne sono morte per mano di ex compagni o partner violenti. Giulia e Pierpaola sono solo le ultime in ordine cronologico, ma sappiamo già con lancinante cognizione che non lo saranno in senso assoluto.
Se allarghiamo il focus al mondo intero, basta guardare i numeri del rapporto UN Women del 2022 per continuare a parlare di strage: su oltre 81.100 vittime uccise nel corso del 2021, la meta (il 56%) erano donne e ragazze uccise da una partner, un marito o un parente.
Il vocabolario della strage
Si discute molto, in queste ore, della corretta terminologia da usare in casi come questi, di quel vocabolario che rischia di tramutare una vita spezzata in una mera statistica - che pure è necessaria per capire la portata della situazione - e di colpevolizzare le vittime e la loro incapacità di difendersi, più che i carnefici che le aggrediscono.
Giulia Tramontano, Pierpaola Romano, così come Giulia Donato, Martina Scialdone, Oriana Brunelli, Teresa di Tondo, nomi questi di alcune delle donne la cui vita è finita per mano di ex compagni o mariti violenti dall'inizio del 2023, non sono solo casi di cronaca: sono il riflesso di un malessere sistemico e di un cortocircuito culturale che non può in alcun modo addossare la responsabilità sulle vittime. Chi muore non perisce perché non ha saputo difendersi o non ha trovato il coraggio di denunciare o scappare da una situazione pericolosa, muore perché un pazzo omicida l'ha assassinata. Non fa alcuna differenza, almeno da un punto di vista etico (la fa, ovviamente, da un punto di vista legale) che lo abbia fatto in preda a un raptus, guidato dai soliti "demoni interiori" o dalla gelosia, oppure sospinto dalla premeditazione. Ciò che sappiamo è che Giulia, Pierpaola, Martina, Teresa e le altre non ci sono più e che, prima di "educare" le donne a difendersi - semmai dovrebbe essere una normativa chiara a farlo e una società sicura a tutelarle - dovremmo insegnare agli uomini, senza retorica, che fare del male non ha mai giustificazioni e che l'amore non ferisce e non distrugge, semmai cura.











