E se vi dicessi che a diciassette anni ho preso il mio primo aereo, salutato il mio Paese natale per trasferirmi in Italia? Sono salita su quell’aereo credendo che la distanza mi avrebbe protetta, che se fossi andata abbastanza lontano nulla avrebbe potuto seguirmi. Non stavo lasciando solo un luogo fisico. Mi stavo lasciando alle spalle giudizi, aspettative e regole sociali che avevano già deciso per me il corso della mia vita da adulta. Sono uscita dall’aeroporto con quattro valigie e un desiderio tanto semplice quanto ostinato: diventare una persona degna di rispetto, amore e luce.

Mi chiamo Kay Kamakhya. Sono una donna trans, vengo dall’India e lavoro in ambito creativo occupandomi di scrittura, gestione dei social media, produzione di contenuti fotografici ed eventi speciali. Il cambiamento ha definito la mia vita. Lasciare l’India ha significato familiarizzare con una nuova lingua, trovare casa e imparare a destreggiarmi da sola nella burocrazia di un Paese di cui ancora non capivo regole e consuetudini. Col tempo, la confusione si è trasformata in chiarezza. Alcune porte si sono chiuse, certo, ma altre si sono aperte e, nel frattempo, ho trovato il mio modo di esistere nel mondo.

Mi sono trasferita a Milano per studiare allo IED e ho iniziato a conoscere la città come capita alla maggior parte delle persone: attraverso i mezzi pubblici e i percorsi quotidiani che col tempo diventano familiari. Proprio su un tram, un giorno, mi capitò di incontrare una compagna di classe che viveva nel mio stesso palazzo. Da quell’incontro fortuito è nata una delle relazioni più importanti della mia vita: quella con Alice. Alice è la mia coinquilina, la mia migliore amica, la mia famiglia elettiva. Ha creduto in me quando ne avevo più bisogno e mi ha insegnato quanto sia importante prendersi cura delle persone che entrano nella nostra vita.

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Courtesy Miss Trans Globe Italia

Frequentando Porta Venezia, ho scoperto la comunità queer di via Lecco, che mi ha accolta senza fare domande. Quel percorso mi ha dato sia una casa che una comunità. Mi sono sentita davvero molto fortunata. Trovare la propria strada non è mai solo una questione geografica: ciò che conta sono le persone che camminano al tuo fianco. Cinque anni fa pensavo che la distanza mi avrebbe tenuta al sicuro. Mi sentivo libera. Camminavo per strade sconosciute, incontravo persone pronte ad aiutarmi e, poco a poco, scoprivo un nuovo senso di appartenenza. Mi sentivo supportata e percepivo di poter decidere del mio futuro da sola.

Sebbene la paura non mi abbandonasse mai del tutto, insieme alla sensazione di essere giudicata, sapevo che le scelte fatte dopo aver lasciato l’India mi avevano portata a sentirmi finalmente a casa. Sono fortunata, lo so. E so anche che non tutte le strade portano dove mi ha condotto quella che ho intrapreso io.

Era gennaio, stavo guidando in città, di notte. Il freddo era pungente, ma il riscaldamento dell’auto manteneva l’abitacolo caldo e confortevole. Da dietro il parabrezza ho visto donne in piedi lungo il ciglio della strada, sotto i lampioni, in attesa che un’auto si fermasse. Non stavano aspettando un passaggio. Stavano cercando di sopravvivere. Molte delle donne che ho visto erano trans, molte di loro straniere. Non erano diverse da me: guardandole, mi sembrava di vedermi allo specchio. C’era però una differenza tra me e loro. Non riguardava l’identità, ma la possibilità — a loro negata — di accedere alla protezione e alle opportunità che io avevo avuto.

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Courtesy Miss Trans Globe Italia

Lo stesso percorso può portare a esiti molto diversi. C’è chi trova un posto sicuro da chiamare casa. C’è chi si ritrova in un luogo oscuro, fatto di sfruttamento e violenza. Qualche mese prima mi ero trovata in un contesto completamente diverso: Miss Trans Globe Italia, fondato e diretto da Laura Pereira, vincitrice dell’edizione 2025. Non è un concorso di bellezza convenzionale, ma un’oasi di serenità, uno spazio in cui donne trans, diverse per età, provenienza e aspetto, possono coesistere senza sentirsi giudicate da standard di perfezione estetica arbitrari e illusori.

Dietro le quinte, le ragazze si aiutavano con gli abiti, si sistemavano il trucco a vicenda con mani talvolta ansiose, condividendo momenti di quiete prima di salire sul palco. Non c’era competizione, ma cura ed empatia. Come dice Laura Pereira: «Sono una donna trans, brasiliana, migrante. Sono stata escort, sono un’attivista, sono stata una Miss e oggi sono la direttrice di un concorso nazionale. Nessuna delle mie identità cancella le altre: coesistono, si contraddicono e si rafforzano. Ho percorso strade che non ho scelto e altre che ho costruito passo dopo passo. Se oggi posso creare spazi e visibilità per altre donne trans, è perché credo che anche da una strada piena di rischi possa nascere qualcosa di sicuro».

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Courtesy Miss Trans Globe Italia

Su quel palco, i corpi trans erano celebrati. Sulle strade, quegli stessi corpi vengono sfruttati, esibiti e spesso abusati. Eppure abbiamo tutte la stessa necessità: essere viste, poter esistere e trovare la via di casa. Sono fortunata. A Milano ho trovato le persone e le opportunità giuste per costruire qualcosa che mi offrisse libertà e sicurezza. È per questo che ho voluto creare T Party: uno spazio sicuro pensato per persone trans, un luogo dove fare networking e coltivare un nuovo senso di comunità, una piattaforma per diffondere la nostra voce senza paura.

Non tutti hanno le mie stesse possibilità, ma tutti condividiamo le stesse paure, le stesse speranze, lo stesso desiderio di vivere in sicurezza. Quello che cambia è il punto di partenza, il percorso davanti a noi e il modo in cui la società ci guarda. Quando giudichiamo, spesso dimentichiamo che chi abbiamo davanti è una persona reale. Per capire l’altro non serve essere d’accordo su tutto: basta, prima di tutto, provare a mettersi nei suoi panni. La stessa strada può aprire nuove opportunità per qualcuno, mentre può lasciare un altro esposto e vulnerabile. Non è una questione di destino, ma di scelta. Una scelta che, troppo spesso, non ci appartiene.

portrait of a person with dark wavy hair wearing a black blazer and a thin necklacepinterest
Courtesy Ufficio Stampa
Kay Kamakhyaè una producer di origine indiana, lavora a Milano fra moda e cultura. Con la sua voce fa informazione sociale, ambientale e diffonde consapevolezza sui diritti trans.