Questo pezzo, contravvenendo a ogni regola del giornalismo, inizia con un elenco. Quello, cioè, con i nomi delle celebrità che dallo scorso agosto, ovvero dal momento dell'ufficializzazione di Kamala Harris come sostituta di Joe Biden nella corsa per la vittoria alle Presidenziali 2024, hanno supportato pubblicamente la candidata democratica. La lista è lunghissima: Lady Gaga, Beyoncé, Taylor Swift, George Clooney, Rihanna, Katy Perry, tutto il cast della saga Avengers, Cardi B, Lizzo, Jennifer Lopez. E poi ancora Gracie Abrams, Cher, Olivia Rodrigo, Eminem, Ariana Grande, John Legend, Kesha, Billie e Finneas Eilish, Chappell Roan. Tra questi contiamo solo i personaggi del mondo dello spettacolo, a cui vanno aggiunti quelli più rilevanti del mondo politico (gli Obama) e televisivo (Oprah Winfrey su tutti). Tutto è iniziato a luglio quando Charli XCX ha detto che «Kamala è Brat»: da quel momento la copertura mediatica di Harris è diventata il cuore pulsante della sua campagna elettorale. L'apice si è toccato a settembre quando, in suo onore, Taylor Swift si è auto-nominata "childless cat lady". Per molti la consacrazione definitiva, il gettone per la vittoria, l'endorsement che serviva per permettere a Kamala Harris di fare il salto, raggiungere il variegatissimo pubblico della GenZ e pure dei Millennials.
Invece, nonostante la mobilitazione generale, i numeri da capogiro raggiunti dalle celeb in termini di partecipazione al voto (solo Sabrina Carpenter, tramite la piattaforma HeadCount, ne ha raccolti più di 35 mila) e gli endorsement della Hollywood che conta, Kamala Harris ha perso, e pure con uno stacco importante, le elezioni contro Donald Trump. E quindi cosa è accaduto? La voce di George Clooney, di Beyoncé, di Lady Gaga, apparentemente così influente, non conta più niente?
La strategia hollywoodiana di Kamala le si è ritorta contro?
Questo oggi si chiedono gli esperti americani, non solo quelli di politica ma anche quelli di intrattenimento: secondo Seth Abramovitch, senior editor dell'Hollywood Reporter US (via The Guardian), «le celebrità coinvolte da Kamala avevano già un pubblico democratico: chi ascolta Katy Perry o Madonna è liberale, queer, tendenzialmente donna o di origini afroamericane. Praticamente un parterre di persone già incline a votare per lei». E l'endorsement di Taylor Swift, considerato solo due mesi fa decisivo per la vittoria? «Non è riuscito a raggiungere il segmento demografico che ha infine votato Trump, quello della comunità latina e degli uomini afroamericani». Ben 405 mila persone si sono collegate al sito vote.gov dopo la storia dell'artista, segno che l'impatto delle celebrità in termini di attivismo politico c'è, eccome. Solo che non è facile capire quanti di questi accessi si siano poi tramutati in voti, e più specificatamente in preferenze per Harris. Per alcuni versi le parole di Swift dedicate alla candidata democratica sono state un boomerang: secondo un sondaggio di YouGov pubblicato dopo la diffusione del post dell'artista ben il 20% degli intervistati ha detto che l'endorsement aveva fatto loro passare la voglia di votare per lei.
Secondo Laurence F Maslon, professore della New York University (sempre via Guardian), «alla fine gli endorsement hanno fatto meglio alle celebrità che a Kamala». In molti casi questo effetto si presenta quando a parlare di politica è una persona famosa che non si è mai interessata di questioni come l'economia, la crisi in Medio-Oriente, i diritti riproduttivi. E che quindi abbraccia i valori democratici più perché deve che non per reale attaccamento alla causa. Taylor Swift, per scelta da sempre ben lontana dal presentarsi come un'attivista, potrebbe essere stata percepita in questo senso come troppo poco vicina alla causa di Harris, troppo poco convincente, proprio perché l'artista non è affatto coinvolta nel dibattito politico del paese. E lo stesso vale per Beyoncé, che si è spesa a lungo per la causa della community Black ma mai per gli altri punti del programma democratico. Per farla semplice, Donald Trump, pur nella sua controversa ascesa e campagna e nel suo modo populista e distorto, ha convinto gli indecisi parlando di problemi reali - l'economia, le guerre - mentre Kamala avrebbe affidato la sua voce a personaggi lontanissimi dalle persone comuni, privilegiate, potenti e ricche, che vivono in un mondo irreale troppo lontano da quello degli elettori.
Il supporto delle celebrità a un candidato alle presidenziali non è certo una strategia inventata dall'ufficio comunicazione di Harris, ma secondo il New York Post Kamala, in soli tre mesi, «ha distrutto il potere degli endorsement». Trump, che ha affidato al controverso podcaster Joe Rogan la "comunicazione esterna" della sua campagna elettorale e, proprio grazie a questa partnership e alla partecipazione del candidato al suo podcast, potrebbe aver raccolto i consensi tra gli elettori più giovani. Una cosa che Harris non è riuscita a fare neanche sedendosi nel salotto di Alex Cooper per una puntata dell'amatissimo Call Her Daddy. Un endorsement contro decine e decine è bastato, stando alle analisi del giorno dopo le Elezioni USA, ad affossare Kamala Harris e a far trionfare il suo avversario.
Oggi quelle stesse celebrità che hanno supportato la candidata democratica piangono lacrime amare: Billie Eilish ha scritto che la vittoria di Trump è una «guerra alle donne», prostrata sono Michelle Obama, Beyoncé, Cardi B. Ci hanno provato, non è servito. Certo la campagna elettorale di Kamala Harris è già diventata un caso studio, per chi studia la politica e il costume. Purtroppo non per i motivi che avrebbe desiderato, ovvero la vittoria.












