Quando ho scoperto della malattia di Michela Murgia ero in macchina, l’ho letto in un post su Instagram. Ecco, sto facendo esattamente quello che hanno fatto in tanti e che si critica sui social in questi giorni: spostiamo l’attenzione su di noi, su come ci siamo sentiti, sul perché la sua malattia ci coinvolge tanto. D'un tratto c’è un gran bisogno di comunicare. Qualcuno dice: «È un fatto privato, dovremmo starcene zitti!», qualcun altro invece afferma che «bisognerebbe parlare di lei, di quello che ha detto o fatto». Tutti vorrebbero poter raccontare un episodio che li lega a lei, ricordare un aneddoto. È evidente: l’intervista al Corriere della Sera dove Murgia parla della sua malattia, un tumore al quarto stadio, e del suo nuovo libro, Tre Ciotole, ci ha mandati in tilt. Vogliamo parlare, ma ci chiediamo se siamo autorizzati a farlo. Non sappiamo cosa dire, siamo in imbarazzo, allora ne parliamo male o non ne parliamo affatto. In ogni caso suona tutto stonato. È ciò che succede tutte le volte che si cerca di nominare la morte in una società che fa finta che non esista relegandola ai margini.
Al netto delle polemiche social e di commenti violenti e inappropriati, l’ondata di emozioni scomposte che ha seguito l’intervista è umana, che ci piaccia o no. Quello di Murgia, come scrive Loredana Lipperini sul La Stampa, è un racconto che «ci chiama in causa in tanti modi sul piano umano civile sociale e culturale e non potrebbe che essere così considerando che Michela ha sempre avuto la capacità di toccare tutte le corde senza mai perdere di vista quella che è, o dovrebbe essere, la missione di chi scrive e prende parola pubblica anche pagando costi altissimi». Anche questa volta, come in molti altri casi nella sua vita, la scrittrice sarda ci ha messo di fronte a qualcosa di scomodo, ci ha ricordato che siamo esseri finiti e che parte della vita è anche la morte. L’ha fatto, però capovolgendo la narrazione dominante in sintonia con la pratica femminista. Ci ha spiazzati soprattutto con un approccio pubblico che rifiuta pietismo, lacrime e il cliché della “battaglia contro il cancro”. Preferisce un «patto di non belligeranza», come scrive nel libro, una constatazione della malattia come parte del nostro essere complessi.
Non c’è un nemico da combattere dentro di lei. Le “battaglie”, se così vogliamo chiamarle, sono altre, anche riguardo la morte. Murgia le conosce bene: nell’intervista non solo fa riferimento alla mancata possibilità, in Italia, di decidere del proprio fine vita, ma parla del poligono di Perdasdefogu in provincia di Nuoro e delle morti provocate dalle esercitazioni militari con sostanze cancerogene. Anche nella morte, nella malattia, il potere si insinua e crea gerarchie. «Avere un certo corpo, essere parte di un certo gruppo, essere una certa persona, può essere una condanna a morte», scrive l’autrice femminista Sara Ahmed sul suo blog, «Quando non dovresti vivere come sei, dove sei, con chi sei, allora la sopravvivenza è un’azione radicale; un rifiuto di non esistere fino alla fine; un rifiuto di non esistere finché non esisti. Dobbiamo capire come sopravvivere in un sistema che decide la vita per alcuni e richiede la morte o la rimozione di altri. A volte sopravvivere in un sistema è sopravvivere a un sistema».
Anche l’esistenza di Michela Murgia continua a essere un atto di resistenza: nell’intervista ricorda il suo nome scritto sui muri e gli insulti in coda al supermercato, si augura di non morire sotto un governo «fascista». Anche in questo senso la morte, come parte integrante della vita, è politica. E lo è anche l’amore. Murgia parla della sua “queer family” e della volontà di sposarsi anche perché la società riconosce determinati amori e ne marginalizza altri. Bell Hooks nel suo libro Tutto sull’amore si interroga sulla possibilità di un amore che abbracci la ricerca di sé e dell’altro nel suo valore più autentico, un amore che costruisca comunità e un’alternativa a dominazione e oppressione. È questo tipo di amore, scrive, che «ci dà il potere di vivere pienamente e di morire bene. La morte diventa, quindi, non la fine della vita, ma una parte della vita». A vedere Murgia su Instagram che si rasa i capelli col sorriso e il rossetto rosso viene spontaneo chiedersi «Come fa?», «Come posso fare a vivere una vita che mi permetta di morire con la stessa serenità?». Gli interrogativi sulla morte sono quasi sempre interrogativi sulla vita. Lei scrive semplicemente: «Sembra una festa, lo so, ma con gli amici, mio figlio e il sole di fuori, che cos’altro poteva essere?».












