Sono passati 40 giorni dalla morte di Mahsa Jina Amini, la ventiduenne iraniana arrestata perché non indossava correttamente l'hijab e uccisa dalla polizia in carcere. Questa ricorrenza è importante nei rituali funebri islamici: il quarantesimo giorno dopo la morte è, infatti, considerato il momento in cui cui l’anima, dopo la purificazione, inizia il suo percorso di ascensione verso Dio e rappresenta la chiusura del periodo di lutto. Martedì, per questo motivo, in Iran ci sono state molte manifestazioni che la polizia ha represso, ancora una volta, con la forza.

Le autorità iraniane se lo aspettavano e avevano ordinato la chiusura delle scuole e delle università del Kurdistan per cercare di limitare l'affluenza alle manifestazioni. La ragione ufficiale era «un’ondata di influenza», ma attivisti e organizzazioni per i diritti umani pensano che lo scopo del governo fosse proprio impedire alle persone di recarsi a Saqqez, nel Kurdistan iraniano, la città di origine di Amini. È lì che c'è stata la manifestazione più importante: decine di migliaia di persone hanno tentato di recarsi al cimitero dove la ragazza è sepolta, ma la polizia è intervenuta duramente.

Come racconta il Guardian, gli agenti hanno cercato di impedire ai manifestanti di raggiungere la tomba di Amini, arrivando a lanciare lacrimogeni e sparare dei colpi d’arma da fuoco contro la folla. Le autorità iraniane lo hanno confermato sostenendo, però, che la polizia abbia sparato solo per difendersi da un attacco dei manifestanti. Secondo la ong Hengaw, con sede in Norvegia che si occupa di violazioni dei diritti umani nel Kurdistan, almeno 50 persone sarebbero state ferite negli scontri. Le immagini sui social mostrano un fiume di persone dirette verso il cimitero di Aichi, subito fuori dalla città. Cantano slogan contro il regime e l'ayatollah Ali Khamenei e molte donne hanno il capo scoperto in segno di protesta.

Dai video si vede la polizia bloccare le strade e lanciare lacrimogeni, mentre sembra che le sparatorie siano avvenute quando un gruppo più piccolo si è diretto verso l'ufficio del governatore a Saqqez. Secondo alcuni attivisti, inoltre, le autorità iraniane avrebbero impedito anche agli stessi genitori di Amini di partecipare alla manifestazione, minacciando di arrestare loro figlio. Il governatore del Kurdistan Zarei Koosha ha smentito sostenendo che sia stata una decisione autonoma della famiglia. Ha detto che «il nemico e i suoi media stanno cercando di usare il rito del quarantesimo giorno come un pretesto per provocare nuove tensioni». «Fortunatamente, però», ha aggiunto il governatore, «la situazione nella provincia è assolutamente tranquilla».