Vedere che It’s a Sin è stata scelta come migliore Tv show del 2021 dal Guardian non stupisce: la miniserie creata da Russell T Davies riparte dal passato, ma ci parla anche del nostro presente. Quest’anno abbiamo iniziato (è solo il principio di un lungo percorso) a riflettere sulla pandemia che stiamo vivendo: i dubbi, le paure, la “nuova normalità” e sopratutto l’incertezza. È la mancanza di appigli che ci destabilizza, l’ignoto. Ed è proprio da qui che parte It’s a Sin, fast backward di 40 anni quando l’AIDS arriva a Londra. È una strana malattia - forse polmonite, forse tubercolosi, forse cancro - c’è chi dice che sia tutta una messa in scena da parte del governo per spingere le persone omosessuali a non fare sesso. Questi dubbi e il senso di impotenza davanti a quella che era stata definita la “gay plague” li vediamo attraverso gli occhi di tre amici fuggiti a famiglie omofobe e pronti ad assaporare una straripante libertà nelle mille sfaccettature che la città nei primi anni 80 può offrirgli.
Quando iniziano i primi casi, i primi morti, quando il panico comincia a farsi sentire ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi nega, chi si informa, chi pensa al complotto, chi ha semplicemente paura. Nonostante i toni sempre più drammatici man mano che l’epidemia si diffonde, Russell T Davies non toglie mai ai suoi protagonisti la gioia di vivere, la voglia di scherzare, la leggerezza magari insensata eppure necessaria. Questo - oggi lo sappiamo meglio di qualche anno fa - li rendere profondamente umani.
It’s a Sin, però, è anche un reminder e il titolo lo dice chiaramente. Parla delle colpe, della vergogna che cerchiamo di appiccicare costantemente al prossimo: lo facciamo a livello personale e lo facciamo a livello strutturale marginalizzando e discriminando intere comunità. Lo facciamo soprattutto quando non troviamo risposte. Non può esserci pietà verso chiunque abbia usato l’AIDS e la paura come giustificazione all’emarginazione della popolazione omosessuale. Non ci sono scuse per i governi che hanno fatto finta che il problema riguardasse la condotta sessuale "promiscua" di certe persone. Ma il punto non è solo quello, il punto sono le vite spezzate: è questo ciò che The Sin ci restituisce colpendoci al cuore. «Mi sono divertito così tanto. Ho avuto tutti quei ragazzi», dice uno dei protagonisti a sua madre in ospedale, «Erano fantastici. Alcuni di loro erano bastardi, ma erano tutti fantastici. È questo che la gente dimenticherà: quanto è stato divertente».











