Nella sua rubrica Dear Dolly per The Times, la giornalista Dolly Alderton una volta ha raccontato la storia di una donna morente che sosteneva che la sua esperienza di malattia terminale non era così terribile come l'avere il cuore spezzato. «Non c'è nient'altro in termini di esperienza umana che possa far impazzire una persona perfettamente ragionevole» spiega lo psicologo Guy Winch autore del libro e dell'omonimo Ted Talk How to fix a broken heart. Da un giorno all'altro quando una relazione finisce ci troviamo completamente stravolti, incapaci di compiere anche le azioni più banali, in preda alla sofferenza e come spiega Winch, incapaci di fidarci del nostro intuito perché «quando il tuo cuore è spezzato gli stessi istinti su cui fai affidamento di solito ti guideranno di volta in volta alla soluzione sbagliata. Semplicemente, non puoi fidarti di ciò che ti suggerisce la tua mente». Una tragedia? Sì, una tragedia, anzi secondo vari studi è paragonabile a un vero e proprio lutto. Solo che quando tuo marito ti comunica che ti tradisce o quando il tuo ragazzo ti dice che non ti ama più, il giorno dopo ci si aspetta che tu vada avanti con la tua vita. Non dovremmo invece prevedere almeno un permesso di lavoro per cuore spezzato?
«Conosco persone che sono rimaste letteralmente a letto per settimane intere. Non vanno al lavoro, oppure vanno al lavoro ma passano l'intera giornata in bagno a piangere» racconta Winch, «E poi per cercare di arrivare alla persona, per provare a farle cambiare idea, chiamano, chiamano e chiamano. La persona non risponde o li blocca. Così passano l'intera notte online cercando di vedere se riescono a raggiungere loro o la loro pagina di social media attraverso qualche via. La disperazione che le persone provano è profonda». Film e telefilm lo confermano: ognuno ha la sua scena heartbreak preferita: che sia William Thacker che cammina per Notting Hill mentre le stagioni passano, Elio che piange davanti al camino in Chiamami col tuo nome o Blair Waldorf che si ingozza di macarons in Gossip Girl. Ma allora perché se tutti sappiamo quanto faccia male, la nostra società continua a considerarlo un trauma minore rispetto ad altre
«Il mal d'amore», spiega Winch, «condivide tutte le caratteristiche del tradizionale lutto: insonnia, pensieri intrusivi, disfunzioni del sistema immunitario. Il 40% della popolazione sviluppa una depressione clinicamente misurabile. Il mal d'amore è una ferita psicologica complessa. Ci colpisce in una moltitudine di modi diversi». Sarebbe quindi perfettamente sensato che si potesse chiedere un permesso e una società di marketing Hime & Company, con sede a Tokyo, l'ha effettivamente previsto: «Non tutti hanno bisogno di prendere un congedo di maternità, ma con il cuore spezzato, tutti hanno bisogno di una pausa, proprio come quando ti ammali», ha spiegato a Reuters per telefono l'amministratrice delegata Miki Hiradate. L'azienda, però, ha stabilito un solo giorno di congedo all'anno per il personale di età o inferiore a 24 anni e due giorni per i dipendenti tra i 25 e i 29 anni. A quanto pare il motivo è che più sei avanti con gli anni e più le relazioni sono serie, ma provate a spiegarlo a un adolescente al suo primo amore finito male e poi ne riparliamo. In ogni caso due giorni non sono poi tanti per piangere tutte le proprie lacrime, ma forse è meglio di niente.












