Natale, che ci piaccia o no, significa principalmente una cosa: famiglia. Chi lo festeggia tende a tornare a casa per vedere i propri cari, salutare i nonni, passare qualche giorno con i genitori, mangiare - mangiare tanto - con i parenti. Questo può essere incredibilmente bello e piacevole, ma anche (spesso) incredibilmente difficile, stancante, problematico, doloroso, stressante, angosciante. Celebrare la famiglia è facile per chi ha una famiglia tradizionale, accettata e tutelata dalla società e per chi, in quella famiglia, rientra alla perfezione. Chi invece non trova spazio nel quadretto formato Pillon mamma-papà-figli, che fa? A parte stringere i denti e aspettare che le feste passino senza piatti rotti, può aggrapparsi alla cosiddetta iperfamiglia: la chosen family.
L'iperfamiglia è formata da tutti quei rapporti che si stringono nel corso della vita e che non hanno necessariamente a che fare con un legame di tipo biologico. Dire banalmente "amici" suona riduttivo, si tratta di qualcosa di più, della famiglia che ti scegli, quella rete di salvataggio a cui fare riferimento quando hai bisogno. Per molti la chosen family è estremamente importante («I'll be there for you'/ Cause you're there for me too»), per altri è semplicemente essenziale. Sono infatti le persone più deboli e marginalizzate a fare maggiormente riferimento alla propria iperfamiglia, a dipendere dalla necessità di averne una. Del resto avere una una famiglia legalmente riconosciuta, che si ama e da cui ci si sente amati è un privilegio perché viviamo in una società che attribuisce diritti solo a determinati legami e questi potrebbero non avere nulla a che fare con l’affetto o persino con il rispetto.
Che fare se la tua famiglia "di sangue" non accetta la tua identità? Se ti discrimina per il tuo orientamento sessuale? Se è una famiglia abusante? Se sei anziano e solo? In certi casi la chosen family è la più potente forma di welfare e questo la comunità LGBT+ lo sa bene. Se avete visto Pose su Netflix saprete che la comunità queer e trans negli anni 80 nell'ambito dei drag balls dava vita a dei veri e propri nuclei familiari di supporto. «A 13 anni ho fatto coming out. Ho subito violenze e intimidazioni» racconta a l'Espresso Roberto, un ragazzo gay che ha cercato aiuto nella Casa Arcobaleno di Milano dopo che per 10 anni ha vissuto in una famiglia profondamente omofoba: «Ci sono coming out che sono vere proprie scelte di vita. Portano a un bivio: andare o restare», conferma Stefano, anche lui rifiutato dalla famiglia. Non è più solo questione di sentirsi chiedere insistentemente dalla zia «Come mai non trovi un bel fidanzato?», a volte allontanarsi dalla propria famiglia biologica e crearne pian piano una nuova diventa un modo per sopravvivere. Se a Natale vogliamo festeggiare la famiglia, questo dovrebbe valere per tutti: famiglie grandi, piccole, con due papà, con molte mamme, con zero figli, legami biologici e legami puramente affettivi che la legge dovrebbe iniziare a riconoscere. Persone con cui sedersi a fine giornata per per ridere, piangere e sentirsi amati, finendo gli avanzi del pranzo del 25.












