La crisi climatica è sessista (ed è anche razzista e classista, se è per quello) e questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti. Gli studi sull'impatto del climate change sulla popolazione mondiale, infatti, mostrano che le donne vengono colpite più duramente: ad esempio un report delle Nazioni Unite del 2018, ha stimato che tra le persone sfollate per motivi climatici, l'80% sono donne. In realtà, più che la crisi climatica, ad essere sessista è la nostra società che rende più vulnerabili certi gruppi sociali, certi Paesi e certi popoli. Il punto è la vulnerabilità: è la vulnerabilità che, ad esempio, fa sì che il climate change stia portando e porterà a un aumento delle vittime di tratta. A denunciarlo sono diverse associazioni umanitarie che sottolineano come donne (secondo We World Onlus 7 vittime di tratta su 10 sono donne) e bambini in territori colpiti dai disastri ambientali entrino facilmente in circuiti di sfruttamento soprattutto sessuale o lavorativo.

Come ricorda Vice, in tutto il mondo, oltre 55 milioni di persone sono già state costrette a lasciare le proprie comunità d'origine a causa delle condizioni meteorologiche estreme dovute al global warming. Se la situazione non migliora, si prevede che la crisi climatica provocherà lo sfollamento di ben 1 miliardo di persone entro il 2050 sopratutto nei Paesi più poveri che sono anche quelli che attualmente contribuiscono in modo minore alle emissioni. «Le questioni ambientali si aggiungono alla povertà di chi è già oppresso» spiega a Vice Kaushik Gupta avvocato dell'Alta Corte di Calcutta che ha incontrato molte donne e ragazze che sono entrate nel commercio del sesso (attraverso lo sfruttamento o consensualmente) a causa della crisi climatica. «Per una persona che lavora nei campi o fa lavori giornalieri», spiega, «se quel poco di terra che ha viene portato via dal mare, che cosa gli rimane?».

Nel 2014 le Nazioni Unite hanno denunciato in un report che, a seguito delle inondazioni nelle Fiji alcune famiglie sfollate sono sopravvissute alle difficoltà economiche solo grazie ai soldi guadagnati dei figli tramite il lavoro sessuale. Nel 2009, dopo che il ciclone Aila ha colpito l'India, il numero di sex worker nel quartiere a luci rosse di Calcutta è aumentato del 20-25% per per sfuggire all'estrema povertà. Allo stesso modo i ricercatori dell'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo (IIED) e Anti-Slavery International hanno scoperto che la siccità nel nord del Ghana ha portato molte persone a migrare verso le principali città. Molte donne hanno iniziano a lavorare come facchine esponendosi al rischio di tratta, sfruttamento sessuale e servitù per debiti, una forma di schiavitù moderna in cui i lavoratori sono intrappolati dopo essersi indebitati. Tutto questo deve trovare spazio nel dibattito sulla questione ambientale: il problema va analizzato tenendo conto dei diversi contesti e delle possibili soluzioni contingenti e sul lungo periodo. «Il mondo non può continuare a chiudere un occhio sul lavoro forzato, la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani alimentati dal cambiamento climatico», ha dichiarato Ritu Bharadwaj, ricercatore dell'IIED, «Affrontare questi problemi deve essere parte integrante dei piani globali per affrontare il cambiamento climatico».