Per Marissa l'acqua ovunque, è con lei ogni momento. È come se, da quel giorno in cui l'onda ha sommerso tutto in Thailandia, segnando per sempre la sua esistenza e il confine tra infanzia ed età adulta, le fosse impossibile non sentire il rombo dell'oceano anche per le strade di New York. In città nessuno presta attenzione ai movimenti dell'acqua che è dentro a ogni cosa, al laghetto dove vivono specie di tartarughe infestanti o all'uragano che sta arrivando. Per i passanti che camminano frenetici la natura è qualcosa di accessorio, si trova altrove, lontana dai loro impegni, arginabile e trascurabile (com'è trascurabile uno scoiattolo morto, un insetto o un parrocchetto su un albero). Gli abitanti che ascoltano le previsioni sull'uragano del 2012 come un rumore di fondo, non conoscono le sfumature dell'acqua che ha visto Marissa da piccola mentre si tuffava verso la barriera corallina, pensano davvero che esista solo il "blu mare".
Marissa vive sommersa perché «Quando l’acqua ti fa pensare a qualcuno, non c’è modo di sfuggire a quella persona». E infatti Marissa vive ancora con Arielle, l'amica con cui nuotava in mezzo alle mante chiamandole per nome, la sua persona, che le è stata portata via dallo tsunami del 2004. «Quello che volevo fare era scrivere un libro che parlasse della perdita ambientale e della perdita umana», mi racconta Tara Menon, docente di Letteratura inglese all'Università di Harvard e autrice di Vita Sommersa (Gramma Feltrinelli), «Volevo raccontare la storia di un dolore e di una perdita, quella di Arielle, come un modo per permeare l'intero romanzo di un senso di dolore e perdita per la natura». Dove fa male il cambiamento climatico? Che forma prende quel dolore? Dove si sente? È come se, senza trovare risposte a queste domande, diventasse impossibile capire l'urgenza che può portare ad arginare la crisi che oggi conosciamo. «Non c’era modo di convincere la gente che quei coralli magnifici e spettrali, simili a castelli illuminati dalla luce verde-blu dell’oceano, fossero un segnale che il mondo stava per finire», racconta Marissa parlando dello sbiancamento della barriera, «Tante persone immaginano che il cambiamento climatico, quando arriverà, sarà spettacolare. Spettacolare, dal latino spectaculum: uno spettacolo, uno show pubblico, un’esibizione. Non riescono a concepire la catastrofe in altro modo. L’oceano quel giorno fu spettacolare. L’uragano stasera potrebbe essere spettacolare. Ma il più delle volte la devastazione è silenziosa, discreta, monotona».
Diviso in due parti - il 2004 in Thailandia prima dello tsunami e il 2012 a New York prima dell'uragano - Vita sommersa si svolge sull'orlo di un disastro imminente, una condizione che siamo sempre più abituati ad accettare come stabile. Menon ha lavorato al libro con cura e precisione, dagli studi sulla fauna thailandese, alle testimonianze dei sopravvissuti allo tsunami e l'ha corredato di riferimenti letterari che ampliano il respiro. Ma quello che ci restituisce è soprattutto un dolore in cui riusciamo a riconoscerci, che tocca un punto preciso dentro di noi. Il dolore per la perdita di un'amicizia, la mancanza fisica e mentale di una persona, la fine della gioia luccicante dell'infanzia e quel punto di non ritorno che ci spezza e segna la vita adulta. Sarà difficile leggere di un altro incendio o scoprire l'estinzione di una nuova specie, senza sentire che ci fa male lì.
Che tipo di amicizia è quella tra Marissa e Arielle? Giocano, si abbracciano, ridono, fanno le sceme. Sembrano persino condividere i pensieri.
«Il romanzo non è autobiografico, io non sono Marissa e i personaggi sono tutti completamente inventati. Però sono stata molto fortunata perché nella vita ho avuto amicizie molto, molto strette e straordinarie con ragazze e donne sia durante l'infanzia che l'adolescenza a cui ho potuto ispirarmi. Penso al modo in cui comunicano, semplicemente guardandosi e penso che per me questo deriva molto dal modo in cui comunico con le mie amiche che conosco da tutta la vita. La natura essenziale della loro relazione è mentalmente nutriente. Sono molto attente l'una all'altra, ma sono anche molto interessate al mondo che le circonda, apprendono in modo collaborativo. A differenza di altre amicizie femminili rappresentate nella narrativa, come nel caso di Elena Ferrante ad esempio, non sono competitive. Però sono capaci di litigare, e questo saper litigare è la prova della forza della loro relazione, piuttosto che della sua debolezza. Hanno un legame così forte che possono litigare e poi stare di nuovo bene».
Nel libro si parla soprattutto della perdita di un'amica e di come il lutto sia spesso sminuito rispetto a quando si perde un partner o un familiare. Perché secondo te?
«C'è questa poesia di Tennyson, il poeta inglese, intitolata In Memoriam, che cito nel libro e che parla del suo dolore per la perdita di un amico. Per me, è stata un'esperienza di lettura davvero profonda. Credo che, in generale, come società, riconosciamo e apprezziamo certi tipi di relazioni, soprattutto quelle romantiche, in particolare quando sono sancite dal matrimonio o dalla struttura familiare, come il rapporto genitore-figlio o quello tra fratelli. Credo che l'amicizia sia spesso vista come una relazione aggiuntiva, superflua, un bonus, piuttosto che come fondamentale per il nostro benessere e la nostra realizzazione personale. Così, se, ad esempio, un lavoratore perde la madre, il datore di lavoro gli concede un congedo per lutto. Ma se muore il suo migliore amico, il datore di lavoro non gli concederà mai un congedo. Quindi credo che ci siano molti modi in cui il valore dell'amicizia viene sminuito dalla nostra società. E penso che sia molto strano, perché, in realtà, l'amicizia è il tipo di relazione più importante nella vita di ognuno. Scegliamo noi i nostri amici e, a differenza di un matrimonio, dove interrompere un rapporto comporta un costo molto elevato, se restiamo in un'amicizia lo facciamo sempre volontariamente. È una relazione che continuiamo a scegliere. Per me avrebbe più senso se dessimo più valore all'amicizia rispetto a tutte le altre relazioni che abbiamo nella nostra vita».
Ho trovato molto commovente scoprire come Marissa sia diventata grande. Non sappiamo cosa le è successo ma la ritroviamo a New York anni dopo, completamente diversa. Come hai costruito la lei adulta?
«Marissa è una persona del tutto diversa nel 2012 a New York e nel 2004 in Thailandia. In Thailandia è molto libera e spensierata, ha un grande senso dell'umorismo. A New York è molto sola e non è disposta a instaurare relazioni. Va a letto con degli uomini, ma si tratta di incontri molto superficiali e brevi. Volevo rendere il suo personaggio molto, molto isolato a New York, mostrarla come uno specchio unidirezionale: lei può osservare il mondo esterno, ma nessuno può vedere dentro di lei. Non è stato facile da rendere perché in un romanzo capiamo un personaggio soprattutto dal modo in cui lo vediamo interagire con altri personaggi: il rischio era che Marissa non sembrasse reale. Quindi ho dovuto fare molta attenzione, ad esempio facendola interagire con degli sconosciuti per strada: quando aiuta una signora a portare il passeggino giù per le scale o parla con il gestore di un negozio. Ha queste interazioni, ma nessuna è significativa. Nessuna di queste è una relazione. Per me era molto importante che le due metà del libro avessero un'atmosfera molto diversa. Una metà è molto luminosa e bella, l'altra molto cupa».
È interessante come scopriamo delle cose di Marissa adulta anche tramite i libri che legge e cita (come quando va in libreria e sceglie una copia di Le onde di Virginia Woolf). Sembra una grande lettrice.
«È un altro modo in cui volevo mostrare cosa è successo nel frattempo. Lei ha finito il liceo, è andata all'università e ha da poco iniziato a lavorare. Volevo che i numerosi riferimenti ai libri nella sezione di New York mostrassero che, anche al college e all'università, Marissa era molto sola. Possiamo capirlo perché ha letto davvero tanti libri e possiamo immaginarci che, invece di socializzare, fare festa e uscire a cena con gli amici, stesse in camera sua a leggere. È per questo che ha questa conoscenza enciclopedica di tutti questi libri».
Mi sembra che, in un certo senso, il libro racconti la perdita dell'innocenza. E questo vale per la nostra infanzia ma anche per la perdita del mondo com'era prima dei disastri ambientali e del cambiamento climatico. È così?
«Sì, credo che questi due aspetti siano collegati e si vede anche da come la natura, nella sezione in Thailandia, è molto rigogliosa come se fosse un paradiso. Vuoi davvero essere lì, hai questa sensazione di ricchezza e bellezza. E poi c'è la loro amicizia, questo rapporto così pieno. Volevo che entrambi questi aspetti fossero davvero belli per mostrare ciò che stiamo perdendo. Possiamo comprendere appieno il dolore che Marissa prova per Arielle solo se sappiamo quanto fosse meravigliosa la loro amicizia. E possiamo comprendere quanto dovremmo essere addolorati riguardo il mondo naturale solo se ne apprezziamo la bellezza».
A questo proposito volevo chiederti qualcosa sulle mante che sono gli animali che accompagnano l'amicizia di Marissa e Arielle. Perché le hai scelte?
«Sapevo fin da subito che questo sarebbe stato un libro sulle barriere coralline e sul mondo sottomarino, ma non avevo ancora deciso quale creatura principale avrei scelto. Poi ho scoperto che le mante sono, innanzitutto, creature davvero intelligenti, possiedono il cervello più grande di tutti i pesci e hanno anche personalità molto distinte. I ricercatori che trascorrono molto tempo con loro mi hanno detto cose come: "Ce n’è una è davvero timida" e "Ce n’è un’altra che adora i turisti". E poi ho letto un articolo che dimostrava che le mante adulte, e soprattutto le femmine, formano relazioni sociali a lungo termine. Quindi, in pratica, le mante femmine hanno delle amiche. A quel punto la scelta è stata facile».
Nel libro c'è un forte senso di attesa per un disastro naturale imminente, ma Marissa sembra l'unica che davvero presta attenzione alla natura e agli animali a New York. Lei e qualche bambino. Siamo abituati a dimenticarci della natura nelle nostre vite cittadine?
«Normalmente, quando si legge di New York, o si passeggia per New York, non si notano tutti questi dettagli sugli animali o le piante. Credo che sia, in effetti, qualcosa che fanno i bambini. Ma cosa perdiamo quando smettiamo di prestare attenzione a questi piccoli aspetti? Marissa in questo è del tutto diversa dalle altre persone in città. Le altre persone camminano e basta, come io oggi ho camminato per Milano. Nelle grandi città la gente ha uno scopo, sta andando da qualche parte, non presta attenzione né alle altre persone né al mondo che la circonda. Invece, anche in una città come Milano o come New York, c'è tanta natura. A volte pensiamo che per vivere la natura dobbiamo per forza andare altrove, ma nel libro ho provato a mostrare che è proprio nelle città che umani, animali e piante convivono a più stretto contatto. Dobbiamo prestare attenzione al modo in cui la natura si insinua ovunque: è importante proteggere i luoghi incontaminati e idilliaci, lontani dalla presenza umana, ma è altrettanto importante prestare attenzione a come la natura si comporta nelle città in cui viviamo».
Qual è, secondo te, l'aspetto più difficile di scrivere un romanzo sul climate change?
«Credo che la parte più difficile sia farlo in modo che non sembri un opuscolo politico. Non credo che la forma del romanzo risulti efficace, potente o commovente se il lettore ha la sensazione che qualcuno gli stia facendo una predica su quanto siano dannosi i cambiamenti climatici. La sfida è integrarlo in una storia umana. Penso che i romanzi siano strumenti politici molto potenti, credo che contengano argomentazioni e messaggi, ma è più efficace se non danno l'impressione che qualcuno ti stia insegnando qualcosa».













