Sarò brutale, lo so, ma ci hanno fregati con un complimento. Succede sempre così, se ci pensate bene. Ti metti a dipingere, cantare il tuo brano preferito, impastare una focaccia buttare giù due pensieri nelle note dello smartphone (o su un foglio, da buon millenial) o sistemare un abito del tuo guardaroba e puntualmente arriva l'amico che commenta: «Wow, perché non ti apri una pagina e ti fai conoscere?». In quel preciso secondo, senza accorgercene, smettiamo di goderci il momento e iniziamo il percorso per fatturare (o quasi). Siamo ufficialmente intrappolati in un loop senza via d'uscita. Ho avuto un flash, che gli under 30 ricorderanno sicuramente. Immaginatevi la scena: game boy advance, schedina di Pokemon Verdefoglia, pokedex intatto e la via Vittoria da percorrere. Un tunnel fatto di cunicoli dove, tra nebbia e animali selvatici che sbucano a sorpresa, bisogna trovare la strada corretta per uscire. Ed è proprio qui il bello: ci si perde, si passa più volte lo stesso punto, ci si arrende e poi si rischia di tornare al punto di partenza.
Oggi noi, in effetti, siamo parte di un videogioco. Non viviamo più per passione ma probabilmente per livelli, dovendo spuntare tutti gli impegni della giornata (pure le nostre passioni!). Eppure sembra che se non monetizzi anche il tuo tempo libero, allora stai sprecando il tuo tempo. Ci siamo fatti convincere che ogni singola ora libera dallo studio o dall'ufficio debba portare risultati, altrimenti è inutile. Il risultato? L'unica cosa che probabilmente ci faceva davvero stare bene è diventata l'ennesima fonte di ansia.
Se cucini un piatto spaziale devi fare un reel con la ricetta da condividere, se scrivi ti dicono di farti pagare, se suoni la chitarra in camera scatta l'ansia di dover fissare delle date nei locali. Persino quando svuotiamo l’armadio per fare decluttering, il pensiero non va a quanto spazio abbiamo guadagnato, ma a come fotografare un vecchio maglione per caricarlo su Vinted per poche decine di euro e un pacco da dover spedire (tra l'altro).
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Un esempio su tutti? Le newsletter a pagamento
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Non so voi, ma ultimamente sono circondato da storie social e mail da parte di talent o addetti ai lavori che decidono di aprire una newsletter. Un'evoluzione del blog (che nostalgia), che fino a qualche mese fa era stata ampiamente sostituita dai podcast. Questo fenomeno ha un nome preciso che i sociologi definiscono commodification of leisure, ovvero la totale mercificazione del tempo libero, esplosa nell'ultimo decennio per tre motivi. Quali? Stipendi che non aumentano e non bastano mai, social che aumentano la pressione mostrandoci il lato estetico della vita degli altri e la tanto disucssa hustle culture, ovvero la cultura della produttività h24. L'esempio più lampante e recente è infatti proprio l'ossessione per le newsletter a pagamento. Come vi anticipavo qualche riga sopra, ultimamente mi pare di capire che chiunque abbia una passione per la lettura o la scrittura stia correndo ad aprire un abbonamento mensile su Substack, trasformando le riflessioni in una scadenza editoriale con tanto di pagamenti. La verità è che il capo di questa gabbia siamo proprio noi stessi, probabilmente decisamente più spietati di qualsiasi vero datore di lavoro. Ah, e nel frattempo le piattaforme digitali si tengono le loro percentuali su ogni nostra singola transazione, ovviamente.
Dalla fuga al burnout: il bisogno di riscoprire l'inutile
Torno sempre lì, ai nostri cari amici Pokemon. Quante volte avete utilizzato la corda per attivare l'azione "via di fuga"? Forse stiamo trasformando ogni nostra passione in un lavoro perché, molto semplicemente, la nostra attività principale che facciamo non ci piace? Non siamo abbastanza gratificati sul posto di lavoro? Non abbiamo dei colleghi con cui andiamo d'accordo? Non ci sentiamo rappresentati? Non so, provo a lasciare qui qualche spunto che potrebbe tornare utile al prossimo momento di sconforto. Quando la passione diventa un obbligo verso gli altri (riducendo a questo punto sempre più il nostro tempo libero), il burnout è assicurato e finiamo per odiare l'unica cosa che ci faceva stare bene. Non ci godiamo più il momento perché tutto svanisce dietro alla pianificazione del prezzo o della pubblicazione. Già abbiamo pochissimo tempo per noi, siamo davvero sicuri di voler vivere quelle poche ore come una lista della spesa di cose da fare e non di cose che semplicemente vogliamo fare? Riscoprire il lusso di fare qualcosa male (sì, ogni tanto va fatto), gratis e solo per noi (e nessun altro!) potrebbe essere l'unico vero atto di ribellione rimasto per salvarci (e tutelare la nostra salute mentale, ovviamente).











