La mattina dopo l'incidente sono stati tanti gli amici dei ragazzi che hanno perso la vita nel canale dov'è finita l'Audi guidata da Gabriele Popovici all'alba di domenica 21 giugno a ritrovarsi sul luogo della tragedia, dove ancora si vedono i segni lasciati dalla vettura. I fatti, ormai, sono noti e Popovici si trova agli arresti domiciliari per essersi messo alla guida dopo aver bevuto. Erano in 9 ragazzi, di età compresa tra i 17 e 19 anni, all'interno della vettura: sembra che non ci fossero passaggi per tutti alla fine del diciottesimo a cui si trovavano e, per questo, hanno deciso di salire tutti insieme riempiendo una sola auto. Nell'incidente hanno perso la vita in tre, due ragazzi e una ragazza, che non sono riusciti a mettersi in salvo quando l'auto, perdendo il controllo ad una curva, nota come estremamente pericolosa, è caduta nel canale Villoresi.

Nei giorni successivi all'incidente si è parlato tanto di rischi e limiti che gli adolescenti spesso ignorano con una leggerezza che è propria della loro età, eppure estremamente pericolosa. Ragazzi in giro alle 5 di notte, neopatentati alla guida dopo aver bevuto, un'auto con 9 ragazzi dentro: si è presto corsi, soprattutto sui social, a parlare di colpe prima ancora che di dolore e lutto. Eppure il rapporto contraddittorio degli adolescenti con i limiti è qualcosa che esiste da sempre, ed è un punto di rottura che non si può ignorare. Per questo abbiamo fatto qualche domanda ad Anna Chiara Franquillo, psicologa e psicoterapeuta, per capire come fare a prevenire comportamenti a rischio elevato, ma anche come inquadrarli nel contesto attuale che vivono le nuove generazioni.



A volte sembra che gli adolescenti non si accorgano del pericolo, come mai?

«Negli adolescenti la maturazione dei diversi sistemi cerebrali non si è ancora conclusa, ma anzi risulta essere persino asintonica. Infatti, i sistemi cerebrali deputati alle emozioni come il sistema limbico e i circuiti della ricompensa dei propri comportamenti sono in grossa attività. Al contrario quella che chiamiamo corteccia prefrontale, che altro non è che la parte del nostro cervello deputata al controllo, all'organizzazione e alla pianificazione di comportamenti, oltre che alla messa in atto di comportamenti prosociali, non è ancora del tutto formata e sviluppata. Inoltre, negli adolescenti il confine tra il comportamento rischioso da una parte, e l'atteggiamento espressione di curiosità e sensibilità a nuovi stimoli dall'altra, è molto labile e sottile».

È più facile rischiare e violare le regole quando si è in gruppo?

«Partiamo con il dire che il gruppo, per l’adolescente in crescita, è parte integrante del suo sviluppo. Il gruppo infatti rappresenta l’espressione dello sgancio e della costruzione di una nuova autonomia rispetto alla propria famiglia d’origine, e anche la possibilità di strutturare una propria identità oltre l’assetto familiare a cui si appartiene. È per questo che il gruppo assolve sia una funzione positiva perché permette lo scambio di idee, valori e caratteristiche individuali, ma anche una funzione negativa quando diventa il centro di espressione di condotte devianti. Nel gruppo infatti, la responsabilità si diffonde. È a partire da questa diffusione di responsabilità che le regole vengono violate con maggiore facilità, come se tutto il gruppo intero fosse una monade unica che esprime, insieme, elementi di distruttività. L’azione così non si configura più come un atto singolo, ma si rilegge in un’ottica di collettività».

Come si relazionano gli adolescenti con il concetto di limite?

«Per gli adolescenti il limite rappresenta un arginare le infinite possibilità che il mondo e loro stessi sono in grado di esprimere. Se prima abbiamo parlato di curiosità e di alta necessità di esplorare il mondo e le relazioni in questa fase evolutiva, allora non ci sorprende che ogni adolescente viva il limite come un divieto e come un profondo innesco di frustrazione. Detto ciò, il limite rimane necessario perché permette all’adolescente di esplorare e costruire, a partire dalla frustrazione, capacità di autoregolazione emotiva, di saper leggere le regole sociali e di confrontarsi quindi con una frustrazione utile a sviluppare un senso di sé integro attraverso il quale differenziare la propria identità da quella degli altri».

Oggi è diventato più difficile per i ragazzi rispettare i limiti e le regole?

«Dobbiamo considerare una serie di profondi cambiamenti sociali, familiari e relazionali che interessano la nostra società. Ad esempio, gli assetti familiari sono cambiati e questo cambiamento ha ingenerato sia modifiche positive all’interno dei nuclei familiari anche rispetto ad alcuni modelli educativi rigidi, ma ha anche portato ad una gestione diversa di alcune regole, limiti e confini nella famiglia. Inoltre, la società attuale sembra essere una società fondata sulla performance e sulla spasmodica realizzazione di sé. È in questa rappresentazione del mondo che la digitalizzazione funge da eco di modelli di comportamento che si espandono a macchia d’olio. “Se gli altri fanno ciò, allora è normale, allora posso farlo anche io”. I modelli attraverso i quali gli adolescenti si identificano sono modelli che all’apparenza appaiono grandiosi, ed è per questo che è inaccettabile non mostrarsi, non far vedere agli altri e al mondo di avere un valore importante, anche a costo di farlo attraverso comportamenti distruttivi, aggressivi, devianti».

Che cosa può fare un ragazzo o una ragazza che si trova in una situazione potenzialmente pericolosa per sé o per i suoi amici?

«Ci sono tanti modi per chiedere aiuto e nel mondo degli adulti ci sono tanti riferimenti a cui potersi rivolgere e in cui sentirsi accolti nelle proprie preoccupazioni, timori e vulnerabilità. In una situazione di pericolo è necessario non chiudersi ed isolarsi ma individuare invece degli adulti di riferimento a cui rivolgersi e in cui sentirsi al sicuro. Che questi adulti siano in famiglia, nello sport, tra gli insegnanti o in sportelli scolastici a cui accedere, l’importante è intercettare uno spazio e qualcuno a cui chiedere supporto per sé o per un amico. Non stai tradendo né te stesso né un tuo amico chiedendo un aiuto, ma anzi ti stai e lo stai proteggendo. Per questo è importante insegnare ai ragazzi che dire di no in una situazione rischiosa, seppur difficile, è un atto di protezione sia verso sé che verso i propri amici e il mondo in generale. Allenare i giovani a riconoscere situazioni di rischio senza per forza farsi coinvolgere è possibile. Mettersi al sicuro, proteggere sé stessi e gli altri richiede coraggio ma è possibile».

Come si possono affrontare le conseguenze di un’azione di del genere che ha portato a un esito così drammatico?

«Ci sono due livelli attraverso i quali affrontare ciò che è successo. C’è infatti un dolore individuale che riguarda chi è direttamente coinvolto nella vicenda e un dolore collettivo, comunitario. Per chi è sopravvissuto e per le famiglie delle vittime sarà sicuramente necessario avere uno spazio in cui contenere e rielaborare l’impatto traumatico del lutto improvviso. Un lutto che trascina con sé vissuti di colpa, impotenza, di enorme sofferenza. Un lutto che diventa ancor di più inaccettabile perché riguardante delle persone così giovani. Per la comunità giovanile che conosceva le vittime sarà necessario intervenire costruendo spazi di ascolto in cui l’impatto di tale evento possa essere espresso in un ambiente contenitivo. Uno spazio in cui elaborare lo smarrimento, la paura e il dolore, e al tempo stesso in cui costruire una rete di protezione e prevenzione. Prevenzione: una parola così utilizzata ma che talvolta trova poco spazio di spendibilità a mio avviso. Come si fa infatti prevenzione a partire da tragedie come questa? Se ne parla, si esorcizza l’ inaccettabile idea per cui certi tragici eventi possano accadere. I giovani al centro, prima di tutto. Si parta da loro. Perché parlino, perché si possano esprimere, perché le loro vulnerabilità siano accolte e prima ancora viste. Perché i giovani saranno gli adulti del domani e se noi “grandi” non forniamo gli strumenti di cui i giovani hanno bisogno per decodificare e dare un senso al mondo, allora la responsabilità sarà anche nostra».