Il panorama della serialità italiana dell'estate 2024 è dominato da una docuserie molto divisiva, che però sta riscuotendo un grande successo in Italia e nel mondo: si chiama Il caso Yara, è in streaming su Netflix, l'ha scritta e diretta Gianluca Neri (quello di Sanpa) e racconta il delitto della piccola Yara Gambirasio, morta a novembre del 2010 a Brembate di Sopra per mano di Massimo Bossetti. L'assassino di Yara, che oggi sta scontando l'ergastolo per quel delitto, è parte integrante del documentario: racconta, per sua viva voce, le emozioni dell'arresto e quello che è accaduto dopo la sentenza. E, come prevedibile, la sua presenza nella serie ha riacceso gli animi dei revisionisti, ovvero di coloro che non credono alla sua colpevolezza. Intorno alla docuserie e al modo in cui sono stati presentati i fatti si è acceso un dibattito molto vivo che da un lato, leggendo i commenti sui social, punta a mettere in discussione il lavoro degli inquirenti, dall'altro tende a riflettere sul potere che questi prodotti di intrattenimento di genere true crime hanno sul pubblico.
Il true crime è un genere molto prolifico: in Italia lo hanno portato al successo giornalisti e appassionati come Stefano Nazzi (con il podcast Indagini), Pablo Trincia (con progetti tipo Veleno) ed Elisa True Crime, sui social esistono decine di profili che scavano nei casi di cronaca nera di ieri e di oggi, in tv i salotti che parlano di delitti risolti e irrisolti si sprecano, la fiction e la non-fiction prendono a piene mani dall'attualità (presto su Disney+ uscirà Avetrana, qui non è Hollywood, serie sulla morte di Sarah Scazzi). Sono soprattutto le nuove generazioni a subire la fascinazione di certe narrazioni, soprattutto rispetto a quelle vicende che purtroppo coinvolgono loro coetanei. E i social fanno da cassa di risonanza, in certi casi ponendosi come strumento unico di ricerca, analisi e persino di indagine. In America, nell'estate 2023, su Tik Tok ha tenuto banco per mesi l'assassinio di tre coinquiline e del fidanzato di una di loro ammazzati brutalmente nella loro casa universitaria in Idaho. Il fatto che le vittime fossero tutte giovani, bellissime, piene di vita; che in casa ci fossero altre due coinquiline rimaste miracolosamente incolumi; che l'assassino, poi individuato nelle settimane successive al delitto, sia il classico white man dai tratti comuni e apparentemente innocui ha reso questo caso viralissimo. E così molti content creators americani si sono travestiti, a seconda dei casi, da profiler, investigatori, polizia scientifica per dipanare il mistero, ricostruendo la scena del crimine sui propri profili.
Questo caso, ma anche le docuserie come quella ora in streaming su Yara Gambirasio, dimostrano che queste storie, anche se le abbiamo sentite molte volte, toccano parecchie corde sul piano emotivo, etico e psicologico di chi le ascolta. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di mera curiosità morbosa: certo c'è anche quell'aspetto (e le processioni di gente armata di smartphone sui luoghi del delitto ce lo racconta bene) ma quando ci riferiamo al pubblico che guarda questi prodotti o segue i casi più eclatanti sui social - principalmente GenZ e Millennials - gli aspetti psicologici che ci legano alla vittima e persino al carnefice sono i più rilevanti e interessanti da analizzare. Del perché il true crime ci affascina, di quali emozioni ci scatena, dei trigger che può scatenare abbiamo parlato con la dottoressa Teresa Capparelli, psicologa e psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico integrato.
Il fascino del male
Dottoressa, ma cosa ci spinge ad appassionarci ai true crime?
«Il true crime offre una finestra su un mondo che è lontano dalla nostra esperienza quotidiana, permettendoci di esplorare il male senza doverne affrontare direttamente le conseguenze. Questi contenuti spesso presentano una narrativa avvincente e ricca di suspense, che può attivare i centri del piacere nel nostro cervello, simili a quelli attivati dai thriller o dai film horror. Noi nutriamo una curiosità innata per il comportamento umano, specialmente quando estremo e deviante. Mi sovviene il noto esperimento della Prigione di Stanford, nel quale i partecipanti, che incarnavano il ruolo di carcerieri, finirono per manifestare comportamenti abusivi verso i presunti prigionieri. Freud la chiamava 'pulsione di morte', quella che spinge gli esseri umani verso comportamenti autodistruttivi e la ricerca di uno stato di quiete assoluta, ossia la morte. il nostro interesse verso ciò che è macabro, dunque, sembra essere spontaneo».
Dunque è il concetto di male ad affascinarci?
«Sì, ci affascina perché permette di esplorare i confini della moralità e della natura umana. Quando percepiamo il male come lontano da noi, ci sentiamo al sicuro. Ci consentiamo di analizzarlo con curiosità, invece che con paura. Questo distacco ci permette anche di confrontarci con le nostre paure più profonde in un ambiente controllato e sicuro, offrendo una finestra su aspetti estremi e complessi della natura umana».
Quali emozioni scatenano queste storie nel pubblico?
«Certamente una delle principali reazioni riguarda l’empatia con le vittime e i loro cari, dalla quale può emergere un desiderio di giustizia e verità. Mentre questo accade, benché sia difficile accettarlo, si può empatizzare anche con gli aspetti più umani dell’omicida, che talvolta vengono rappresentati. Quando gli spettatori ne osservano il passato traumatico, possono vedere le loro azioni sotto una luce più comprensiva».
Perché secondo lei questo tema ha così tanto successo tra i ragazzi della GenZ e i Millennials?
«Entrambi sono cresciuti in un’epoca nella quale vi è un accesso senza precedenti a informazioni e contenuti digitali. Questo ha reso più facile esplorare argomenti che prima erano considerati tabù. Le giovani generazioni tendono ad essere più aperte e curiose riguardo a temi complessi ed oscuri. La popolarità dei true crime tra i giovani può anche essere vista come un tentativo per affrontare e comprendere le paure e le incertezze del mondo moderno».
Quali sono, se esistono, i benefici dell’appassionarsi a questo genere di contenuti?
«I contenuti true crime si configurano come un mezzo di soddisfacimento, in gran parte dei casi sano, del nostro bisogno di adrenalina; possono anche aiutarci ad esorcizzare le nostre paure, permettendoci di affrontare indirettamente il nostro senso di vulnerabilità. Sono in grado, ancora, di amplificare il nostro senso del pericolo, rendendoci più consapevoli dei potenziali rischi e migliorando la nostra capacità di riconoscere situazioni pericolose. In ultimo, l'analisi critica delle indagini e delle prove può affinare la nostra capacità di problem solving».
E quali sono, invece, i lati oscuri di questo trend?
«La fruizione eccessiva di contenuti può portare a un aumento dell'ansia e della paranoia, instillando in noi la convinzione che il mondo sia più pericoloso di quanto non sia in realtà. Inoltre, c'è il rischio di diventare desensibilizzati alla violenza e alla sofferenza altrui. Oltre che, e credo sia una delle conseguenze più pericolose, stimolare una sorta di voyeurismo morboso che potrebbe distorcere la nostra comprensione e il nostro rispetto per le vittime reali e le loro famiglie».












