Quando a novembre del 2022 Sam Altman di Open Ai ha lanciato il suo gioiello, Chat GPT, è corso un brivido lungo la schiena a chiunque avesse fondato la propria formazione e la carriera professionale sull'utilizzo delle parole e della creatività, in qualunque loro forma. L'Intelligenza Artificiale non era certo una novità assoluta, ma con l'IA generativa qualcosa è cambiato profondamente, perché ci si è resi conto che sarebbe stato possibile creare contenuti testuali e orali da zero in pochissimi secondi. Quando si dice, «minimo sforzo, massimo risultato».



Ed è proprio sulla scia del boom dell'IA che in tante e tanti hanno iniziato a porsi una domanda cruciale: ha davvero senso, alla luce dei fatti, continuare a studiare lingue straniere se ci saranno presto degli strumenti che potrebbero sostituire il lavoro di traduttori e interpreti? Senza dover scadere per forza nel catastrofismo, abbiamo provato a fare chiarezza nel merito della questione con l'aiuto di quattro esperti del settore.

Nelle scorse settimane abbiamo avuto il piacere di intervistare il professor Bishara Ebeid, docente di Lingua e Letteratura araba presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, Giovanni Groppi e Lucia Carretti, interpreti e traduttori con pluridecennale esperienza da docenti universitari presso l'Università IULM e la Carlo Bo di Milano, e Serena Tutino, interprete/ traduttrice e docente di lingua inglese per aziende e professionisti. Ecco cosa ci hanno raccontato.

L’IA in aula e nella ricerca: tra "allucinazioni" e supporto tecnico

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L'impatto dell'IA sulla didattica è ormai una realtà quotidiana attuale più che mai, che richiede nuovi patti di trasparenza tra docenti e discenti.

«Tante volte, quando vengono fatte delle traduzioni ottime di cose colloquiali, ci si domanda se lo studente abbia avuto un aiuto dall'IA» spiega il Prof. Bishara Ebeid. Il docente specifica di richiedere sempre la massima chiarezza: «Chiedo loro: se la utilizzate, voglio capire dove e come viene usata». Un timore condiviso da Lucia Carretti, che sottolinea la necessità di guidare lo studente verso un uso «ragionevole e ragionato, che non si limiti a un semplice copia/incolla».

Oltre alla didattica, l'IA mostra luci e ombre nella ricerca. Se Ebeid la utilizza con successo per "addestrare" programmi alla lettura di manoscritti antichi, mette però in guardia dalle cosiddette hallucinations: «Chiesi una bibliografia su di me e mi diede riferimenti di opere che non ho mai scritto. La macchina continua a creare informazioni inesistenti; per questo serve sempre la revisione umana». Un concetto ribadito da Serena Tutino, la quale nota come i suoi studenti continuino a preferire il contatto umano alle «lezioni preconfezionate dei robot», poiché l'esperienza diretta rimane una fonte insostituibile di ispirazione.

l'interpretazione simultanea interlinguistica richiede anni di studio scomparirà a causa dell'iapinterest
Timbicus//Getty Images
Un’interprete al lavoro in una cabina di simultanea

Il futuro delle professioni: dal "piano B" alla mediazione culturale

Cosa ne sarà di traduttori e interpreti? La risposta corale degli esperti non è un pessimismo cosmico, ma l'evoluzione verso profili iper-specializzati.

«Rispondo con convinzione: le professioni linguistiche non stanno scomparendo, stanno cambiando» afferma Giovanni Groppi. Secondo il docente, il futuro premierà chi saprà collaborare con la macchina senza diventarne schiavo: «Il professionista del futuro sarà meno "esecutore" e molto più mediatore culturale, revisore e analista del discorso». Sulla stessa scia, Serena Tutino suggerisce agli studenti un "piano B": «Non dovremmo spegnere le sinapsi. Bisogna specializzarsi in nicchie inaccessibili e trarre vantaggio da competenze trasversali per restare a galla in un mondo incerto».

Secondo Lucia Carretti, l'IA ha alleggerito il lavoro meccanico, ma ha aumentato la responsabilità del linguista, che diventa ora garante della verifica: «Tutto ciò che ci viene proposto deve essere revisionato e non preso come oro colato». Il traduttore, dunque, evolve in un profilo di alta consulenza, l'unico in grado di riconoscere i punti deboli dell'automatismo.

Qualità e limiti tecnici: l’IA crolla dove inizia l’umano

Se la traduzione scritta raggiunge spesso la sufficienza, l'interpretariato e i linguaggi specialistici restano terreni ostili per l'algoritmo.

Ecco la pagella di Giovanni Groppi: «Per la traduzione scritta direi 7/10, ma per l’interpretazione il voto scende a 4/10. L’IA funziona quando il linguaggio è prevedibile, ma crolla davanti all'ironia, al sarcasmo o ai contesti emotivi». Bishara Ebeid aggiunge il problema del contesto culturale: «In arabo, nomi propri e luoghi possono avere significati standard. L'IA spesso non distingue se parlo di una persona o di un concetto, cambiando tutto il senso del testo. Per esempio il mio nome, Bishara, vuol dire anche "annunciazione". Una macchina non è capace di capire la differenza!».

Il rischio diventa critico in ambiti delicati come quello legale. Lucia Carretti, attiva presso il Tribunale di Milano, riporta casi preoccupanti: «L'IA arriva a confondere tra creditori e debitori o a sfalsare il senso di frasi complesse. In ambito giudiziario, imparzialità e umanità non possono essere affidate a una macchina». Anche Serena Tutino lancia un allarme sulla qualità aziendale: «Molte imprese usano l'IA per risparmiare, ma in contesti medici o specialistici il rischio è elevatissimo. Le traduzioni risultano ancora troppo letterali e rischiamo una vera involuzione culturale».

una turista mostra ad una guida lo smartphone dove è installata un'app per la traduzionepinterest
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Oggi esistono persino alcune applicazioni per smartphone che traducono da una lingua all’altra in tempo reale

Etica e normativa: il rischio del "furto intellettuale"

L'ultima sfida è anche di carattere politico. L'efficienza dell'IA poggia, infatti, su una mole immensa di dati spesso sottratti a chi quei contenuti li ha creati con fatica. E questo, evidentemente, è parecchio problematico.

«La regolamentazione è necessaria» sostiene Groppi, «molti modelli sono stati costruiti su testi protetti da copyright senza consenso. L’IA diventa competitiva grazie al lavoro di professionisti che non vengono né riconosciuti né tutelati». Lucia Carretti pone l'accento sulla privacy: «Per lavori carichi di dati sensibili, bisogna assicurarsi di non metterli in rete alla mercé di tutti, un aspetto a cui molti non pensano presi dalla bramosia di finire in fretta».

Il Prof. Ebeid conclude mettendo in guardia sulla "pseudografia": «Possono essere attribuite a noi cose mai dette. Se l'errore viene inserito una volta e nessuno controlla, si ripete in continuazione». Il messaggio finale è chiaro: l'IA è uno strumento potente, ma privo di quell'«anima» e di quella «sensibilità etica» che, per ora, restano un'esclusiva prerogativa umana. Forse, in un futuro non troppo lontano potremmo aspettarci che venga finalmente posto un freno a tutto questo. Per il resto, gli scenari in cui le macchine si ribelleranno agli esseri umani lasciamoli ai film di fantascienza!