A poche ore dalla proiezione per la stampa di Prophecy, ci incontriamo nella hall di un albergo di Milano. Damiano ha il berretto con la visiera al contrario, ventiquattro anni che si sentono nella purezza con cui racconta la propria visione del mondo e come ha imparato, da zero, a rimanere lo stesso nonostante una community di fan che lo seguono, gli lasciano regali, gli mandano lettere. Sì, perché da Un Professore in poi, la fama è arrivata di colpo, senza controllo, e allora ha dovuto arginarla con una strategia: il gioco delle stanze, una privata e una pubblica, che non comunicano mai. In una delle due, poi, vale il gioco della maschera, perché anche dissimulare è un modo per fare bene il proprio lavoro. Nell'altra stanza, invece, giù la maschera. Lì c'è solo Damiano, quello che frequenta gli amici di sempre e che in un sabato di febbraio si ritrova a casa con loro per suonare qualche brano con la batteria, che suonava da bambino e con cui non si cimentava da un po'.
La maschera è un elemento che torna anche in Prophecy, il film di cui è protagonista, in sala il 24-25-26 marzo e ispirato al manga di Tetsuya Tsutsui. Damiano Gavino interpreta Paperboy, un misterioso giustiziere mascherato da un foglio di giornale, che con brevi video sul web denuncia ingiustizie, preannunciando la punizione dei colpevoli. Paperboy riesce pian piano a conquistare seguaci e sostenitori che come lui hanno sete di verità e di giustizia. Damiano Gavino è il volto della nuova cover digitale di Cosmopolitan Italia.
Come è nata in te la passione per questo lavoro?
«Mia sorella Lea, più grande di me, già studiava recitazione, due e mezzo, quasi tre anni. Mi sarebbe molto piaciuto entrare in quel mondo lì, di farlo di mia spunte, perché sono sempre stato uno che ha bisogno dei suoi schemi. Avevo paura di propormi perché l'idea di un lavoro così instabile. Ho fatto un provino per Un professore 1 perché avevano visto una mia foto, allora sono andato con un mio amico. Ci davamo le battute in un modo terrificante, se ci ripenso ora ho la pelle d'oca ma mi fa troppo ridere. Mi han consigliato di provare con Lea, ed è andata meglio. Il problema è stato che sapevo talmente poco di quel mondo, nessuno mi aveva spiegato come funzionasse, che mi sono presentato al provino e sono entrato, con la porta era chiusa. Non si fa, ti chiamano loro, ma io ovviamente non lo sapevo. Il povero attore che stava facendo il provino prima di me, mi urla dietro: «Almeno bussa, no?». A quel punto ho pensato di lasciare un bigliettino sulla sedia e abbandonare la causa. Un semplice, "Grazie ma non me la sento, buon lavoro a tutti". In quel momento mi han chiamato dentro. Ed è andata bene».
Alla fine il futuro incerto ti è piaciuto?
«Diciamo che mi sono abituato all'idea di non sapere mai qual è il prossimo progetto e se ce ne sarà uno, perché le porte in faccia sono tante. Ma all'inizio abbiamo tutti paura del vuoto. Da lì, poi, mi è cambiata la vita, ma non me ne sono reso conto fino a un po' di tempo fa».
Quando è stato?
«Era la presentazione del film di Özpeteck a Roma, il mio nome era scritto lì, la gente stava lì per me, ragazze e ragazzi che volevano salutarmi. Non so, è stato un po' strano».
A proposito, sui social sei amatissimo. Che rapporto hai con i tuoi fan? In una recente intervista mi è stato detto da un artista che se fai questo mestiere è perché sei un po' narciso, in fondo. Sei d'accordo?
«Sono totalmente in disaccordo con questa tipo di dichiarazione, perché l'apparenza è una conseguenza, ma il tuo lavoro è fare bene quello che devi fare, come tutti, quindi recitare nel mio caso. Il provino è cercare di trasmettere qualcosa facendo due frasi che non hai scritto tu. Lo metti in conto che può andare bene e che quindi diventi un volto riconosciuto, certo non ti aspetti subito il boom, capito?».
Questo ha cambiato la tua vita?
«Ho una tecnica della stabilità: cerco la stabilità di rapporti, che infatti non sono gli amici di lavoro, ma quelli di sempre perché, come dicevo prima, è un mondo totalmente instabile. I miei amici sono quelli con cui sono nato e cresciuto, la mia famiglia, cioè tutto ciò che ti permette di tenere i piedi per terra».
Parli della tua famiglia, quindi ti vorrei chiedere di tua sorella Lea. Come descriveresti il vostro rapporto?
«Stupendo. Lo dimostra il fatto che, banalmente lei prima di prendere un ruolo ci ha messo un po' di tempo. Io al primo provino della mia vita ho preso il ruolo da protagonista, avrebbe potuto darle fastidio. Non era scontato, anzi mi ha sempre e ancora lo fa, dato consigli su cosa fare e cosa no».
Non ti ha detto che prima di entrare dovevi bussare.
«Si è dimenticata (ride, ndr). Poi, la stabilità sta anche nel non parlare di lavoro, ne parliamo molto poco e soprattutto ci ridiamo su, che fa sempre bene. Perché ci sono delle situazioni difficili, lei per prima mi ha detto "preparati perché saranno sempre più i no che i sì". Le volte che succede non la vedo mai come una sconfitta, già solo il fatto che abbiano pensato a me è una vittoria».
Cos'hai imparato da lei?
«A reagire. Un "no" non ti deve buttare giù, non puoi fermarti e abbatterti. Io non riesco proprio a fermarmi perché recitare mi fa sentire vivo, è un bisogno fisico quello di studiare. Questo non significa che non bisogna stare male, avere sempre il sorriso dopo un no. Ma prendersela con se stessi non serve a niente».
Come Paperboy, anche tu indossi una maschera?
«Diciamo che la mia maschera è proprio quella che metto nei contesti lavorativi che esulano dalla parte attoriale. Sul palco sono io, nella vita vera sono io, quando invece devo farmi guardare, sono davanti a tante persone, lì faccio molta fatica e dissimulo. Per il resto, mi viene molto più naturale essere me stesso anche se è più difficile magari, perché a volte sarebbe più facile nascondersi, ma, alla fine, che fatica dover fingere».
Anche in amore?
«Dal momento in cui esco con una ragazza vuol dire che sono per forza a mio agio con lei. Fa parte del mio privato e lì non fingo mai. È proprio lì che ho bisogno di essere davvero io. Come se fossero due porte. Le due stanze non comunicano in nessun modo. Una volta uscito da una stanza torni nell'altra e viceversa».
Lo hai trovato, l'amore?
«Per ora no, ma va bene così. Non è tanto colpa del lavoro, come uno potrebbe pensare, sono io di carattere un po' così. Certo, è difficile trovare qualcuno che capisca le dinamiche del mio lavoro, ma come per me sarà difficile capire quelle del mondo degli altri. Il problema è che se frequenti qualcuno del tuo stesso ambiente non funziona. Mi è successo e ho preferito lasciar perdere».
Nel film Prophecy interpreti un personaggio che denuncia le ingiustizie del mondo. C'è una battaglia che più di altre ti fa arrabbiare e che prendi a cuore, come lui?
«Sembrerà un po' banale, non mi va di sembrarlo, ma è quello che penso. Se avessi una sorta di superpotere, un potere comunque se fossi Paperboy io cioè, la prima cosa che farei è entrare nella testa di quegli uomini che usano la violenza contro le donne, limitandone l'essere, la libertà. L'anno scorso ero alla manifestazione per Giulia Cecchettin con mia madre e mia sorella, che han percepito l'unione, l'idea di una comunità di donne che fanno rete. La forza di tante persone insieme per la stessa causa ha fatto tornare mia madre negli Anni '70, quando era giovane e arrabbiata per le battaglie che si prendeva a cuore, non diverse da quelle di oggi, il che dovrebbe farci pensare».













