In un'intervista di qualche tempo fa, Machine Gun Kelly ha raccontato di aver donato alla fidanzata Megan Fox un anello prezioso e machiavellico, con un sistema di spine integrato che si attivano (e dunque pungono) se l'attrice prova a toglierlo dal dito. Il motivo? Perché «l'amore fa male», ha detto l'artista. E dunque tanto vale ribadirlo con un gioiello che sarà pure costosissimo ma di certo ha tratti non poco inquietanti. Quella di Machine Gun Kelly e Megan Fox è ovviamente una trovata di marketing, un'estremizzazione. Ma se traslassimo le parole del rapper nella vita vera ed entrassimo nel mondo delle relazioni con amici e partner, potremmo davvero tollerare queste parole?
La risposta è no, perché - e questo lo diciamo subito - se l'amore fa male non è amore. Non esiste una gerarchia del dolore che si può sopportare o accettare in virtù di affetto e passione. Minimizzare l'impatto che le relazioni tossiche hanno su autostima e benessere mentale non aiuta né a riconoscerle, né ad uscirne. Per capire quali tratti hanno questi tipi di relazione (che possono nascere non solo sul piano sentimentale ma anche su quello familiare o dell'amicizia) abbiamo chiesto l'aiuto della dottoressa Claudia Corsini, psicoterapeuta e consulente familiare.
Relazioni tossiche: un manuale per riconoscerle
Si parla in generale di relazioni tossiche, ma quante declinazioni possiamo distinguere al loro interno?
«Ogni relazione può essere o può diventare tossica: non parliamo solo di relazioni di coppia (anche quelle caratterizzate da violenza fisica o psicologica) ma si contano le relazioni fra genitori e figli, fra fratelli, amici o colleghi di lavoro. Chi cade in una relazione affettiva tossica ha alle spalle una storia di relazioni tossiche con figure primarie della propria infanzia, tanto che quel modo di relazionarsi viene vissuto come il normale modo di vivere una relazione affettiva», ci ha detto la psicoterapeuta. Insomma, spesso le relazioni tossiche sono un'abitudine interiorizzata che fatichiamo o non abbiamo la forza di lasciare andare.
«Se volessimo dare una definizione di relazione tossica possiamo dire che alla base c'è un mancato rispetto della dignità dell’altro, che viene cercato o “amato” non per ciò che è ma in virtù di quanto può soddisfare un personale bisogno emotivo. In altre parole, in una relazione di questo tipo si “ama” l’altro non per donare ma per prendere, tanto che spesso la relazione tossica risucchia, svuota, impoverisce uno dei partner, anziché arricchire e far crescere entrambi». Parliamo quindi di relazioni conflittuali e competitive, dove manca sostegno reciproco, rispetto e coesione, relazioni in cui uno cerca di prevaricare l’altro. In poche parole di relazioni disfunzionali, che non fanno bene in nessun caso alle persone coinvolte.
Amare da star male? No, grazie
Visto che siamo partiti da un caso di gossip, ovvero l'anello di spine che Machine Gun Kelly ha donato a Megan Fox, abbiamo chiesto alla dottoressa Corsini cosa possiamo leggere in questa news, seppur orchestrata ad arte a favor di pubblico.
«Mi viene da pensare che ci troviamo davanti ad un’idea distorta del concetto di amore, cioè l’amore per essere tale debba far male: stando alla notizia sembra essere un’idea condivisa dalla coppia, cioè sia da chi ha pensato di regalare un tale anello, sia da chi, eventualmente, accetta di portarlo. L’amore può far soffrire, pensiamo solo a quanto soffriamo se qualcuno che amiamo davvero ha un problema o sta male di salute: ma no, non deve fare male».
Secondo l'esperta, nell'anello di Megan Fox possiamo «leggere l’idea di possesso, dell’altro non come di qualcuno con cui relazionarmi in un rapporto di pari dignità, ma di una cosa che mi appartiene, sul quale esercito un potere, qualcuno che posso e devo tener legato a me fino al punto di negare anche la sua libertà».
Basta tornare alla vita vera per renderci conto che, anche senza anello di spine, niente di tutto questo può essere considerato funzionale in una relazione d'amore o d'affetto.
Come fa una relazione a diventare tossica?
Non è tanto il ruolo che rivestiamo a definire una relazione tossica, ma il background e la storia di ciascuno, oltre che la personalità, a imporre un certo tipo di meccanismo in certi rapporti. «Nel quotidiano ci possiamo imbattere in un collega competitivo che per emergere ha bisogno di sminuire gli altri; una madre possessiva che non riesce a distaccarsi dai figli e che li manipola con malcelati ricatti morali; genitori ansiosi che per tenere sotto controllo le loro paure impediscono ai figli di spiccare il volo. Ma anche amici o fratelli possessivi e gelosi che pretendono l’esclusiva di quella relazione. Gli esempi possono essere infiniti e anche difficili da cogliere proprio perché non si esauriscono alle situazione di violenza fisica o psicologica evidenti, ma spesso sono atteggiamenti più sottili e subdoli, spesso giustificati da chi ne è vittima e li subisce».
Persone tossiche: un identikit
Non si può generalizzare, perché come visto sono le storie personali, familiari e spesso il modo in cui siamo cresciuti a definirci in una relazione. Ma esistono dei tratti comuni a chi impone un rapporto tossico che la dottoressa Corsini ci ha aiutato a individuare.
«C'è il soggetto narcisista, che vive nell’idealizzazione della propria importanza, è profondamente egoista e manifesta un costante bisogno di apprezzamento, adulazione e ammirazione. Si comporta come se tutto gli fosse dovuto: amore, attenzione, tempo, energia. Cose che non è in grado di ricambiare. In più è totalmente incapace di provare empatia e coinvolgimento affettivo nei confronti degli altri, mette spesso in difficoltà le persone per farle sentire inferiori, nel tentativo di far emergere la sua superiorità».
Il narcisista può essere un partner, ma anche un genitore, un amico, un parente.
«Il manipolatore relazionale è colui o colei che in una relazione sociale cerca di controllare gli altri ricorrendo a tecniche e strategie mistificatorie. Quasi sempre il manipolatore relazionale è un narcisista patologico perennemente insoddisfatto di quello che riceve e completamente incapace di dare».
«C'è chi poi agisce per invidia: sono quelle persone che passano la vita a rimuginare su ciò che gli altri hanno e loro non avranno mai, perennemente arrabbiate e che godono solo per i fallimenti degli altri. O persone che assumono continuamente l’atteggiamento della vittima, si lamentano della loro condizione e del destino avverso, trasmettendo negatività a chi vive loro accanto».
«Infine, gli egocentrici per le quali vale solo il loro punto di vista e tendono sempre a porsi al centro dell’attenzione anche a discapito degli altri. O persone iraconde particolarmente inclini a scatti d’ira o eccessivamente critiche e svalutanti verso gli altri».
Riconoscere i segnali d'allarme
Una relazione che nasce equilibrata e funzionale può diventare tossica? Purtroppo sì. Per fortuna però i segnali, anche quelli meno plateali, non sono poi così sottintesi come si potrebbe pensare.
Per la dottoressa Corsini uno dei principali segnali d'allarme è la mancanza di supporto.
«Mentre in una relazione sana ci si sostiene e supporta a vicenda, e si è felici dei successi dell’altro, le relazioni tossiche sono in genere competitive, spesso c’è proprio il bisogno di svilire l’altro, di vederlo ad un livello più basso del nostro, per percepirsi come sufficientemente adeguati. Si fa uso di una comunicazione tossica per criticare, manipolare, far sentire in colpa».
Un’altra caratteristica tossica è il controllo e gelosia patologica, «un modo di fare che porta a fare interrogatori senza fine per sapere in ogni istante dov’è il partner, con chi è o cosa fa. Si arriva a controllare il cellulare, a leggere le chat. Comportamenti che portano dall’altra parte a mentire per non scatenare liti o scene di gelosia, o a rinunciare a tutto ciò che il partner disapprova. Gradualmente si perdono amicizie, si ignorano i propri bisogni. Si entra in un circolo vizioso in cui pian piano la priorità diventa non far niente che possa contrariare il partner (o la madre, una sorella, un amico) per non farlo arrabbiare o non vederlo star male, e di conseguenza per non sentirsi in colpa. Tutto questo non può che generare alla lunga un’infelicità costante, una scarsa autostima, una situazione di costante stress, paura, ma anche profondo risentimento».
E, in molti casi, può sfociare in casi di violenza finanziaria - quando il partner controlla le finanze dell'altro - abusi psicologici e violenza fisica.
Uscire da una relazione tossica
Non è, ovviamente, un percorso semplice. Perché proprio di percorso si tratta. I passaggi sono dolorosi, non sempre ovvi o semplici per chi deve affrontarli. Secondo la dottoressa Corsini «la cosa più difficile per chi vive una relazione tossica è quello di riconoscerla. Spesso infatti chi ne è vittima si sente colpevole, si dice “Non ho fatto abbastanza, è colpa mia, in fondo che cosa mi chiede?”».
Se l’amore fa male, allora non è amore. Se crea infelicità costante, paura, tristezza, solitudine crescente, ci sono buone ragioni per sospettare che si tratti di una relazione tossica. A questo punto, chiedere aiuto è fondamentale.
«Farsi aiutare da un professionista è importante soprattutto per rimarginare ferite che vengono dal passata e che possono portare ad uscire da una relazione tossica per entrare in un’altra. La psicoterapia può aiutare a vedere la relazione che si sta vivendo e se stessi da altre prospettive».
E quando non è possibile interrompere la relazione tossica perché si tratta di un familiare? «Mettere dei sani confini fra la propria vita (l'unica di cui si è effettivamente resposabili) e quella degli altri, è necessario. Spesso vitale».
Con un partner tossico è necessaria una grande forza per uscire completamente e definitivamente da quella relazione, interrompendo ogni contatto, provando a circondarsi di persone positive e ricostruire al contempo una nuova visione di sé. «Siamo persone di valore, degne di stima e di amore vero. Il primo passo è proprio quello che ci porta a imparare e re-imparare a volerci bene, riacquistando fiducia in noi stessi».
Consigli pratici, in conclusione
Un consiglio pratico ce lo dà la dottoressa Claudia Corsini, in merito all'approccio terapico da scegliere nel caso in cui si decidesse di farsi aiutare da un professionista. Insomma, che professionista scegliere? L'esperta suggerisce un approccio integrato (cioè che utilizza tecniche diverse provenienti da diversi approcci in base ai bisogni del paziente) così che sia lo psicoterapeuta ad adattarsi al paziente e ai suoi bisogni e non il contrario.
Non ultimo, per chiunque si sente in pericolo, teme per la propria vita e sente che una relazione tossica di stampo psicologico sta sfociando o è sfociata in abuso o violenza, di seguito ci sono alcune delle associazioni italiane che supportano le vittime in caso di necessità e supporto.
- La Rete Nazionale Anti-Violenza con numero attivo e supporto in linea all' 1522
- Associazione Di.Re Donne in rete contro la violenza
- Associazione Frida, onlus per prevenire e contrastare fenomeni di violenza sulle donne
- Global Thinking Foundation contro la violenza economica











