Si trova, nella persona di cui ci si innamora, sempre il profumo di una casa. Che sia quella ideale su cui ci si è persi a vaneggiare o quella reale di cui si spera di ritrovare lo stesso tipo di conforto, è possibile che, come in tutte le storie e in tutte le case, a un certo punto si senta anche la necessità di accostare la porta. C’è stato un momento in cui i Coma_Cose hanno avvertito il bisogno di farlo, chiudendo quella di Milano dove vivevano insieme e sono nati come coppia musicale nel 2017, e riaprendo quella delle case che abitavano prima, a Salò e a Pordenone di cui Fausto Zanardelli in arte Fausto Lama e Francesca Mesiano, vero nome di California, sono originari rispettivamente. «Ci siamo persi per ritrovarci, so che è banale ma spesso è la cosa più concreta che si possa fare», risponde California insieme a Fausto, proprio nel giorno in cui iniziano le prove per il tour che li porterà in giro per l’Italia dal 17 marzo, partendo da Padova.

Si conoscono, si innamorano, si ritrovano senza lavoro dopo un impiego come commessi in un negozio di Milano, cercano nuovi sogni da realizzare e ci riescono insieme, con un passato da rapper, musicista e già produttore per Fausto, e uno da ex studentessa di scenografia per California. Dopo il primo Ep, Inverno Ticinese, arriva tutto il resto: i concerti, l’album Hype Aura, Nostralgia in cui si trova anche “Fiamme negli occhi”, doppio Disco di platino che nel 2021 hanno cantato sul palco dell’Ariston mantenendo lo sguardo fisso nello sguardo dell’altro e ora l’ultimo, Un meraviglioso modo di salvarsi di cui “L’Addio”, brano con cui si sono esibiti durante l’ultima edizione di Sanremo e che ha vinto il premio Sergio Bardotti per il Miglior Testo, è manifesto. Una storia di relazioni interrotte e recuperate che oltrepassano il rumore del mondo. Ma come si fa a tornare, funziona come con l’equilibrio, bisogna trovare il baricentro per citare i Coma_Cose? «La diversità è importante», mi dice California, «lo scontro spesso implica una crescita, e c’è solo bisogno di dirsi addio a volte per capire cosa si sta perdendo». Come hanno annunciato in conferenza stampa a Sanremo, hanno deciso di sposarsi. C’è qualche idea, ma non cercano ancora di indagarle troppo e preferiscono aspettare che sia il momento giusto. «Per ora viviamo in un loop infinito, un vortice di cose dovuto a quella bella botta che è stato il festival», aggiunge Fausto. «Adesso parte anche il tour. Diciamo che si parte e basta».

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Coma_Cose, fotografati da Simone Biavati. Styling: Giorgia Cantarini. Look: Fausto indossa camicia Loewe via Vestiaire Collective; California indossa giacca Mugler, tutto via Vestiaire Collective. Nel video: Fausto indossa camicia Loewe, Jeans Levi's, tutto via Vestiaire Collective; California indossa giacca Mugler, pantastivali Margiela, tutto Vestiaire Collective. Make up: Silvia Munoz Romero. Hair: Filippo Calì. Thanks Hotel Londra, Sanremo

Tour, concerti, album, e in questo grande magma emotivo si è insinuato anche un altro annuncio.

Fausto: «[Ride] Lo sapevo. Sarà tosta. Dobbiamo far collimare tutti questi impegni. Diciamo che al matrimonio ci penseremo in autunno, nel bene o nel male, adesso capiremo un po’ da che parte rigirarci. Ovviamente dipende dalle energie, se fare una cosa un pochino più in privato, come a dire “almeno abbiamo messo quel sigillo” che è quello che conta, o se fare una cosa un po’ più condivisa. Però diciamo che in autunno arriva».

California: «Arriva il lieto evento».

Ma ci pensavate da un po’ a sposarvi, è un desiderio che si è fatto strada con lentezza, o è stato dirompente tanto da condividerlo al Festival?

C : «In realtà ne avevamo parlato più volte negli anni, però non avevamo mai ufficializzato davvero. È stata quasi una sorpresa di qualche mese fa, l’abbiamo deciso un po’ così, ne avevano favoleggiato spesso ma senza dare una chiusa al pensiero. È venuto quasi di getto».

F: «Però c’è un aneddoto simpatico. A Sanremo c’è un signore anziano che fa il direttore di palco da tantissimi anni, e quando siamo andati a fare la prima prova mi guarda e mi dice “sei pronto? Tua moglie è pronta? Iniziamo?” e io gli ho sorriso pensando guarda, nella sua carineria pensa che siamo sposati. Solo che poi ci ho pensato. L’ho detto a Francesca, lei mi guardato e mi fa “va beh ma a questo punto sposiamoci veramente”».

Siete insieme da tantissimo tempo, praticamente sposati lo siete già.

C: «Sai che bello poter dire “mio marito”, invece che tutte quelle mille declinazioni, il mio ragazzo, il mio compagno, il mio fidanzato. Quanto tempo si risparmia».

Durante una delle serate ti sei esibita in un abito da sposa disegnato da Vivienne Westwood, manifesto di amore e anarchia, anche indipendenza, considerando che tipo di icona è stata la stilista. L’hai scelto per questo?

C: «Si chiama Cora Cocotte, è il suo master piece dell’abito da sposa. Anche nella sua semplicità, perché ha il classico bustino alla Vivienne e lo scollo largo con delle pieghe, e una gonna liscia. A me piace tantissimo perché in questa sua essenzialità riesce a rappresentare tutto quell’universo che lei aveva dentro. Penso anche al nostro matrimonio, sposarsi in un abito Westwood vorrebbe dire condividere un messaggio. Irriverenza è la parola giusta».

Sulla semplicità combinata ad altro avete costruito anche il vostro stile.

F: «Io e Francesca ci siamo riconosciuti perché, tra le altre cose, avevamo uno stile simile, che era lo stile “a caso”. Sicuramente ci nasci, sicuramente bisogna assecondarlo, però ti assicuro che se non ci fosse Giorgia [Cantarini, stylist di Coma_Cose, nda] non mi sarei mai piaciuto rivedendomi a Sanremo».

C: «Noi siamo in continuo cambiamento, partendo dalla musica, in base a quello che ascoltiamo, si diventa più grandi, cambia la personalità. Io non ho mai messo tacchi e gonne, ora ho scoperto un nuovo universo».

Entrando nel merito del nuovo album e del singolo che avete portato all’Ariston, se l’addio non è una possibilità, allora che cos’è?

F: «È una promessa. Una promessa che gioca sul paradosso della parola stessa. Quello che sta dietro quella frase è il concetto che se una persona ti ha toccato determinate corde emotive, non potrai mai lasciarla andare. Come fai a dimenticarti di lei? Noi la cantiamo sotto il grande cappello dell’amore, essendo una coppia, ma potrebbe parlare di un’amicizia, una parentela, potrebbe valere per qualsiasi rapporto che sia stato intenso. La memoria non la puoi cancellare, intendo memoria dei gesti, del modo di guardare, che tu lo abbia desiderato o meno a un certo punto ti sei trovato ad assorbire. È questo quello di cui parliamo nella canzone. Anche se ci salutassimo, se ci dicessimo addio basta non voglio più vederti, ma che addio sarebbe? Sappiamo entrambi che ci risentiremmo e ci richiameremmo».

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Simone Biavati
California e Fausto Lama, Coma_Cose

Siete consapevoli di avere fornito il brano ideale da inviare a tutti gli ex che hanno attraversato le nostre esistenze?

F: «È un messaggio di speranza per l’umanità forse, al di là della relazione in sé. Come esseri umani siamo empatici. La vita è una grande fuga dalla solitudine».

Ne “L’Addio” parlate di chi lotta per un sentimento, offrendo loro "un meraviglioso modo di salvarsi", come titola il vostro album. È dalla solitudine che ci si salva? Come?

C : «Salvarsi anche da sé stessi, da tante cose. Fare musica è un modo per comunicare con il mondo, la matrice è sempre quella. Ma salvarsi anche dalla ripetitività, dalla routine, dall’alienazione, da tutta una serie di cose che poi ci portano a stare da soli».

Voi “addio” ve lo siete detti davvero.

C: «Ci siamo allontanati fisicamente. Abbiamo vissuto una crisi, io sono tornata a Pordenone e lui a Salò. Non sapevamo come sarebbe andata a finire però dopo tanto che stavamo sempre insieme, lavorando insieme, vivendo insieme, abbiamo imparato che a volte bisogna staccarsi per un po’ per poi ricercarsi. Sembra una cosa ovvia, ma stando troppo a contatto si danno per scontate cose che vanno mantenute vive».

L’invito è conservare sé stessi?

F: «Quello è il grande desiderio. Un’altra piega nascosta nella canzone è “se mi dimentico me, com’ero”. Crescendo ci trasformiamo spesso e inevitabilmente in base alle persone con cui stiamo, assimilando caratteristiche e lasciandone in loro altrettante. Penso che la ricerca di una propria purezza sia una grande voglia che io ho, che credo Francesca abbia, la voglia di ritornare in un posto in cui non ci sentivamo corrotti ma al contrario ci sentivamo liberi. E la cosa migliore da fare è considerare le altre persone che amiamo e non amiamo come una scatola di ricordi a cui abbiamo affidato una parte di noi».

Il successo può contribuire alla crisi?

C: «Non lo so. Il successo in qualsiasi campo si consolida perché c’è tanto lavoro, quindi tanto impegno, tanto sforzo, e poco tempo. Implica spesso tralasciare il rapporto umano e questo potrebbe essere un motivo per cui il successo ti conduce alla crisi, crea tensione, ti allontana. Nel nostro caso è dipeso da altro. Anche il fatto di vivere insieme e di aver sperimentato tutto questo insieme è stata come una protezione. Essere una coppia ti ridimensiona sempre, fai colazione, guardi le mail, dai da mangiare ai gatti».

F: «E poi noi siamo stati molto trasparenti dal giorno zero. Noi raccontavamo di due persone alla ricerca di una nuova vita e di nuovi sogni perché lo eravamo, ora raccontiamo quello che ci succede come fanno i cantautori. La parola successo sicuramente ci attraversa, siamo felici di quello che succede ma siamo sempre noi. Francesca e Fausto».

«Le persone sono scatole di ricordi a cui abbiamo affidato anche una parte di noi. Perché siamo empatici. E la vita alla fine non è altro che una grande fuga dalla solitudine»

Quando ci eravamo incontrati dopo la vostra esibizione a Sanremo con “Fiamme negli occhi” nel 2021, mi avevate raccontato che l’immagine del «basilico al sole sopra a un balcone italiano» l’aveva segnata Fausto su uno dei quaderni di carta su cui si appunta le cose in giro per casa. Questo cuore su cui c’è una ringhiera davanti al tuo che è uno strapiombo, come cantate ne “L’Addio”, nasce sempre così?

F: «È una frase che avevo nella testa da tre anni, è rimbalzata qui da una nostra vecchia canzone. Mi piace il concetto di guardare le cose dal parapetto, qualcosa che ti dà sicurezza e te la toglie, il senso di vuoto, di brivido in cui ti chiedi e adesso cosa faccio. Forse è perché soffro di vertigini. O forse perché parliamo di un sentimento, e questo cuore è qualcosa di accogliente, in cui cadi sì, ma poi ti liberi».

Continuo con l’immagine della ringhiera. Sono tempi di resistenza, ci intitolate anche un nuovo brano. Bisogna imparare a tenersi?

F: «No, non penso. Francesca in questo cuore si butta, anche se all’inizio si tiene forte ma poi sceglie la possibilità di farsi male e di toccare il fondo perché sente che è la cosa giusta. Io da essere umano vivo tanta confusione. Più che a tenersi, bisogna imparare ad avere speranza e a resistere alla violenza».

C: «Tenersi poi, tra due persone, va bene fino a un certo punto. Senza snaturarsi. Bisogna imparare anche a lasciarsi andare via».

Quando avete capito che vi eravate innamorati?

F: «Una domanda difficilissima a cui rispondere».

C: «Dai, già all’inizio».

So che Fausto eri arrivato a Milano da poco e un amico ti ha chiesto di accompagnarlo in un’uscita con Francesca per non darle l’idea che ci stesse provando.

F: «Io penso che la nostra fortuna sia stata trovarci in un momento in cui eravamo predisposti entrambi. Tutti e due disillusi da storie passate, volevamo una cosa diversa».

C: «Ma non eravamo nemmeno alla ricerca. Forse è stato questo. Però in una delle prime uscite siamo andati in un locale orrendo in cui si faceva karaoke. Abbiamo cantato insieme».

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Simone Biavati
Coma_Cose, fotografati a Sanremo sulla terrazza dell’Hotel Londra

California la musica per te è arrivata con Fausto, che in “Metto ordine” ha raccontato per la prima volta il suo passato. I Coma_Cose nascono in un momento particolare della vostra vita, con il primo Ep Inverno Ticinese, era giugno, Milano già vuota. C’è voluto coraggio ma anche una sana incoscienza. Vi siete salvati a vicenda?

F: «Sì».

C: «No».

Bene.

C: «[Ride] Dai sì, è vero anche per me».

F: «Senti com’è convinta».

C: «È che ti dico no di pancia. Poi però ci ragiono, so che quando ha avuto inizio la nostra storia abbiamo anche iniziato a darci l’un l’altro. Ogni tanto penso chissà dove sarei oggi se non ci fossimo scelti».

F: «Io sono molto sereno invece. Quando penso a un’alternativa a questa vita non mi ritrovo mai felice. So che non avrei potuto avere nessun’altra vita migliore di questa».

Due parole che sono due titoli del vostro nuovo disco. Rumore.

C: «Viviamo in un momento storico in cui siamo bombardati da rumore visivo, video immagini, c’è sempre del rumore di fondo che annebbia anche i nostri desideri. Abbiamo troppe opportunità, troppe cose, e finiamo con l’autosabotare quello che vogliamo veramente».

Epilogo.

F: «Abbiamo fatto una canzone che si chiama “L’Addio”, giochiamo in casa. Prendi la fine di un libro, è quella cosa che se è scritta bene ti fa venire voglia di leggerne un altro. Non è mai veramente la fine, si torna sempre lì».

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