Una figura magra che indossa la stessa maglietta nera con un teschio bianco e parla di continuo con un armadillo dalla voce suadente, un cinghiale che ha scoperto il segreto della vita, un punk appassionato di gelato.
Chi avrebbe mai pensato che questo gruppo sgangherato avrebbe attratto diecimila persone al Circo Massimo in occasione della sua terza comparsa sullo schermo?
E invece è proprio quello che è successo all’anteprima di Due spicci, l’ultima serie di Zerocalcare uscita su Netflix il 27 maggio.
Il fumettista romano è riuscito a radunare attorno a sé un pubblico variegato: personaggi istituzionali, appassionati lettori, semplici curiosi, cantanti e attori.
Un fenomeno di crossover, una situazione in cui ragazzi adulti e persone più anziane si ritrovano insieme. Quella al Circo Massimo è stata un’occasione (gratuita, vale la pena ricordarlo) per ritrovarsi insieme e condividere un’esperienza comune.
È curioso che a rivitalizzare quella “funzione sociale” dell’arte che sembra ormai morta e sepolta, sia stata la fantasia di un fumettista. Uno che “fa i disegnini”.
È vero che il fumetto è andato incontro a una decisa rivalutazione. Ma nella realtà è ancora ai margini dell’immaginario culturale, soprattutto quando si tratta di tematiche “serie”.
Il fumetto come forma d’arte adulta
Eppure il fumetto nel tempo è riuscito a dimostrare il contrario. Maus di Art Spiegelman, L’eternauta di Oesterheld e Lopez, LMVDM di Gipi, Kobane Calling dello stesso Zerocalcare, Palestina di Sacco. Testi che hanno saputo ritrarre eventi cruciali del nostro tempo sul piano individuale, sociale e politico. E questi sono solo alcuni tra i tanti. L’elenco potrebbe essere molto più lungo.
Umberto Eco dichiarava di poter passare settimane chiuso in una stanza leggendo Omero, la Bibbia e Dylan Dog.
L’intento delle sue parole è dissacrante ma la questione rimane. Perché ci si ostina a considerare la graphic novel un genere di serie B? Una “cosa da bambini”che hanno tempo da perdere.
La convergenza tra forme artistiche
Due Spicci non è un graphic novel, ma condivide molto con questa tecnica artistica. La scelta di doppiare, quasi ogni personaggio con la voce dell’autore, le scene che assomigliano a vignette. Disegni e personaggi che sono nati prima sulla pagina e solo successivamente si sono trasferiti sullo schermo.
Con la serie Due Spicci Ci troviamo in presenza di un ibrido particolare: a metà tra disegno e animazione. Ma sembra essere proprio questo il carattere delle contemporaneità: l’assenza di confini definibili tra le forme. Non che questo sia necessariamente un bene, ma certo libera il campo dall’ingombrante nozione di genere. Quell’assillo che ci fa chiedere prima di tutto: di cosa si tratta? Film? Cortometraggio? Romanzo a fumetti? Serie Tv?
Due Spicci è un esempio perfetto della cultura della convergenza nella quale ci troviamo. In cui per esempio l’ultimo romanzo di Brett Easton Ellis, Le schegge, nasce come podcast ed ha un trailer su YouTube proprio come se fosse un film.
Il fumetto e il romanzo del 900 (Kafka, Svevo, Joyce )
A ben guardare poi i temi trattati e le soluzioni narrative adottate in Due Spicci non sono dissimili sa quelle adottate dalla grande narrativa novecentesca.
Prendiamo ad esempio l’armadillo.
Nel 1915 uno scrittore praghese ai tempi completamente sconosciuto, Franz Kafka, dà vita a uno dei racconti più celebri della modernità: La metamorfosi. Nel racconto il protagonista, incarnando la propria coscienza, si trasforma in uno scarafaggio.
Un centinaio di anni dopo compare in libreria La profezia dell’armadillo di un certo Michele Rech. In arte Zerocalcare.
E ancora diamo un’occhiata a come vengono narrati i fatti in Due spicci. Quasi tutti i personaggi sono doppiati dallo stesso Zerocalcare che altera la voce. Non possiamo forse presumere che da quest’unica voce ci si debbano aspettare delle manipolazioni della storia narrata? Ed ecco La coscienza di Zeno, Italo Svevo, 1923.
Facciamo ancora caso ai numerosissimi flussi di coscienza rappresentati attraverso degli excursus grafici. Parentesi che ci trasportano in una dimensione diversa da quella narrata: forse è troppo nominare Joyce, ma è con lui che si è raffinata questa tecnica.
Leggere le immagini
Il riferimento a questi tre giganti della letteratura è provocatorio ma vuole mettere in luce la continuità tra una delle forme più istituzionalizzate d’arte ed una che non lo è ancora. Ma proviamo ad immaginiamo sui nostri libri scolastici tra un testo di Calvino e uno di Pasolini una vignetta di Francesco Tullio in arte Altan o di Andrea Pazienza.
Questo significherebbe cambiare il nostro modo di guardare. Non considerarle più passivamente le immagini che con cui entriamo in contatto continuamente, siano esse post, pubblicità, twitter. Ma considerale criticamente. Scoprire quello che le immagini ci comunicano oltre le loro apparenze. E la graphic novel può essere un ottimo modo di farlo.
A questo però si aggiunge anche un altro motivo per cui vale la pena leggere vignette: la pancia. Non sarà forse un metodo critico raffinato ma sentire d’emozionarsi seguendo le vicende di “disegnini” è forse tutto quello che serve per convincersi che valga la pena di continuare a leggere.











