«È annata così», direbbe Zerocalcare. La seconda serie animata per Netflix, Questo mondo non mi renderà cattivo, ha bissato il successo della prima, Strappare lungo i bordi. E no, non ci sono ricette segrete o strategie: è semplicemente anzi complicatamente lui, Michele Rech, un fumettista prestato alle piattaforme streaming per divulgare i suoi principi di uguaglianza iniziando dalla periferia romana.

E tutti gli altri? Quelli che per vedere la serie usano i sottotitoli, non hanno familiarità con il romanesco o la Capitale? Nonostante la barriera linguistica piuttosto evidente (su cui Zero scherza nella prima puntata) il pubblico si sente un po’ come lui, noi ci sentiamo un po’ come lui. A prescindere dalla provenienza sociale o geografica o anagrafica. E sì, persino politica. Anche se stavolta lui e la sua coscienza (l’Armadillo gigante) sono alle prese con dibattiti politici più che con problemi personali. Nell’altro progetto – Strappare lungo i bordi - si affrontava il senso di perdita e di lutto. Qui Zerocalcare ha la possibilità di girarsi dall’altra parte e continuare come se niente fosse, come se non vedesse che ad alcuni immigrati è stata assegnata una casa nel suo quartiere. Molti – o forse qualcuno? – non li vogliono e lui li definisce nazisti (perché fascisti ormai è un termine ormai blando e poco incisivo nel Belpaese).

Ecco, allora, cinque motivi, per cui ci siamo sentiti tirate in causa da questi episodi così esilaranti eppure così veri. E sì, a sorprese, siamo tutte un po’ Zerocalcare.

I dibattiti di coscienza

    Qualunque obiettivo raggiungiamo, ci sentiamo stritolati dalla sindrome dell’impostore. E, spinti dal nobile desiderio di riequilibriamo il karma, finiamo per non ascoltare nemmeno gli amici. Ci vorrebbe davvero un Armadillo gigante che, block notes alla mano, prenda appunti su tutte le scelte sbagliate verso cui corriamo volontariamente.

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    Zerocalcare//Netflix

    Il passato che ritorna

    Proprio nel momento in cui ci si fa beatamente i fatti propri, ripiomba forse dal passato una figura scomoda, qualcuno che non s’integra bene con il nuovo giro di amici e conoscenti creato nel presente. Ci ricorda chi siamo stati, chi volevamo essere e chi ci ha teso una mano. La parte più difficile, come con Cesare, è provare a esserci. Ma il dilemma morale non ammette scorciatoie: o con me o contro di me.

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    2023 © Netflix//Netflix

    La via di Secco

    Secco non snocciola grandi filosofie di vite, vuole sempre e solo comprare un gelato. O almeno quando non si lascia trascinare in scontri armati. Se lo si guarda dall’esterno è un sempliciotto con cui Zero s’accompagna per abitudine, come spesso accade a molti amici d’infanzia, che frequentiamo senza ricordarci il motivo. Invece quella semplicità spiazzante del personaggio blocca di colpo l’autosabotaggio mentale e invita ad agire.

    Stacce

    Questa filosofia è un po’ agli opposti dell'ormai tormentone di Luis Sal «dillo alla mamma, dillo all’avvocato» perché si riafferma un modo per prendere di petto le situazioni. Ed eccolo lì, Zero, terrorizzato in una stazione di polizia con affisso in bacheca l’autografo di Terence Hill/Don Matteo, a cercare appigli. Lo facciamo tutti per sfuggire a situazioni scomode, ma anche nella serie precedente si capisce che l’unica via d’uscita è la verità.

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    2023 © Netflix//Netflix

    Mai lasciare indietro nesusno

    Da piccolo, Zero ha teorizzato con gli amici che non si lascia mai nessuno indietro, che si fa squadra, che si resta uniti. Lo abbiamo fatto tutti quando finalmente abbiamo trovato un gruppo d’appartenenza, ma cosa succede quando si cresce? O quando qualcuno non tiene il passo? Ecco, ognuna di noi almeno una volta nella vita si è sentita la palla al piede di turno, quella che mette su un sorriso di circostanza, fa il tifo per gli altri ma dentro di sé si sente sperduta. Ancora una volta Zero non dà giudizi (l’Armadillo sì), ma fa un mea culpa. Questo lo rende umano, fragile, attaccabile e molto, molto vicino a chi lo guarda. S’inizia a guardare la serie perché fa molto, molto ridere, per poi passare alla risata agrodolce e infine a un meritatissimo pugno nello stomaco. Ci sta.