Lo scorso Natale ho iniziato a sentirmi così. Mancavano pochi giorni e si sarebbe concluso l'anno in cui ne avevo compiuti trenta; all'improvviso, la mia mente si era resettata più o meno involontariamente a quando ne avevo quattordici o quindici, mentre giravo per le strade del mio paesino – rigorosamente durante le infinite ore pomeridiane – alla ricerca di un gelato, di un pasticcino, di un pacchetto di Winston da dieci da smezzare, di un libro in biblioteca, del ragazzo che mi piaceva e mi sarebbe piaciuto per sempre. Spesso lo trovavo in gelateria, il più delle volte ammazzavo il tempo.



Quando la ragazza che eri torna a cercarti

Il peso di tutto quello che era venuto dopo mi si era automaticamente sollevato dalle spalle. Mi rimanevano solamente le sensazioni più pure, più vere e più intense che provava la ragazza adolescente che ero stata. Mi sembrava di fluttuare in una dimensione lattea e leggera, fra le polveri di stelle e il buio della notte. C'era un certo profumo di caramelle nonostante il freddo mi graffiasse le guance. Ero tornata a sentirmi come se non fossero mai successi gli attacchi di panico sui treni, i primi fallimenti professionali, le diagnosi e i tumori della mamma, i cuori non solo spezzati, ma sminuzzati e stropicciati, masticati e risputati fuori, l'alcool, il sesso mentre piangi, il sesso con chi non conosci, le violenze, i soldi che non bastano mai, i mali del mondo, Milano, la solitudine.

Mi sembrava di essere di nuovo libera, di nuovo pronta a ricominciare tutto, rivendicavo i sogni e le emozioni della ragazzina che ero stata prima che i vent'anni e la vita succedessero. Il ragazzo che mi piaceva e che cercavo da piccola, all'epoca mi aveva considerato ridicola, buffa. Forse non mi aveva considerata affatto, se non come una bambina con le idee e gli interessi strani: dimenticabile, c'erano ragazze più belle. Nella notte fra la Vigilia e Natale dei miei 30 anni (lui lo associavo sempre al 24 dicembre), tuttavia, mi aveva finalmente vista davvero. Aveva infine riconosciuto la mia coolness. A quel punto, il mio desiderio non poteva che diventare uno solo: tornare a essere com'ero quando lui non mi aveva mai voluto.

La colonna sonora di una nostalgia nuova

Verso Capodanno – che avrei passato con le stesse compagne di quando ne avevo quattordici o quindici, in quello spazio sicuro e non performativo che è la nostra amicizia lontano dai maschi – ho deciso: la mia colonna sonora del 2026 sarebbe stata "Teenage Dirtbag" dei Wheatus, brano alternative rock iconico del 1999/2000. Così, per celebrare quella nuova energia ritrovata, che volevo custodire meticolosamente il più a lungo possibile. Liricamente e sonoramente, il pezzo sintetizzava infatti tutto quello che provavo sul momento: è la storia di un ragazzino outsider un po' sfigato che ascolta gli Iron Maiden – l'heavy metal non è proprio il genere preferito dei liceali popolari –, innamorato di una ragazza della scuola che considera irraggiungibile. Per tutta la canzone il protagonista la osserva da lontano, convinto che lei nemmeno sappia della sua esistenza; Noel, il nome della ragazza, ha il classico bullo come fidanzato. Sul finale, tuttavia, qualcosa cambia; i versi «I'm just a teenage dirtbag baby like you», «I've got two tickets to Iron Maiden, baby, come with me Friday don't say maybe», lasciano intendere che i due condividano in realtà la stessa passione musicale, che diventa il simbolo di una connessione autentica, la fantasia della rivalsa, la possibilità di essere visti e compresi dopotutto. In fondo, chi muove i primi passi nella vita adulta sa che ritornerà spesso lì, a ciò che, senza paura di ammetterlo, pensa ancora essere l'unica cosa che conta davvero. Innamorarsi.

Perché TikTok è pieno di ex teenage weird girl

«Apparently your 30s are for finally becoming the little weirdo you were at 13. Only this time you get to own it», o anche: «Life after you realize that being in your thirties is about learning how to get back in touch with the weird 14 year old girl inside you, who knew exactly who she was before the world tried to convincer otherwhise», sono le cose che le ragazze su TikTok scrivono nelle clip e che mi sono cominciate a comparire in ForYouPage durante il seguente mese di gennaio. Gli ho messo like, le ho conservate: le altre si sentivano come me, doveva pure avere un senso collettivo. A febbraio, per lo show "What's in my bag" che presentava la collezione autunno inverno 2026/2027 alla Milano Fashion Week, GCDS ha fatto sfilare le proprie creazioni ispirate alle atmosfere retrò Anni '90, abbinando elementi di lingerie a silhouette da giorno dall'aria provocatoria ma spensierata. Mentre le modelle emergevano da un'imponente installazione di borse della spesa, nella sala risuonava un inno, note conosciute. Erano quelle di "Teenage Dirtbag".

In quel momento ho deciso che sarei andata a fondo della mia crescente ossessione nei confronti dell'identità femminile adolescenziale, l'avrei rivissuto da adulta, l'avrei consacrata per farlo diventare eternamente mia, mai più derisa, ma più screditata, messa da parte, ignorata, non scelta. «Non c'è niente di più potente di una ragazza adolescente», dice Daisy (Lucy Halliday) nel finale di stagione di The Testaments. Il modo più evocativo per farlo, avevo capito, era dedicarmi al rewatch di una serie-tv culto, un teen drama per eccellenza che comprendesse anche l'elemento più interessante e cruciale per la teenage girlhood – i vampiri. In due mesi in cui sono uscita pochissimo (non m'interessava nient'altro) mi sono vista di fila tutte le 8 stagioni – 171 episodi disponibili su Netflix e Prime Video – di The Vampire Diaries. Non sono mai stata meglio.

Il ritorno di The Vampire Diaries e delle nostre cotte impossibili

Come afferma spesso la scrittrice e literary it-girl Tea Hacic, la forma più pura dell'amore è avere una crush inavvicinabile. Niente è così incontaminato, intenso e autentico come il sentimento incondizionato di una fangirl. Non ci sono aspettative, non ci sono egoismi, non ci sono richieste e compromessi, nessun tipo di dinamica relazionale, nessuna forzatura, nessuna insicurezza, nessuna delusione. Solo un sacco di amore. Non sono mai stata veramente una fan di nessuno, ma ho cominciato a esserlo a trent'anni; è in questo modo, infatti, in cui ho vissuto il mio rapporto immaginario con Damon Salvatore, personaggio nato dalla serie di romanzi di Lisa Jane Smith, Il diario del vampiro, e trasposto sullo schermo da Ian Somerhalder a partire dal 2009 e fino al 2017. Damon, in contrapposizione con Stefan (Paul Wesley), entra in scena come il fratello sbagliato, quello cattivo, che non cerca redenzione e a cui non interessa legarsi. Seguendo un arco narrativo molto simile a tutte le storie in cui due fratelli si contendono le attenzioni di una donna (Elena, Nina Dobrev, in questo caso), diventa presto chiaro che è lui quello per cui fare il tifo – non ho mai incontrato nessuna che fosse più team Stefan che team Damon –, di cui innamorarsi perdutamente, di cui salvare le immagini da Pinterest per impostarle come screensaver sul pc o sullo schermo dell'iPhone – l'ho fatto davvero, come lo si farebbe oggi per Conrad Fisher. Damon Salvatore, bad o fuckboy che dir si voglia, non è mai completamente monolitico; è violento, è evil, ma è costretto continuamente a mostrare il suo lato vulnerabile, le sue crepe emotive, quasi forzato da questo amore buono che prova per la protagonista, rappresentando così la parabola di quello che la tv post-2000 ha insegnato sull'amore alle ragazze millenial e forse un po' anche Gen Z: "I can fix him", si direbbe nel linguaggio dei meme; «I thought you knew. Don't be with him be with me», dice Conrad a Belly in The Summer I Turned Pretty, «You want a love that consumes you… You want passion, adventure, and even a little danger», dice Damon a Elena, che si evolve poi in uno struggente, tanto quanto surreale: «I love you, Elena. And it's because I love you that I can’t be selfish with you». Nella realtà, non ho mai visto una ragazza riuscire a "fixare" un ragazzo, e il meme, nella sua ironia, esiste appunto per questo.

A trent'anni mi sono innamorata di Damon Salvatore. Ho passato con lui sessioni infinite di binge watching e bed rotting notturne, sono stata felice, desiderosa di vederlo ancora, ho incollato gli occhi ai suoi addominali che illuminavano, saturi e statuari, la stanza, al suo sorriso beffardo, al suo senso dell'umorismo unmatched e ai corpi dissanguati dai suoi morsi; ho sognato di volerlo e l'algoritmo di TikTok, a quel punto compromesso per sempre, mi ha persino fatto trovare un profilo divertente di un uomo che lo impersona mentre manda alle utenti, che gli commentano i video con tantissime richieste, "un morso", "un saluto" e un "Six-seven".

La ragazza che volevo salvare ero io

Innamorandomi di Damon a trent'anni mi sono accorta presto, in realtà, che mi stavo rinnamorando di me: mi stavo prendendo lo spazio per rinnamorarmi della me di quindici anni prima, mi stavo permettendo di prendere una cotta così infantile, così ridicola, per un personaggio così inventato; stavo concedendo a quella ragazza adolescente e weird, a quella "Teenage Dirtbag", di rivivere in me, questa volta senza tutte le vergogne e i giudizi che sono venuti dopo, senza tentare di cambiarla per piacere a quel ragazzo, e a tutti gli altri che gli sono seguiti; senza forzarla a lavorare il doppio o il triplo dei compagni maschi perché la sua voce venisse finalmente ascoltata, riconosciuta e apprezzata anche dai maschi; questa volta, accudendola e standole vicino, a sussurrarle dolcemente in un orecchio: vai bene, andrà bene non sei sola, vali più di loro. Quella per Damon Salvatore a trent'anni è stata la cotta più politica che mi sia mai presa nella mia vita.