I genitori di Zerocalcare per noi avranno sempre e solo le sembianze di due paperi: lei rassicurante, emblema di tutte le madri («Non c'è più Google!!») e disegnata come la Lady Cocca della Disney, lui silenzioso e piuttosto somigliante al padre di Kung Fu Panda. Prima che uscisse il suo ultimo libro Michele Rech, in arte Zerocalcare, ha chiesto a entrambi il permesso di pubblicarlo. Quando muori resta a me, è uscito il 7 maggio e forse si tratta del libro più personale dell'amato fumettista: una storia sulla sua famiglia e, in particolare, sul rapporto con suo padre. «Ho sentito la necessità di raccontare un aspetto un po’ più intimo rispetto alle mie ultime opere, perché anche nell’intimità ci sono spunti che assumono connotati politici», ha raccontato al Corriere, «Credo che in questa storia, che può sembrare semplicemente quella di un padre e un figlio, ci sia qualcosa di collettivo».
Il libro inizia con un viaggio nelle Dolomiti verso il paese d'origine del padre dove si trova una vecchia casa di famiglia. Il viaggio potrebbe essere una buona occasione per rispolverare il rapporto con il padre, ma tra i due vige una totale incomunicabilità dei sentimenti. Tornare in quel luogo, allora, crea il pretesto per ripercorrere una storia familiare che attraversa 4 generazioni e si intreccia con quella del paesino dove tutti sembrano guardare male padre e figlio perché «la Montagna non dimentica» e le radici dell'odio affondano fino ai tempi della Grande Guerra. Così, «Negli interstizi dei non detti», come si legge nella sinossi, «l’amore incrollabile di un padre per il suo unico figlio attraversa alcune delle pagine più buie della Storia del nostro Paese».
Si ritrovano l'autoanalisi, le citazioni pop e l'ironia tipiche di Calcare, ma emerge anche una componente più drammatica e intima. Allo stesso tempo il personale riesce sempre a farsi politico: nel legame tra generazioni dalla Prima Guerra mondiale al G8, nel rapporto complesso tra responsabilità e senso di colpa e nell'analfabetismo emotivo tipico del maschile («L’affetto rende femmine» è il motto degli uomini della famiglia di Zero) che si amplia a una riflessione senza sconti su paternità e la vita adulta.











