Dire addio a una serie con milioni di fan è una sfida enorme, figuriamoci quando parliamo di Euphoria, il gioiello indiscusso della HBO che ha letteralmente ridefinito l'estetica di una generazione. Dopo un'attesa infinita e una stagione complessa (seppur dolorosa ma visivamente splendida) Sam Levinson ha fatto di nuovo centro. Ci ha regalato un finale girato in modo impeccabile, supportato da un cast sublime. La trama sì, spezzerà il cuore a molti, ma del resto si rivela tristemente coerente con tutto il viaggio fatto finora. Quando ti trovi davanti agli ultimi minuti di uno show che ti ha accompagnata in diverse fasi della vita (ricordiamoci che Euphoria ha debuttato ben sette anni fa), i sentimenti contrastanti sono inevitabili. Da un lato c'è l'ansia elettrizzante di scoprire il destino dei personaggi, dall'altro quella malinconia tipica che ti assale sapendo che di lì a poco non ci sarà più nulla. Con questo esatto stato d'animo ci siamo essi comodi per guardare l'episodio finale, In God We Trust. Lo confessiamo: speravamo in una redenzione, nel classico barlume di speranza per i nostri protagonisti. La verità è che Sam Levinson non fa sconti a nessuno. Niente sogni zuccherosi: stavolta fa davvero malissimo.
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Speravamo con tutto il cuore che Rue (una Zendaya immensa) potesse avere quella benedetta seconda possibilità. Volevamo vederla felice, finalmente lontana dalle grinfie oscure del narcotraffico e padrona della sua vita. E invece no. La batosta è arrivata senza preavviso, a metà episodio, lasciandoci senza fiato molto prima dei titoli di coda. Ammettiamo che in quel preciso istante abbiamo sperato nel miracolo pensando che Sam Levinson avesse nascosto un asso nella manica, un plot twist salvavita dell'ultimo secondo. Eppure il miracolo non è mai arrivato. Per quanto faccia malissimo accettarlo, a mente fredda crediamo sia stata la decisione più giusta, l'inevitabile e tragico destino di una ragazza fragile che aveva perso la strada. Nonostante i tentativi disperati di rimettersi in carreggiata, aggrappandosi persino alla Bibbia nel momento del bisogno, Rue se n'è andata in silenzio. Forse, se si fosse salvata ancora una volta, Euphoria avrebbe perso quella cruda onestà che l'ha resa un cult. In questa terza stagione non c'è stato spazio per i respiri profondi e, purtroppo, nemmeno per le vie d'uscita facili. Ogni singolo personaggio si è congedato da noi portando sulle spalle un fardello emotivo pesantissimo.
In un'intervista a The Hollywood Reporter, Levinson ha confessato che questo era per lui «un finale onesto» e che il suo unico obiettivo era raccontare una storia sincera «sulla dipendenza e il tumulto emotivo che possono generare». Missione compiuta, Sam. Ci hai spezzato il cuore, ma nel farlo ci hai regalato sequenze iconiche e lezioni di vita difficili da dimenticare.
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L'importanza dell'amicizia nei momenti peggiori
Maddy (Alexa Demie) e Cassie (Sydney Sweeney) ne hanno passate letteralmente di ogni nel corso della serie, ma in questo finale ci hanno ricordato perché, nonostante tutto, restiamo ancora oggi ossessionate dal loro legame. Nessun rancore o ex fidanzato è stato abbastanza forte da dividerle quando il mondo intorno è crollato. Il momento che ci ha tolto il fiato? Quella scena incredibilmente straziante in cui, subito dopo aver scoperto della morte di Nate (Jacob Elordi), le due si ritrovano sedute allo stesso tavolo a mangiare pancake per colazione. I loro volti, segnati da un dolore devastante, dicono tutto senza bisogno di mezza parola. È la prova definitiva che la vera amicizia va oltre qualsiasi errore, e che una vera bestie non ti lascia sola a pezzi, soprattutto quando stai attraversando il peggior incubo della tua vita.
La resilienza come arma potente
Se Zendaya è l’ago della bilancia attorno a cui ruota l'intero universo di Euphoria, c'è un'altra stella che in questo capitolo finale si è presa letteralmente la scena, e quella è Sydney Sweeney. La sua Cassie è semplicemente magnetica, capace di emanare una tenerezza e una malinconia infinite anche quando non dice una parola. Sydney ci ha dimostrato di essere infinitamente di più rispetto al cliché della "bella ragazza da copertina". Dietro quella presenza esplosiva si nasconde l'anima fragile di chi ha solo un disperato bisogno di sentirsi amata. Allo stesso tempo, però, Cassie è cresciuta. Sa perfettamente che in un mondo cinico la sua bellezza può essere l'unica ancora di salvataggio, e non ha paura di usarla a proprio vantaggio. Anche se la sfortuna e i debiti la stanno letteralmente soffocando, non si arrende. Ha la mente da imprenditrice, come confessa a sua sorella in un momento di totale onestà. La sua parabola ci lascia una lezione immensa sulla resilienza, una capacità tutta femminile di incassare i colpi più duri della vita, trovando il modo di rinascere dalle proprie ceneri, ancora più forti di prima.
Le conseguenze di un sistema giudiziario inefficiente
In questo episodio finale, dopo il vuoto immenso lasciato dalla morte di Rue, arriva quel momento che ti arriva dritto allo stomaco. Quale? Il discorso di Ali (un immenso Colman Domingo) sulle verità più oscure della tossicodipendenza. «La principale causa di morte tra gli under 50 è il fentanyl, e questa non è una dipendenza, è un business», grida, puntando il dito senza mezzi termini contro i cartelli, i trafficanti, la polizia corrotta, i governi e tutta quella rete di avvocati e politici che si voltano dall'altra parte per proteggere il sistema. Euphoria non ci mostra solo il dramma di chi cade nel tunnel, ma squarcia il velo sui veri complici. Chi ha il potere di fermare questo massacro e non muove un dito, permettendo a migliaia di vite di spezzarsi. Il messaggio arriva forte e senza sconti a nessuno: state lontane da queste sostanze, perché vi distruggeranno.
Subito dopo questa riflessione la trama prende una piega totalmente inaspettata e wild. Ali decide che è tempo di farsi giustizia da solo, quella che i tribunali non garantiscono quasi mai, e uccide Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje), il grande cattivo di questa stagione. Qui Sam Levinson ha voluto decisamente esagerare, sfruttando tutta la libertà creativa della finzione per dare ai "cattivi" quello che si meritano. Il risultato? Una sparatoria sanguinosa in perfetto stile Quentin Tarantino all'interno del locale, seguita dal suicidio di Laurie (Martha Kelly) che sceglie di togliersi la vita pur di non finire in prigione (proprio mentre la DEA circonda la sua casa). Un finale crudo e spietato che ci ha lasciati letteralmente incollate allo schermo.
La droga lascia sempre delle vittime
Alla fine, Rue non ce l'ha fatta a sfuggire a quel mostro. Nonostante i tentativi e la voglia di farcela, è rimasta schiacciata non solo dalla sostanza in sé, ma da quel business spietato che ti crea dipendenza fino a toglierti l'aria. La sua fine è di un'ingiustizia incredibile. Vederla andarsene così, sul divano di Ali, mentre scorre l'immagine straziante del suo ultimo abbraccio alla madre (in una resistenza disperata e vana all'idea di lasciare questo mondo) ci ha letteralmente spezzato il cuore. Eppure il vero momento da brividi arriva subito dopo. Nel suo ultimo viaggio, Rue incontra Fez. E qui, inevitabilmente, la finzione si fonde con la realtà in modo devastante. Vedere Fezco sullo schermo ci porta subito a pensare ad Angus Cloud, volato via tragicamente nel 2023 per lo stesso identico demone. Guardarli sorridere e divertirsi insieme in quella scena così eterea fa male, ma in qualche modo consola. Viene da pensare che, almeno in quell' "altro mondo", siano riusciti finalmente a liberarsi da tutto quel peso. Va detto che entrambi, nella storia come nella vita, restano le vittime di una società e di un sistema che continuano a fallire, incapaci di attivare quei meccanismi umani e istituzionali necessari a salvare chi urla aiuto. Euphoria si chiude così, non con un bacio sotto la pioggia, ma con una dolorosa e spietata richiesta di riflessione che difficilmente riusciremo a scrollarci di dosso.
Il dolore è inevitabile, ma bisogna sempre continuare ad andare avanti
Il dolore e la perdita, in tutte le loro sfaccettature più devastanti, sono sempre stati il cuore pulsante di Euphoria, così come quel bisogno disperato di trovare un rifugio (che sia nella droga o nella spiritualità). In questo finale ci sono due scene che colpiscono dritto all'anima, sia per la potenza delle parole che per il loro significato profondo. La prima vede protagoniste Lexi (Maude Apatow) e Cassie in un momento di pura intimità tra sorelle. Lexi stringe tra le mani la Bibbia che Rue ha lasciato sul divano di casa sua prima di andarsene, quel libro che l'ha spinta a riflettere e a trovare una chiave di lettura meravigliosa, quasi terapeutica, sulla vita: «Nella Bibbia tutti muoiono per migliaia di motivi diversi, ma le persone continuano comunque ad andare avanti. Il messaggio alla fine è questo: succedono cose brutte, quindi a che serve preoccuparsi? Che utilità ha? Non importa cosa accada, bisogna continuare a camminare. È questa la chiave».
Una lezione di una potenza infinita che Lexi regala a Cassie (e a tuti noi). Un invito a non farsi paralizzare dal dolore, ma ad accettare che il caos fa parte del gioco e che l'unica risposta possibile è non fermarsi mai.
E questo non vale solo per la vita reale, ma anche per quel magico e doloroso pezzetto di finzione in cui ci siamo rifugiate per anni. Lo capiamo perfettamente in quell'altra sequenza straordinaria in cui Ali, nonostante abbia il cuore letteralmente a pezzi per la perdita di Rue, decide di andare alla fattoria di quella famiglia cristiana che l'aveva accolta a braccia aperte all'inizio della stagione.
Gli ultimi minuti di Euphoria sono di una bellezza viscerale, da pelle d'oca. Che ci crediate o no, c'è una tristezza infinita racchiusa in quelle preghiere, ma anche un disperato e bellissimo senso di pace nel sapere che Rue, ovunque sia adesso, ha finalmente smesso di soffrire e sta sorridendo. E sappiamo tutte molto bene che quando sorridi, contagi anche gli altri, proprio come dice Cassie. Quindi sì, fa un male cane dire addio a Rue, a Maddy, a Cassie e a tutto questo pazzo cast che abbiamo amato alla follia. E mentre asciughiamo le lacrime ci riscopriamo a sorridere, consapevoli di aver imparato la lezione più importante di tutte: non importa quanto sia dura, dobbiamo sempre, costantemente andare avanti.
Grazie, Sam Levinson, per averci regalato una delle serie più iconiche e pazzesche di tutti i tempi. Ci mancherà da morire.
















