Il progetto fotografico di Grace Martella ha l’obiettivo di trascendere i paradigmi visivi e narrativi così da tracciare una narrazione emotiva e metaforica del “transitare” inteso come movimento nello spazio, nel tempo e nello spettro di genere.


Roma, gennaio 2024, il governo ordina un’ispezione all’ospedale Careggi di Firenze per verificare le prescrizioni di un farmaco ai minori con disforia di genere. Washington, gennaio 2025, Trump emana un ordine esecutivo per riconoscere legalmente solo «due sessi, il maschile e il femminile». Londra, aprile 2025, a seguito di una sentenza della Corte Suprema, viene introdotto l’obbligo di utilizzare i bagni in base al sesso biologico. C’è un filo che collega questi avvenimenti come puntini su una mappa e attraversa i corpi delle persone trans che da un capo all’altro vivono queste decisioni sulla loro pelle. Tra i puntini c’è anche quello della fotografa diciannovenne Grace Martella, in un paese del Sud Italia vicino a Lecce. Dalla provincia, lei indaga la sua identità di ragazza trans come atto politico, «Un po’ come se la fotografia mi permettesse di entrare in dialogo con me stessa».

Sei cresciuta in provincia. Com’è stato?

«Mi sono sentita molto sola, un isolamento che emerge nelle mie foto».

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Grace Martella

E a scuola invece?

«Sono stata la prima a chiedere la carriera alias. Il preside è stato collaborativo e nessuno mi ha discriminata o imposto che sanitari usare, per esempio. Questo non è scontato. Anche prima della carriera alias mi terrorizzava usare i bagni del sesso anagrafico, piuttosto non ci andavo. Nei bagni femminili c’è comunque la paura che ti riconoscano: anche se passi per cisgender temi reazioni di rabbia proprio perché non ci si aspetta che tu sia trans. Ma a scuola nessuno mi ha mai guardata male».

È stato difficile il percorso di transizione?

«Molto pesante a livello burocratico, i centri pubblici sono pochi e con lunghe liste d’attesa. Ricordo un’intera mattinata nel reparto di neuropsichiatria infantile perché è previsto che si facciano degli accertamenti sulla salute psichica. Senti la pressione a dover corrispondere a come gli altri immaginano l’essere trans».

Si parla tanto dei farmaci legati alla transizione, specie nei minorenni.

«In questo momento c’è molto ostruzionismo, delle vere e proprie spedizioni punitive verso quei centri che propongono delle soluzioni. Crea angoscia, mentre il percorso di affermazione di genere dovrebbe essere volto alla serenità, all’affermazione di sé. È sconfortante vedere che le istituzioni ti abbandonano, non sai cosa succederà e ogni notizia ha un forte impatto».

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Grace Martella

In tutto questo, fotografare diventa un gesto politico?

«La fotografia è curiosità, la fotografia è cura perché mi permette di riflettere. Per me, pensare a una cosa significa anche darle importanza. Le persone trans in questo periodo vengono eliminate dal discorso pubblico, e io cerco di problematizzare il concetto di rappresentazione e creare un immaginario visivo più complesso possibile sull’esperienza della transizione».

Questo passa anche attraverso il corpo?

«Il clima politico mi spinge a espormi di più anche tramite il corpo, anche quando questo mi crea disagio. Il disagio è politico e dovremmo viverlo. Spesso la bellezza trans è stata feticizzata, ma quei canoni estetici apollinei, in cui non mi ritrovo, appiattiscono l’esperienza, un po’ com’è successo con la body positivity quando è stata assimilata nel sistema neoliberale e ha perso la carica politica che aveva. Non dobbiamo rendere i corpi intelligibili a tutti i costi».