«Propaganda my mom is falling for» è la frase scritta su un reel in cui compare una donna adulta, in una camera da letto tutta rosa, sdraiata su un tappetino da yoga ad allenare gli addominali con attrezzature gommose, mentre indossa una maschera a luci Led multiple sul viso. In una clip su TikTok una ragazza dà consigli per affrontare le giornate in azienda: «Treat your time spent at work as your glow up time» – un facial durante una call su Zoom, diecimila passi in pausa pranzo, patch sugli occhi quando la fotocamera è spenta o dovete rispondere a un’e-mail.
Nella società dell’overwork, in cui Millennials e Gen Z segnalano picchi di burnout in età sempre più precoce (secondo Talker Research, un quarto degli americani lo sperimenta prima dei 30), questi due video rappresentano, non sorprendentemente, il benessere. Ma siamo davvero sicuri che ci facciano bene? L’approccio che condividono, sempre più diffuso, viene definito con il termine “habit-stacking”, la pratica di chi cerca di massimizzare il proprio tempo, eseguendo contemporaneamente il maggior numero di attività di selfcare e di produttività personale (chi è familiare con il linguaggio post internet, non avrà difficoltà con il termine “wellnessmaxxing”). Tuttavia, più che benessere, sembra trattarsi dell’ennesimo parametro di valutazione della propria performance, l’ennesima fonte di ansia che opprime le nostre vite.
Avvicinarsi alla cura del sé può essere un indicatore positivo correlato a un miglioramento dell’umore e della qualità della vita. Secondo il Dott. Lorenzo Giacomi, psicologo di MioDottore, le pratiche di benessere spesso «favoriscono consapevolezza del proprio corpo, aiutano a ridurre lo stress, promuovono sanità e attenzione». Possono «rappresentare uno spazio personale in cui rallentare, ascoltarsi e recuperare equilibrio in una quotidianità spesso frenetica». In molti casi «migliorano la qualità del sonno, la gestione delle emozioni e la capacità di cura, diventando, per alcuni, importanti momenti di ricarica, utili anche a prevenire stati di esaurimento psicologico».
Quando il benessere viene vissuto come qualcosa da fare bene o da mantenere costantemente, però «può trasformarsi in una fonte di pressione», continua Giacomi. In questi casi, «ciò che nasce per farci stare meglio finisce per generare senso di colpa, frustrazione e autocritica, soprattutto quando non si riesce a rispettare gli standard che ci si è imposti». Oggi succede soprattutto a causa dei social, dove il benessere non è più solo una dimensione personale, ma anche sociale: «il wellness viene continuamente mostrato, raccontato e spesso idealizzato; si crea così una sorta di modello implicito, in cui bisogna allenarsi, mangiare sano, essere produttivi, sereni e soddisfatti. Un modello che, anche se non dichiarato esplicitamente, viene interiorizzato». Quando il benessere diventa una norma condivisa, allora, «chi non riesce a rispettarla può sentirsi inadeguato. Si sviluppa una forma di ansia collettiva, legata al confronto costante con gli altri: se il benessere perde la sua dimensione soggettiva e diventa un parametro sociale, si alimenta la sensazione diffusa di non essere mai abbastanza».
Secondo la Dott.ssa Martina Ferrari, psicoanalista relazionale, che sui social come @instasogno svolge anche un lavoro di divulgazione psicologica e letteraria, non c’è da stupirsi se le pratiche di benessere più popolari sui social siano quelle che si prestano a essere iper-ritualizzate e condivise, ma soprattutto, che abbiano a che fare con il tema del controllo. La skincare coreana e i suoi diversi step, il journaling, la meditazione guidata via app, il breath e lo shadow work, il cold plunge, l’integrazione naturale, i dispositivi che monitorano il sonno e i livelli di stress (come Oura Ring), le face mask, i wearable biometrici, il gua sha in quarzo rosa e giada per i massaggi: «sono micro-protocolli di wellness optimization, sequenze quasi coreografiche che promettono di alleviare dall’affaticamento quotidiano e di ottenere un aspetto più sano e più luminoso, la versione migliore di noi stessi». Il punto critico, secondo Ferrari, emerge quando il wellness online diventa una to do list identitaria:«c’è chi arriva a pensare di non esistere senza la pratica dei rituali, chi arriva ascrivere ai propri amici di non riuscire a uscire il sabato sera se non ha fatto i minuti sotto la maschera a Led o aver assunto gli integratori. I risultati non si vedono, se non online».
Si parla quindi di obsessive wellness, che «alimenta il perfezionismo nelle personalità predisposte, favorisce un iper-controllo sul corpo, una costante autovalutazione e non di rado dà disturbi con sintomi somatici (ipocondria)»,sostiene Ferrari. «Quando il benessere diventa una performance e il valore personale viene progressivamente legato al risultato – conferma Giacomi –, si attiva una modalità mentale che riduce la spontaneità e allontana dalla capacità di vivere le esperienze in modo autentico». Paradossalmente, più si cerca distare bene in modo perfetto, più aumenta la distanza da una reale sensazione di benessere, perché l’attenzione è focalizzata sul risultato e non sull’esperienza vissuta. Non approfondiremo, in questa sede, il lato genderizzato o il costo di queste ossessioni, ma il cortocircuito è comunque evidente: anche il riposo diventa una performance da eseguire al meglio. Andiamo a letto impacchettate come mummie e la mattina facciamo i vlog dei bedtime shed.
Quando il benessere diventa performativo, i rituali rappresentano una zona franca, un rifugio sicuro per evitare il disordine emotivo delle nostre vite: «non possiamo controllare il cambiamento climatico, la crisi economica, le guerre e tutte le emozioni ambivalenti e insopportabili di questo periodo storico – rifletteFerrari; nella costante incertezza politica, non ci resta altro che spendere quel che ci rimane in tonici potenzialmente trasformativi per accarezzarci il volto.Non potendo acquistare una casa da partite iva, ci dedichiamo al collezionismo di sieri viso e device anti-aging».
Davide Valentini, dermatologo di MioDottore, sottolinea che l’eccesso di skincare produce quadri abbastanza riconoscibili, come la dermatite irritativa da over treatment e l’alterazione del microbiota cutaneo. Ma una buona pratica di cura è possibile e ci consente di essere presenti a noi stessi, soggetti attivi che scelgono con gentilezza le pratiche da effettuare: per la pelle, Valentini ricorda di rispettare alcuni principi fisiologici – detersione delicata, idratazione, pochi attivi mirati e con introduzione graduale, fotoprotezione, equilibrio funzionale e rispetto del carico irritativo cumulativo.
Per tutti gli altri aspetti del wellness, gli specialisti ci assicurano che ciò che fa bene non è rigido né compulsivo, ma facilmente adatto a tutti. Come ricorda Giacomi, «il benessere autentico include la possibilità di attraversare momenti difficili, senza giudicarsi; non è qualcosa da dimostrare agli altri, ma un’esperienza da vivere personalmente». Inoltre, Ferrari sottolinea come il vero benessere non sia self-optimization, «ma poter abitare il proprio corpo senza sentirlo continuamente invisibile, ingombrante, sporco, difettoso».
Il wellness più realistico comporta l’accettazione della complessità dei mutamenti. Il tempo perduto a immaginare le vite degli altri, e anche la propria, può far spazio a una relazione gentile con noi stessi e con il mondo intorno a noi, con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo rivolto al cielo.
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.



















