Nel mese di giugno le città di tutto il mondo diventano arcobaleno: il Pride Month è diventato - per fortuna - un appuntamento fisso di milioni di persone, impegnate in manifestazioni e forme di attivismo oggi più che mai mai necessarie. A giugno e oltre, ovviamente. Perché parlare di accoglienza e inclusione solo per 30 giorni all'anno non e mai potrà bastare, soprattutto se questi due valori, necessari per il vivere civile oltre ogni etichetta, non sono poi così scontati. Lo stigma, la discriminazione e la violenza che serpeggiano nella vita quotidiana sono, per molte persone, un elemento fisso della quotidianità. E sono ovunque, spesso concretizzate in frasi e parole ormai interiorizzate che pronunciamo ad alta voce senza dar loro il giusto peso. Insieme alla dottoressa Sara Beomonte Zobel, psicoterapeuta a orientamento Psicodinamico e referente clinica del team Ricerca in Unobravo, abbiamo esplorato i meandri spesso oscuri del Gender Minority stress, una forma di stress cronico sperimentato nei membri di gruppi sociali marginalizzati, in questo caso le persone LGBTQIA+, che questa forma di violenza e stigma la patisce sulla propria pelle.

Dottoressa, proviamo a dare una definizione del Gender Minority Stress.

«In generale il Minority Stress è un costrutto elaborato dalla psicologia sociale per descrivere la condizione di stress cronico che sperimentano le persone che appartengono a gruppi sociali marginalizzati come ad esempio le persone con disabilità o neurodivergenti. A differenza di altri tipi di stress non si tratta di un’esperienza di sofferenza che nasce da una dimensione soggettiva ma di una condizione che ha matrice sociale, che le persone subiscono in virtù di caratteristiche individuali che le rendono parte di un determinato gruppo. Nel caso specifico, il gender minority stress riguarda le persone non eterosessuali o la cui identità o espressione di genere differisce da quella tipicamente associata al sesso loro assegnato alla nascita, che sono oggetto di stigma e discriminazioni in virtù della loro identità di genere o orientamento sessuale».

In che modo si sviluppa?

«Lo stress è una risposta fisiologica che gli esseri viventi (non solo gli umani) mettono in atto nel tentativo di adattarsi all’ambiente circostante: implica un aumento della produzione di ormoni come il cortisolo, che permettono al cervello e al corpo di rispondere con maggiore prontezza in caso di pericolo e reagire per mettersi in salvo. Il problema è che l’esposizione a una condizione di stress per un tempo prolungato compromette la salute fisica e psicologica della persona. Nel caso del Minority Stress la condizione stressante deriva dall’esperienza costante di un ambiente sociale che tende a stigmatizzare e discriminare le persone che non rientrano per le loro caratteristiche nel gruppo maggioritario: questo comporta un conflitto tra la cultura dominante e i bisogni e le caratteristiche della persona che non trova risoluzione e la condizione di stress diventa quindi cronica».

E quali sono le sue manifestazioni?

«Le risposte a una condizione di stress sociale cronica e generalizzata si intrecciano con una pluralità di altri elementi come la personalità, le risorse emotive e intellettuali della persona, il contesto sociale di provenienza o la sua rete sociale: per questa ragione le manifestazioni possono essere molteplici. Non bisogna dimenticarsi però che la sofferenza proviene da una matrice comune e un utile campanello d’allarme può essere il non sentirsi bene nell’essere sé stessi o sé stesse: le persone si ritrovano a pensare di avere qualcosa che non va, di essere sbagliate, quando in realtà è l’ambiente sociale a generare questo tipo di vissuti».

Questa forma di stress spesso viene generata o alimentata perché si subiscono forme di violenza di tipo covert, ovvero implicite e subdole. Ci spiega di cosa si tratta?

«Credo che per comprendere al meglio il concetto di Minority Stress serva allargare la prospettiva e considerare la violenza nei confronti dei gruppi marginalizzati come una questione sistemica in cui ogni persona ha la sua quota di responsabilità. Non esiste unicamente la violenza con la V maiuscola, agita ed espressa in modo consapevole ed esplicito, ma la violenza può assumere la forma di micro-aggressioni che spesso e senza accorgercene mettiamo in atto anche noi. Si tratta di comunicazioni o azioni che non hanno un intento offensivo, ma che non tengono conto dell’impatto che hanno sulla persona, perché si poggiano su credenze implicite che nascono da stereotipi o generalizzazioni».

Ci fa qualche esempio?

«Se ne potrebbero fare tantissimi: dal dare per scontato che una persona nera non sia italiana o che una persona sia sposata necessariamente con una persona del sesso opposto al presumere l’identità di genere di una persona o il suo orientamento sessuale a partire dal suo aspetto esteriore o da come si veste. Può sembrare una cosa da poco perché in genere si considerano queste esperienze come singole e ci si discolpa dicendo 'Che sarà mai, una volta può capitare di sbagliare!' oppure “È solo una battuta”: non si considera invece che per una persona parte di un gruppo marginalizzato queste aggressioni sono quotidiane, vanno avanti da tutta la vita e questo comporta una fatica esistenziale enorme».

Quali sono le conseguenze psicologiche di questo tipo di violenza su chi le subisce?

«Come qualsiasi forma di violenza, le conseguenze sulla salute mentale sono complesse e articolate: nella popolazione LGBTQIA+ osserviamo tassi più alti di ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, tentativi di suicidio e abuso di sostanze, solo per citare alcune delle condizioni più comuni, rispetto al resto della popolazione, che potremmo considerare conseguenza diretta del Minority Stress. Ma le esperienze di violenza e discriminazione possono impattare in modo indiretto anche sulla percezione che la persona ha di se stessa: non è infrequente che determinati atteggiamenti stigmatizzanti vengano interiorizzati e la persona li rivolga verso se stessa, colpevolizzandosi per le violenze che subisce all’esterno e innescando un circolo vizioso da cui è difficile uscire».

Quali sono gli effetti di questo tipo di stress sulla vita quotidiana, sulla sessualità e sulle relazioni di chi lo subisce?

«Se allarghiamo lo sguardo, le conseguenze psicologiche non si fermano alla sola compromissione della salute mentale: molto spesso l’aspettativa di essere discriminate o stigmatizzate impedisce alle persone di accedere ai servizi di cura, ad esempio, o di coinvolgersi nei contesti sociali. Questo compromette non solo la possibilità di cercare supporto, quindi di darsi il diritto di stare bene, ma anche di vivere in modo pieno la propria esistenza, di sperimentarsi nel mondo e di costruire una dimensione relazionale soddisfacente e foriera di benessere».

Oltre ad aprire il dibattito sul tema, in che modo è possibile aiutare chi è vittima di questo tipo di stress?

«Il primo passo che possiamo fare è prendere atto che il contesto in cui viviamo non è neutro: le sue prassi e dinamiche sono costruite a partire da ciò che viene considerato "normale", ovvero, statisticamente parlando, comune alla maggioranza delle persone. E la normalità nella nostra società implica che una persona sia cisgender, eterosessuale, bianca, abile e neurotipica. È importante tenerlo a mente sempre perché ci sono tante barriere a noi invisibili nei luoghi, nelle conversazioni, nelle dinamiche e ricordarci che la nostra prospettiva non è l’unica è il solo modo per poterle riconoscere e intervenire: dobbiamo accettare che faremo errori e che potremo sentirci a disagio nel non sapere quali sono i pronomi o i termini giusti da usare ma possiamo chiedere e metterci in ascolto di volta in volta».

È un vero e proprio dovere sociale.

«Sì, perché abbiamo il dovere di riconoscere il nostro privilegio e prendercene la responsabilità: ad esempio adottare un linguaggio neutro implica uno sforzo minimo per una persona cisgender che difficilmente sarà oggetto di insinuazioni o battute per questa scelta, ma può cambiare il modo di parlare o scrivere di un gruppo di persone. Così come può fare la differenza intervenire nelle situazioni ogni volta che possiamo e spiegare perché alcuni comportamenti o affermazioni sono problematici, educando quindi altre persone: è proprio in virtù del nostro privilegio che possiamo usare la nostra voce senza subire ritorsioni. Anzi, abbiamo il dovere di farlo. Può sembrare poco, ma possiamo vedere questi piccoli interventi come singole onde che increspano la superficie del mare: tutte insieme possono generare una marea».