I Mondiali di calcio maschile 2026 inizieranno tra poche settimane ma il Messico, tra i Paesi ospitanti insieme a Stati Uniti e Canada, non è ancora riuscito a risolvere un problema che da anni costa alla squadra centinaia di migliaia di dollari in multe. La questione riguarda un coro da stadio che da anni è diffuso tra i tifosi messicani, una parola urlata solitamente al portiere avversario quando batte un rinvio dal fondo. Il problema è che si tratta di un insulto omofobo.
Negli scorsi giorni la Federazione calcistica messicana ha deciso di correre ai ripari per evitare polemiche oltre che eventuali multe non appena qualche tifoso si metterà ad urlare la parola con la "P" dagli spalti. Ha quindi annunciato una nuova campagna pubblicitaria che mira a dissuadere i suoi tifosi dall'utilizzare il coro omofobo durante il torneo. «La Ola Sí, El Grito No», dice il claim, invitando gli spettatori allo stadio a fare la ola piuttosto che a urlare contro gli avversari.
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La storia del coro omofobo
Sono ormai circa due decenni che il coro da stadio è diventato una presenza sgradita alle partite dove gioca il Messico. La parola urlata è un termine spagnolo che, di fatto, equivale a una versione più volgare e al maschile di "prostituta". Anche se i tifosi che la usano sostengono che possa essere usata come esclamazione generica, attivisti e membri della comunità LGBTQIA+ sono d'accordo nel considerarla offensiva nello specifico nei confronti delle persone omosessuali. Non è chiaro come il coro da stadio si sia diffuso, ma pare abbia avuto origine a Guadalajara quando, durante una partita, i tifosi dell'Atlas erano furiosi per l'addio del portiere Oswaldo Sánchez alla loro squadra per passare a giocare con i rivali del Guadalajara. Cominciarono a urlare la parola in questione ogni volta che Sánchez calciava un rinvio dal fondo.
Il coro, però, ha cominciato a diffondersi rapidamente fino a diventare un problema. Da una parte i tifosi lo vedono ormai come una tradizione calcistica messicana, una sorta di linguaggio in codice tra appassionati, dall'altro a livello internazionale il grido è chiaramente mal tollerato e visto come l'ennesima prova di un ambiente calcistico legato a un'espressione tossica della mascolinità. L'ultima volta che la nazionale maschile statunitense ha affrontato il Messico lo scorso marzo, a esempio, l'arbitro ha dovuto interrompere la partita due volte a causa del coro continuamente intonato dai tifosi messicani. La FIFA ha inflitto sanzioni per "comportamenti discriminatori" e invitato il Messico a trovare una soluzione. Ha anche multato la squadra per 114.000 dollari a causa di due episodi avvenuti durante i Mondiali del 2022 in Qatar. Il Messico, da parte sua, ha presentato ricorso contro queste sanzioni, ma allo stesso tempo ha cercato di scoraggiare il coro con campagne di sensibilizzazione, chiedendo agli speaker radiofonici e ai commentatori di ricordare il divieto ai tifosi e persino minacciando multe e penalizzazioni alla squadra e divieti di accesso allo stadio ai tifosi stessi.
La campagna per i mondiali
Per ora il problema permane e si ripresenterà anche ai Mondiali 2026. Per questo la Federazione Messicana ha deciso di lanciare l'ennesima campagna per ricordare ai tifosi di astenersi dall'urlare l'insulto. «Questa campagna mira a sensibilizzare i tifosi sull'importanza di sostenere la nazionale messicana con la ola e non con cori discriminatori che la FIFA sanziona», ha dichiarato la federazione in un comunicato. Già dai commenti sui social, però, sembra chiaro che più gli appassionati si sentono dire di non usare il coro, e più si mettono in testa di volerlo usare rivendicandolo. La campagna pubblicitaria verrà mandata in onda sui social e sui maxi schermi alle partite e vedrà protagonisti diversi ex giocatori della nazionale messicana che hanno partecipato ai Mondiali del 1986. Hugo Sánchez, considerato il miglior giocatore messicano di tutti i tempi, Manuel Negrete e l'attuale allenatore della nazionale, Javier Aguirre, chiederanno ai tifosi di non intonare il coro sperando di prevenire così penalizzazioni e polemiche e, allo stesso tempo, di fare un passo avanti nel creare un ambiente calcistico più rispettoso e inclusivo.












